Una torsione di regime  

Le leggi elettorali non dovrebbero mai essere proposte dal Governo in carica, che dovrebbe astenersi, per la ragione che intuirebbe chiunque: evitare un conflitto di interessi. Questo principio di civiltà giuridica, purtroppo, fu rispettato solo dai Padri e dalle Madri Costituenti che addirittura per estrema cautela evitarono di inserire la legge elettorale in Costituzione. Essi raccomandarono, animati/e dalla preoccupazione di evitare derive maggioritarie o plebiscitarie, la scelta di un sistema proporzionale per fare in modo che in Parlamento sedessero tutti e tutte coloro che rappresentavano le diverse anime sociali e politiche del Paese (Ordine del giorno Giolitti in Sottocommissione). La legge che stabilisce come trasformare la volontà di elettrici ed elettori in seggi dovrebbe essere il frutto di un percorso che coinvolga a pari titolo maggioranza e opposizione e non dovrebbe essere il governo a farsene promotore. Come sanno tutti, mentre il sistema proporzionale puro garantirebbe la rappresentatività della volontà del corpo elettorale a scapito della stabilità dei governi, il maggioritario sacrificherebbe la rappresentatività di una parte dell’elettorato a vantaggio della stabilità dei governi. Questa distinzione, però, non vale sempre, perché non tiene conto delle caratteristiche dei sistemi partitici.

L’Italia è da sempre definita nei manuali di diritto costituzionale e di scienze politiche come un sistema a pluripartitismo esasperato. Ciò significa che è il sistema politico frammentato e conflittuale a favorire l’instabilità dei governi, spesso tenuti in piedi da maggioranze parlamentari fragili e composte da partiti che su alcuni punti divergono profondamente. Almeno così è stato dal 1948 agli anni 90 ma, nonostante ciò, a causa della scarsa durata in carica dei governi fino agli anni 90 (circa 40), si ingenerò ben presto sui media e nelle riviste di diritto pubblico la convinzione che la responsabilità della cosiddetta ingovernabilità del Paese risiedesse nel suo sistema elettorale proporzionale. Negli anni 90, dunque, un personaggio politico dal nome curioso, “Mariotto” Segni, la cui carriera politica fu una meteora, convinse, insieme ai radicali, la maggior parte dei partiti e del Paese che bastasse abrogare la legge elettorale per assicurare governi stabili alle coalizioni che avessero vinto le elezioni politiche. Chi scrive fu tra le poche persone a non cadere nel tranello mediatico e a rimanere, inascoltata anche dai propri familiari, tra quella minoranza che votò no al referendum elettorale del 1993. La consultazione referendaria aprì la strada dapprima alla legge elettorale, nominata con un latino maccheronico dal politologo Giovanni Sartori Mattarellum, dal nome del suo relatore (proprio quel Mattarella che dopo avere promesso di dire no a un secondo mandato presidenziale ancora occupa la massima carica della Repubblica), un mix di maggioritario e proporzionale, con prevalenza del primo e poi a una serie di leggi ad hoc che, pur essendo proporzionali, espropriarono gradualmente il corpo elettorale, con la scusa di impedire il cosiddetto voto di scambio, (si veda Il portaborse di Luchetti) anche della possibilità di esprimere le preferenze per i candidati e le candidate prescelte, consegnando alle segreterie dei partiti la compilazione blindata delle liste elettorali. Dopo il Mattarellum il numero dei partiti e partitelli italiani aumentò anziché diminuire. La cosiddetta governabilità, parola che non mi è mai piaciuta, non è assicurata da una legge elettorale e lo dimostra il sistema di governo britannico, maggioritario da sempre, che ha visto alternarsi sei Premier (lì davvero si chiamano così) in 10 anni caratterizzati da una forte instabilità.

