La condizione delle brigantesse non era mai la stessa da comitiva a comitiva. Poteva mutare persino all’interno della medesima banda, a seconda dei legami familiari, dell’appartenenza territoriale e del rapporto che ciascuna donna riusciva a costruire con il capobanda e con i suoi luogotenenti. Contavano i meriti personali, l’abilità dimostrata e la fedeltà riconosciuta. Non esisteva insomma un unico destino femminile tra i briganti, ma una molteplicità di posizioni che la storiografia fatica ancora oggi a restituire con precisione.
Alcune testimonianze rese in tribunale denunciavano dei maltrattamenti subiti da donne all’interno delle bande, asserendo quest’ultime venissero picchiate e percosse. Studi più recenti hanno contestualizzato queste affermazioni, constatando come queste violenze accadessero soprattutto durante le marce, quando il gruppo chiedeva puntualità e velocità negli spostamenti, e perciò chi tardava veniva severamente punito. Lo stesso trattamento toccava anche ai sequestrati, colpiti quando non riuscivano a tenere il passo dei briganti, costantemente costretti alla fuga, al punto che alcuni prigionieri morirono di stenti lungo il cammino. A confermare che la posizione delle brigantesse non fosse così limitata ed esclusivamente sotto coercizione c’è il fatto che non si conosca nemmeno un caso di brigantessa che abbia tentato di allontanarsi da sola dalla banda. Un’assenza che induce per altro a pensare che i briganti non avvertissero un bisogno reale di sorvegliarle o custodirle, se non per il già citato timore di un possibile ammutinamento. Gli uomini restavano sempre una maggioranza numerica, contrastarli sarebbe stato impensabile, ma c’è da dire che il peso dello sforzo bellico ricadeva soprattutto su di loro unicamente a causa di questa disparità, non perché le donne non potessero combattere.
Ogni storia di brigantessa conserva qualcosa di sorprendente nella sua irripetibilità. È il caso di Maria Luisa Ruscitti, rapita giovanissima dal capobanda Caruso. Attraverso un percorso che le fonti permettono di ricostruire solo in parte, la ragazza divenne allieva fedelissima del suo stesso rapitore, imparando da lui l’arte della guerra fino a superare ogni aspettativa. Si trasformò in una sorta di eroina adolescente, votata interamente a una causa che sentiva propria, capace di imporre rispetto e persino soggezione allo stesso feroce Caruso, che per lei nutrì un riguardo quasi affettuoso.
Non sempre la memoria storica restituisce i nomi delle donne attive all’interno delle bande, tuttavia vi è ancora qualche traccia della loro intraprendenza. Il 30 settembre 1863, nelle campagne di Gioia del Colle, una banda composta da circa cinquanta briganti mise in fuga la guardia nazionale e i carabinieri, dileguandosi solo all’arrivo dei rinforzi. Non si conosce il nome di chi la comandasse, ma è riportato con certezza che si trattasse di una donna.
Attorno alla figura della brigantessa la stampa dell’epoca costruì un racconto fatto in egual misura di fascino e di condanna. La bellezza occupava sempre il primo posto all’interno della narrazione mediatica, ed era affiancata da caratteristiche come la crudeltà, reale o presunta, il coraggio e la lealtà. Le memorie dei militari, pur non sempre attendibili, restituivano descrizioni più sobrie, mentre le pagine letterarie si spingevano oltre, attingendo a tradizioni orali in cui la storia si era già trasformata in mito. Il mondo contadino aveva un proprio canone estetico, condensato nella metafora della donna paragonata a una barca dalle trecento antenne, come annotò l’antropologo Vincenzo Padula, una figura dal collo corto, dalle spalle larghe, dai polsi d’acciaio, massaia vigile e instancabile, capace di portare grano e ricchezza come una barca che sostiene il povero contadino contro le onde tempestose della vita.
