Isabella d’Aragona e Bona Sforza. Le duchesse che trasformarono Bari 

Seconda metà del XV secolo. La penisola è una terra fragile, e al contempo meravigliosa. Vi regna un equilibrio precario, mantenuto da Stati regionali autonomi e rivali, che tentano di preservare la propria sovranità: il Ducato di Milano, a nord, la Repubblica di Venezia e la Firenze dei Medici, al centro, fino allo Stato della Chiesa e al Regno di Napoli a sud. A tale scopo, le unioni matrimoniali sono uno strumento strategico determinante per costruire alleanze militari e di difesa geopolitica. Ne è un esempio il matrimonio tra la giovane aragonese, Isabella, e il futuro erede al trono milanese, Gian Galeazzo Sforza, pianificato a tavolino per saldare l’asse politico tra il Meridione aragonese e il Nord sforzesco, contro l’espansionismo veneziano e le ambizioni papali. Tuttavia, ben presto il sistema dei principati inizia a rivelare la sua precarietà interna, fino a sgretolarsi. 

Isabella d’Aragona, nata a Napoli nel 1470 da Alfonso d’Aragona e Ippolita Maria Sforza, crebbe in una delle corti più raffinate, colte e influenti del Rinascimento: sviluppò infatti un forte orgoglio di appartenenza alla casata aragonese e una consolidata preparazione al governo. Appena duenne, fu promessa in sposa al cugino, Gian Galeazzo, che allora aveva solo quattro anni. Secondo la linea di successione, quest’ultimo sarebbe dovuto essere l’erede legittimo, ma al comando vi era suo zio, Ludovico Sforza, detto il Moro, che non aveva alcuna intenzione di cedere la reggenza. Le nozze furono celebrate a Napoli nel 1488 e l’anno successivo a Milano. Da subito la neosposa notò gravi criticità nella vita coniugale: il consorte mostrò un atteggiamento freddo e distaccato, soffrendo al contempo di una grave dipendenza dall’alcol — debolezza manipolata e ridicolizzata dal Moro per screditarne l’idoneità al comando. La coppia ducale fu relegata nel castello di Pavia con fondi del tutto insufficienti e costantemente monitorati. La loro corte, inoltre, fu infestata da spie e funzionari fedeli unicamente al Moro. 

La situazione precipitò nel 1491, quando Ludovico Sforza sposò Beatrice d’Este e Isabella d’Aragona diede alla luce il primogenito Francesco. La tensione diventò insostenibile due anni dopo: il Moro a sua volta ha un erede maschio. D’impulso Isabella scrisse una lettera disperata al padre per denunciare l’umiliante reclusione e la privazione dei diritti ducali. La reazione della casata aragonese fu fermissima: pretese l’immediata cessazione del potere al legittimo nipote. Di tutta risposta, il Moro strinse alleanze internazionali e sollecitò la venuta in Italia del re di Francia, Carlo VIII, che giunse in Italia nel 1494, innescando le devastanti Guerre d’Italia.  

La vita di Isabella fu tragicamente e ulteriormente scossa dalla morte del marito, a soli 25 anni, con ogni probabilità per avvelenamento da arsenico su ordine dello zio. Il Moro si fa proclamare immediatamente Duca di Milano, usurpando il trono al piccolo Francesco. Gli anni successivi sono drammatici per la duchessa: tenta di opporsi tramando con l’imperatore Massimiliano I, ma viene scoperta e reclusa; come se non bastasse, il Moro si arroga l’educazione esclusiva del figlio Francesco per poterlo manipolare a piacimento. Infine, con l’arrivo dell’esercito di Luigi XII nel 1499, Ludovico Sforza fugge, ma i francesi deportano il piccolo Francesco come ostaggio per disinnescare qualsiasi pretesa futura sul Ducato. È da questo momento che Isabella inizia a firmarsi nelle lettere con la formula: «Isabella de Aragona Sforcia ducissa Mediolani uncha ne la desgracia». 

Con l’inizio del nuovo secolo, Isabella tornò a Napoli, dove le venne riconosciuta l’investitura del Ducato di Bari, che comprendeva anche Palo, Ostuni, Modugno e vari feudi calabresi. In questa seconda fase della sua vita poté finalmente dare sfoggio delle sue spiccate abilità politico-amministrative. Dal 1501 iniziò la realizzazione di grandi cambiamenti sul territorio, a incominciare proprio da uno dei simboli della città, il Castello Svevo, trasformato in una elegantissima corte rinascimentale. Inoltre, in piazza Mercantile avviò la ristrutturazione del Palazzo della Dogana (sul quale ancora oggi sono esposti gli stemmi degli Sforza, dei Visconti e degli Aragona). Incentivò il commercio barese ed eseguì diverse misure a tutela del popolo: ad esempio, vigilò sui pubblici ufficiali per evitare abusi di potere, rese il sale delle saline regie fruibile e gratuito ai baresi e alle baresi ed esentò i contadini e le contadine dai dazi sulla macinazione delle olive.  