Non farò qui una disamina delle varie leggi che si susseguirono (si trova tutto in rete, tra le altre analisi https://www.youtrend.it/2022/09/10/le-leggi-elettorali-italiane-degli-ultimi-anni/) tutte rigorosamente nominate pappagallescamente in latino maccheronico — Porcellum, termine mutuato dalla battuta del politico leghista Calderoli, all’uscita dal luogo in cui la legge era stata pensata: «Abbiamo fatto una porcata!», legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta nel 2014 a causa dell’eccessivo premio di maggioranza senza una soglia minima e delle liste bloccate lunghe; Italicum, proposto dal Governo Renzi e mai applicato perché dichiarato incostituzionale nel 2017; Rosatellum, sempre proposto dal Governo Renzi — perché quel che mi preme è sollecitare l’attenzione di chi ci legge sul pericolo di una deriva autoritaria e di uno svuotamento della Costituzione posto in essere da questo governo, sia con la proposta del cosiddetto Stabilicum o Melonellum, sia con altre leggi ordinarie che a poco a poco stanno modificando in modo irreversibile il sistema di pesi e contrappesi costruito con grande competenza e lungimiranza da Padri e Madri costituenti.
In tale senso sono da valutare le proposte relative al Premierato, all’autonomia differenziata e alla riforma della giustizia, scongiurata dal referendum costituzionale del marzo scorso. Contro la riforma della legge elettorale proposta dal governo in carica si sono già pronunciati/e a maggio 2026 oltre 150 professori/e ed esperti/e di diritto costituzionale e si sta mobilitando un movimento di opinione. L’appello “Torniamo alla Costituzione” evidenzia molti profili di incostituzionalità e forti rischi per la democrazia rappresentativa: la persistenza o l’uso di liste bloccate impedisce ai cittadini di scegliere liberamente i propri rappresentanti, violando il principio costituzionale del voto libero e uguale; l’attribuzione di un forte premio (fissato al 42%) in un unico turno è una forzatura che altera la proporzionalità e la rappresentatività del Parlamento; L’indicazione del nome del/la candidato/a Presidente del consiglio collegato alla lista o alla coalizione sulla scheda elettorale è un tentativo camuffato di introdurne l’elezione diretta. (il cosiddetto premierato), eludendo i contrappesi previsti dalla forma di governo parlamentare.
I firmatari dell’appello denunciano inoltre la gravità di modificare le regole del gioco elettorale a ridosso della scadenza elettorale, come scritto in apertura di questo articolo.

Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte costituzionale e costituzionalista, da tempo evidenzia sui media il pericolo di una deriva autoritaria e di regime dovuta, oltre che a quanto sopra esposto, anche alla mole di leggi sulla sicurezza approvate da questo Governo. Come riporta Avvenire del 25 luglio 2026 «nel 2023 il decreto Cutro, con maxipene per gli scafisti dopo il tragico naufragio in Calabria, e il decreto Caivano per contrastare le baby gang; nel 2024, un disegno di legge con 12 nuovi reati e varie aggravanti per altri esistenti; nel 2025 un dl con pene severe per i blocchi stradali e per la “resistenza passiva”; e nel 2026, dopo alcuni accoltellamenti fra giovanissimi, il decreto legge numero 23, con la stretta sul porto di lame e il Daspo urbano». Continua l’autore dell’articolo Vincenzo R. Spagnolo: «Un cammino lineare sotto il profilo legislativo? Non sempre. Si ricorderà come nell’aprile 2025 — con una mossa inedita per la prassi parlamentare — l’allora ddl sicurezza in discussione al Senato venne travasato dal Governo in un decreto-legge, vanificando i lavori fino ad allora svolti dalle Camere. O come, più volte nella legislatura, l’interlocuzione informale con il Quirinale, garante del quadro di principi della Carta, abbia portato a correzioni in corsa di norme a rischio di incostituzionalità».
Se a questi provvedimenti aggiungiamo le nuove linee guida del Ministro dell’istruzione e del merito sullo studio della storia e il caso del professor Sabbatini del Liceo Vivona su cui si è soffermato l’editoriale di Mauro Zennaro dell’8 agosto scorso, le preoccupazioni aumentano e spingono chiunque abbia a cuore la nostra Costituzione a difenderla dai tentativi di neutralizzarne l’impronta progressiva da parte di chi, non avendola mai davvero condivisa, oggi è al governo.

P.S. Il prossimo 29 ottobre la Corte di Cassazione si esprimerà sull’attuale sistema di voto, il c.d. Rosatellum. Alcuni/e elettori ed elettrici hanno presentato ricorso sostenendo che al suo interno sono presenti diversi elementi di incostituzionalità. Se il ricorso fosse vinto e se la Cassazione rimetterà il Rosatellum alla Corte costituzionale, quest’ultima potrà esprimersi anche sui sospetti di illegittimità costituzionale del disegno di legge elettorale che il governo vorrebbe approvare a settembre (si veda Melonellum: così un vecchio ricorso rischia di silurarlo Letizia Giostra – Il Fatto Quotidiano, 23 agosto 2026).

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, faccio parte dell’Osservatorio Pari opportunità dell’Odg della Lombardia. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, ho seguito la scuola di Limes per capire meglio il mondo. Scrivo di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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