La presenza di brigantesse lontane da questo modello, come Michelina di Cesare, dimostra che la bellezza non era affatto l’unico strumento di riconoscimento sociale nella realtà della vita nei boschi. I due ritratti fotografici oggi attribuiti a Michelina, che la mostrano giovane e bellissima in costume locale, risalgono al 1865 e sono con ogni probabilità falsi. La donna reale veniva descritta come magra e poco avvenente, e la sua immagine autentica, tragica, è quella di una fotografia del trenta agosto 1868 che la ritrae senza vita dopo la battaglia di Mignano Monte Lungo. Diventata eroina nell’immaginario collettivo, le si volle attribuire anche la bellezza, fotografando probabilmente un’altra donna vestita in modo approssimativo. Alle brigantesse meno note, invece, non si esitava a riconoscere apertamente la scarsa avvenenza, in un’oscillazione continua tra fisiognomica lombrosiana e spinta all’erotizzazione o alla demonizzazione, che riguardava quasi sempre solo le donne capaci di guadagnarsi prestigio tra i compagni e fama tra la popolazione, fino a diventare l’idolo della banda anche agli occhi dei militari che le combattevano.
Le brigantesse più stimate univano un carattere forte e ambizioso a un gregarismo leale verso i capi che amavano e rispettavano, e mostravano nei combattimenti un coraggio che i contemporanei non esitavano a definire straordinario. Lo stesso generale Pallavicini raccontò di aver visto, nella banda di Caruso, una donna armata di due revolver affrontare in prima persona la sua cavalleria presso Francavilla.
Erano soprattutto compiti militari quelli affidati alle brigantesse di rango, ansiose di dimostrarsi combattenti esperte per essere riconosciute e apprezzate. Si trovavano spesso in prima linea, anche contro gli ordini dei capi, come Filomena Pennacchio che, sebbene Caruso disponesse talvolta che restasse a cavallo con una scorta di briganti, finiva spesso per ritrovarsi comunque tra i combattenti più audaci.
È probabile che alcuni briganti, particolarmente innamorati, cercassero di proteggere le proprie compagne dai rischi maggiori, impedendo loro di partecipare ad azioni violente. Infatti, ad altre brigantesse toccavano compiti diversi, come la sorveglianza dei sequestrati, che veniva spesso affidata a due donne insieme a un uomo, e la gestione delle richieste di riscatto. Luisa Mollo, compagna del brigante Vincenzo Barone, si mostrava attivissima nel raccogliere informazioni e predisporre agguati, sapendo presentarsi come vittima perseguitata dal destino quando si trattava di chiedere aiuto ai soldati per farne cadere qualcuno prigioniero. Per incarico dei capi, le donne mediavano inoltre con le famiglie dei sequestrati, un ruolo che ebbe conseguenze pesanti nei processi. Il sottotenente Polvispina, che difese con passione Maria Rosa Martinelli, tentò di far credere ai giudici che le brigantesse dovessero rispondere con la vita non solo della fuga dei prigionieri ma anche dei riscatti mai pagati, sulla base di una dichiarazione attribuita a un’altra brigantessa, un’accusa che la documentazione storica non conferma in alcun modo.
Oltre a essere il campo sessuale dei propri uomini, alle brigantesse veniva riconosciuta la funzione di vivandiere, incaricate della distribuzione del cibo, in una riproduzione della struttura militare da cui molti briganti provenivano. Il loro ruolo però non ricalcava perfettamente quello che avrebbero ricoperto normalmente nelle campagne. Non sempre toccava a loro cucinare, un compito che spettava ai contadini quando la situazione lo permetteva, o agli stessi briganti maschi, non solo per il timore di essere avvelenati, ma perché cucinare insieme era un momento di intensa convivialità, capace di rinsaldare complicità e legami. Presentare le funzioni femminili della banda come puramente domestiche costituiva un forte argomento di innocenza davanti ai giudici, eppure la realtà era diversa. Quando mancavano medici a disposizione, erano ancora le donne a occuparsi della cura dei feriti.
Guerriere quando serviva coraggio, vivandiere quando serviva sussistenza, mediatrici quando serviva diplomazia, curatrici quando mancava ogni altra risorsa. Le fonti che le riguardano restano frammentarie, contraddittorie, spesso filtrate da uno sguardo maschile che oscillava tra ammirazione e condanna, ma proprio in quella frammentarietà si legge la distanza tra ciò che le donne furono davvero nella macchia e ciò che di loro si scelse di raccontare.
Il ruolo delle brigantesse dentro la banda non si può esemplificare attraverso un’unica storia, e nemmeno il ruolo delle donne nella società, di allora come oggi: cambia a seconda della comunità in cui si nasce e delle scelte che ciascuna compie, tra chi si riconosce nel posto che le è stato assegnato e chi, invece, sceglie di uscirne.
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Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.
