Le Signore dell’arte a Carrara 

Sarà visitabile fino a domenica 25 ottobre 2026 la mostra Le signore dell’arte. La parità del talento nell’arte italiana moderna a Carrara, Palazzo Cucchiari. Aperta dal 27 giugno, curata da Massimo Bertozzi, espone opere che offrono uno sguardo di genere sull’universo artistico tra XIX e XX secolo.  
La sede che ospita la mostra, Palazzo Cucchiari, è ormai uno spazio espositivo consolidato a mostre del genere, dopo il successo delle ultime rassegne dedicate al Mare, al Novecento, alla Belle Époque e al Gioco. Lontano dai consueti circuiti delle grandi capitali museali, questo spazio gode di prestiti eccezionali provenienti dalle più importanti collezioni pubbliche italiane, tra cui il Quirinale, la Camera dei deputati, la Banca d’Italia, le Gallerie degli Uffizi di Firenze, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, la Galleria Sabauda di Torino e il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. 
Il periodo preso in esame, seconda metà dell’Ottocento/prima metà del Novecento, è un periodo di grossi cambiamenti, in cui le donne rivendicano un loro posto nella società, e con esso la possibilità di accedere alla formazione, alle accademie, alle esposizioni pubbliche, al mercato. Ma accanto agli avanzamenti si registrano anche forti resistenze, e per molte artiste ancora essere figlie, sorelle, mogli o compagne di un artista rappresenta l’unica porta d’ingresso nel mondo dell’arte, un’occasione che può anche diventare una gabbia. Soltanto in seguito, con il progressivo ampliarsi delle possibilità formative e professionali, il mondo dell’arte diventa accessibile per tutte. 

Centotrentuno tra dipinti e sculture portano la firma di ben quarantadue artiste, cui si aggiungono tre dipinti di Giacomo Balla e quattro lavori di Felice Casorati, per chiarire il contesto culturale entro il quale maturano alcune delle esperienze presentate. La storia delle artiste, infatti, non deve essere considerata una storia parallela alla storia dell’arte italiana, ma ne è parte integrante. Separarla per farne uno studio più approfondito può essere utile per correggere una cancellazione storica, ma l’obiettivo finale deve essere quello di reinserirla pienamente nella narrazione generale. E questa non è l’ennesima mostra sulle “donne artiste”, che rischia di confinarle in un recinto, vuole piuttosto interrogarsi sulle condizioni concrete che hanno permesso loro, più spesso impedito, di dipingere, scolpire e partecipare al mondo dell’arte. Vi si intrecciano molte storie, a cominciare dalle “pioniere”, spesso ricordate solo come figlie, mogli o compagne di altri artisti, che in questo spazio conquistano piena visibilità del loro innegabile talento. Tra loro Amanzia Guérillot (Milano, 1828 – Boffalora sopra Ticino, 1905), figlia di Nicolò Guérillot, primo contabile di Napoleone Bonaparte a Milano, fu una pittrice italiana di origine francese, allieva, amante e successivamente moglie del pittore bresciano Angelo Inganni. Ernesta Legnani (Milano, 1788 – 1859), pittrice e incisora, sposò il genovese Giuseppe Bisi, pittore e professore dell’Accademia, da cui ebbe nove figlie. Personalità diversissime, alcune hanno lavorato dentro la tradizione, altre l’hanno contestata, pittrici intimiste o seguaci dell’avanguardia, scultrici, ritrattiste, paesaggiste, tutte fornite di una “parità di talento”, come chiarisce il sottotitolo della mostra, che però non è stata nel tempo riconosciuta. Guardando le loro opere, viene da chiedersi perché molte di loro siano state così a lungo marginalizzate nei manuali, dimenticate nei depositi dei musei e cancellate nella memoria collettiva, nonostante fossero all’altezza dei loro colleghi uomini. 
Ritorna al pubblico il Ritratto sagomato di Amanzia Guerillot, rimasto invisibile per decenni e restaurato per l’occasione. L’opera, dipinta a metà Ottocento su legno dal marito, Angelo Inganni, e trasformata in un curioso oggetto d’arredo a grandezza naturale, raffigura la donna con un mazzo di fiori. La rara tipologia di ritratto sagomato deriva dalla particolare funzione d’uso: era infatti un fermaporta nell’abitazione degli Inganni stessi. 

Ritratto sagomato di Amanzia Guerillot, Angelo-Inganni, Museo nazionale Scienza e Tecnologia, Milano.

Nella mostra spiccano alcune figure emblematiche. Tra queste Antonietta Raphaël (Kaunas, 1895 – Roma, 1975), moglie di Mario Mafai, prima pittrice e poi scultrice di respiro europeo che con Scipione fondò la Scuola romana. Di lei, che Cesare Brandi definì «l’unica scultrice italiana», si potrà ammirare La Natura morta con chitarra del 1928, che raccoglie in una immagine sintetica tutti gli elementi del mondo poetico della Raphaël: la musica, sua prima grande passione, l’Oriente nei drappi colorati, nei tappeti, nella mezzaluna che appare dietro la finestrella. Il quadretto appeso alla parete non è altro che uno dei ritratti di Mafai; da notare ancora la carta del re di cuori dipinta sulla sinistra.  
Mario nello studio (Omaggio a Mafai) dipinta nel 1966, è un’opera intensa, tributo al marito e collega Mario Mafai, scomparso l’anno precedente.  