Castello Svevo di Bari
Facciata del palazzo della Dogana, in piazza Mercantile, a Bari


Isabella d’Aragona aveva molto a cuore l’istruzione pubblica: ordinò che ogni convento affidasse a due frati l’insegnamento ai cittadini e alle cittadine e aumentò la retribuzione delle/dei docenti, ai quali garantisce alloggio e servitù gratuiti. Donna di profonda cultura e mecenate, rese il castello un vivace polo di riaggregazione per chiunque si cimentasse nell’arte, nella poesia, nella musica e nella letteratura, fondando l’Accademia degli Incogniti con l’obiettivo di educare i giovani di entrambi i sessi in ogni campo dello scibile. A questi anni di rilancio risale anche la prima opera stampata a Bari (di Nicola Antonio Carmignano), oggi conservata al Museo Civico. 
Un capitolo a parte merita la figura della secondogenita di Isabella, Bona Sforza. Nata nel 1494, probabilmente il 2 febbraio, ancora bambina — dopo la morte del padre e delle due sorelle, Bianca Maria e Ippolita, la separazione da Francesco e le successive vicende della guerra franco-spagnola — lasciò insieme alla madre la corte milanese per raggiungere la famiglia materna prima a Napoli, nel 1500, poi nel Ducato di Bari, nel 1501. Per lei, Isabella d’Aragona curò un’istruzione d’eccellenza, impartendole lei stessa nozioni di letteratura, musica, religione e lingue straniere, tra cui lo spagnolo. Successivamente, fu affidata ai migliori precettori dell’epoca, come Crisostomo Colonna, Antonio de Ferraris e il cappellano Giacomo Buongiovanni.  

Anche il matrimonio di Bona Sforza fece parte di una strategia diplomatica, orchestrata da Isabella d’Aragona in persona. Le nozze per procura furono celebrate a Napoli, a Castel Capuano, per coronare l’unione tra la duchessa di Bari e il re di Polonia, Sigismondo I Jagellone, già cinquantenne e vedovo di Barbara Zàpolya. Nel 1518, da Manfredonia, Bona raggiunse, dopo un estenuante viaggio, Cracovia, dove fu incoronata regina. I festeggiamenti durarono ben otto giorni.  
Sigismondo fu il suo unico marito, dal quale ebbe ben sei figli. Bona dominò la scena politica per oltre un trentennio, prima accanto al sovrano e poi come reggente per il figlio Sigismondo Augusto, integrandosi rapidamente nella realtà polacca. Agì con fermezza sulla politica interna ed estera nell’intento di trasformare l’assetto feudale polacco in uno Stato accentrato e dinastico. Non gradendo l’eccessivo potere della nobiltà nella successione al trono, fece incoronare il figlio, di soli dieci anni, mentre il re era ancora in vita, scavalcando l’approvazione dei nobili. Tale audacia generò forti tensioni: quando il figlio, ormai adulto, si ribellò alla madre per sposare Barbara Radziwiłł (ritenuta da Bona politicamente irrilevante), i rapporti si incrinarono inesorabilmente a tal punto che Sigismondo arrivò ad accusare la madre di aver avvelenato la giovane nuora. 
Nonostante la lontananza, non smise mai di occuparsi attivamente del meridione italiano, soprattutto dopo la morte della madre Isabella, nel 1524. Fu allora che Bona ereditò il ducato pugliese e i feudi calabresi del principato di Rossano, della Contea di Borrello, Rosarno e Longobucco. Delusa dalle vicende familiari, nel 1556, lasciò definitivamente la Polonia per stabilirsi a Bari. Continuò, instancabile, l’attività di rinnovamento iniziata dalla madre, promuovendo la costruzione di fortificazioni, cisterne, fontane, palazzi che esprimevano un forte gusto rinascimentale, rendendo la città più moderna. 
Morì il 19 novembre 1557. Si racconta che la sua bara, posta nella Basilica di San Nicola, rimase incustodita per molto tempo: il fuoco delle candele si propagò e carbonizzò anche i suoi resti, sepolti poi frettolosamente in una modesta cappella. Giunti in Italia, i figli Sigismondo e Anna fecero erigere un sepolcro regale esattamente dietro l’altare maggiore.  

Sepolcro in onore di Bona Sforza, nella Basilica di San Nicola, a Bari 

Una avvelenatrice? Una stratega? Molti la dipinsero come tale, forse perché intimoriti da una figura femminile capace di regnare con così tanta ambizione e preparazione politica, o più semplicemente perché risulta sempre difficile accettare una donna complessa, scomoda e ben poco incline alla sottomissione.  

In copertina: a sinistra, medaglia di Isabella d’Aragona, di Gian Cristoforo Romano (1500 circa); a destra, medaglia di Bona Sforza, di Giovanni Maria Mosca (1532). 

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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).

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