Natura morta con chitarra, 1928, collezione privata (sin) – Mafai nello studio, 1966, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma (dex) – Antonietta Raphaël.  

Un altro dipinto da non perdere è l’Autoritratto del 1932 di Adriana Pincherle (Roma, 1905 – Firenze, 1996), proveniente dagli Uffizi. Moglie di Onofrio Martinelli e sorella di Alberto Moravia, si ispirò allo stile post-impressionista di Matisse. Si allontanò dalla mondanità dei salotti romani, e si trasferì a Firenze. Nell’Autoritratto la pittrice posa davanti al cavalletto in un momento di pausa: la tavolozza in una mano, l’altra mano su un fianco. L’immagine è piatta, bidimensionale, il volto allungato sembra rifarsi a Modigliani e il colorismo vivace e brioso deriva dalla Scuola Romana. L’Autoritratto è un genere particolarmente importante per molte artiste del primo Novecento. Rappresentarsi significava, infatti, sottrarsi alla tradizionale posizione di oggetto dello sguardo e concentrarsi invece sull’identità della persona e dell’artista. 

Autoritratto, Adriana Pincherle, 1932, Gallerie Uffizi, Firenze (sin) – Ritratto di Fiorenza Boccalatte, Evangelina Alciati, 1935, Torino, Pinacoteca dell’Accademia Albertina (dex) 

Il Ritratto di Fiorenza Boccalatte, del 1935, di Evangelina Alciati (Torino, 1883 – 1959) raffigura con estremo rigore formale una giovane donna di profilo seduta in un interno impreziosito da un vaso di calle, chiusa nei propri pensieri, indifferente a quanto la circonda. Evangelina Alciati fu l’unica donna ammessa a seguire i corsi dell’Accademia Albertina nel 1899 e fu la prima a conseguire il diploma di professoressa di disegno e pittura. 
Uno dei momenti più affascinanti del percorso riguarda Nella Marchesini (Marina di Massa, 1901 – Torino, 1953), artista legata a Felice Casorati per essere stata sua allieva, ma dotata di una fisionomia poetica del tutto personale. Il Ritratto di Daphne Maugham, scelto come immagine della mostra, insieme a opere come Donna che legge (La Madre), Figure con bambino e Donna che dorme, permette di entrare in una pittura raccolta, sospesa, intimista. La vicinanza a Casorati è evidente come appartenenza a uno stesso clima culturale, ma la sua pittura ha una dimensione più appartata, quasi domestica, dove gli interni, gli affetti e le scene familiari diventano oggetti di una intensa elaborazione formale.  

Daphne Maugham, 1927 ca (sin) – Donna che legge, la Madre, 1927 (dex), Nella Marchesini, Torino, Archivio Malvano Marchesini 

Tra le presenze più magnetiche spicca quella di Leonor Fini (Buenos Aires, 1907 – Parigi, 1996) protagonista di una cultura cosmopolita, che, rifiutando i canoni del Novecento italiano, si spostò a Parigi dove divenne una protagonista della seconda metà del secolo, entrando nel cuore del dibattito surrealista. Di questa eclettica e anticonformista artista vediamo in mostra il Ritratto del giovane scrittore André de Mandiargues, con il quale l’artista ebbe una relazione. André Pieyre de Mandiargues fu senza dubbio uno degli uomini più importanti nella vita di Leonor Fini, anch’egli legato al Surrealismo, e dotato dello stesso senso di libertà di vita e di pensiero. Inquadrata nel suo caratteristico profilo a tre quarti, la figura seduta di André è sontuosamente vestita di verde e oro e drappeggiata con pelle di leopardo. Fini adorava gli abiti, disegnava costumi per il teatro e il cinema. 
Altri nomi interessanti del percorso novecentesco sono Edita Broglio, Genni Mucchi, Luce ed Elica Balla. 
Naturalmente, un progetto così ampio rende inevitabilmente difficile approfondire ogni singola personalità. Ma la mostra non pretende di essere un’enciclopedia della creatività femminile italiana tra Otto e Novecento. È piuttosto una mostra che apre archivi, restituisce dignità a un universo di figure meno frequentate, le cui opere sono spesso rimaste nei depositi delle istituzioni o disperse tra collezioni private. Le riporta in circolazione e soprattutto non cerca un’unica “arte al femminile”, che non esiste. Esistono piuttosto differenze, nonostante condizioni storiche e ostacoli analoghi; esistono diverse forme di accesso alla professione, che dall’Ottocento al Novecento consentono di passare dalla dimensione privata alla scena internazionale, dalla continuità con la tradizione alle aperture più moderne. 

In copertina: dipinto Daphne Maugham (1927 ca.) della pittrice italiana Nella Marchesini (particolare).

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Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.

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