Marija Gimbutas e il simbolismo della Dea Madre 

Le ricerche archeologiche della seconda metà dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento avevano portato alla luce i dipinti delle caverne nella Francia e nella Spagna. Si veniva finalmente a sapere dello stupefacente mondo del paleolitico: scene di animali, figure umane durante la caccia e segni astratti in rosso e nero con cavalli, bisonti, tori e cervi, tutti di grandi proporzioni. 

La grotta di Lascaux. Tratta dagli archivi della biblioteca di Vrublevskiai dell’Accademia delle Scienze della Lituania.

La Venere di Willendorf, forse la più famosa tra le statuette preistoriche, era stata scoperta nel 1903 in Austria; il periodo a cui si riferisce è chiamato età della Roccia Madre, ossia il tempo delle origini, quando la caverna era sentita dal popolo dei cacciatori e delle raccoglitrici, come un utero materno da cui tutto nasce e a cui tutto ritorna. A scuola ci hanno insegnato che la Storia inizia con l’invenzione della scrittura, ma l’alfabeto inventato dai Fenici non è nato dal nulla, bensì trasformando i simboli archetipici dell’età della Roccia Madre. 

Segni della Old Europe, 5000-4000 a.C. Tratta dagli archivi della biblioteca di Vrublevskiai dell’Accademia delle Scienze della Lituania.

Statuette e reperti femminili neolitici sono emersi da luoghi destinati all’abitazione, al santuario e al rito funerario. Di queste, nella Vecchia Europa, ne è stata grande scopritrice e interprete Marija Gimbutas, fondatrice dell’archeomitologia, che intuì l’esistenza di un linguaggio della Dea, presente fino all’affermarsi politico del patriarcato e all’esclusione delle donne dalla gestione del sacro e dalla produzione del simbolico. «Non propongo di resuscitare i tempi remoti, ma di studiarli e trarne tutto ciò che c‘è di meglio per trasferirlo nell’oggi. Abbiamo bisogno di un legame con la terra, le piante e gli animali ed è questa la cultura dell‘Europa Ancestrale»: così ci diceva Maria Gimbutas. 

Marija Gimbutas anni ’70. Tratta dagli archivi della biblioteca di Vrublevskiai dell’Accademia delle Scienze della Lituania.

Era nata il 23 gennaio del 1921 a Vilnius, in Lituania. Il padre era originario della regione Žemaitija, medico di professione e ricercatore della storia del suo Paese, impegnato nel movimento della Rinascita nazionale, nella difesa della lituanità. La madre, oftalmica, fu la prima scienziata lituana a discutere, nel 1908, una dissertazione universitaria nell’Europa Occidentale all’Università di Berlino, dove ricevette il grado di dottorato di ricerca; la sorella della madre, Julija, era medica e attivista politica. 
Marija già da piccola era molto curiosa e abile: ancora prima di andare a scuola sapeva già leggere e all‘età di otto anni frequentava il ginnasio. Fu inserita in una scuola liberale, organizzata da sua madre, ispirata alle idee pionieristiche di Maria Montessori, che ampliò l’indole creativa della bimba e stimolò il naturale amore per l’apprendimento, aumentando il senso di responsabilità e di autonomia; il clima in casa sua era culturalmente vivace e spesso incontrava anche le celebrità di quei tempi.
All’età di dieci anni Marija e la madre si trasferirono a Kaunas, mentre il padre rimase in una Vilnius occupata dai polacchi. Qualche anno dopo suo padre morì all’improvviso. In seguito Marija Gimbutas affermerà che la perdita del padre aveva inciso sulla sua scelta di diventare archeologa: le prime ricerche erano legate ai riti ancestrali della sepoltura e agli studi sulla morte, poiché a lei premeva capire cosa succedesse dopo la fine della vita. Gli studi sui riti funerari erano legati a un mondo precristiano e, poiché la Lituania fu l’ultimo Paese europeo a essere cristianizzato, era ancora facile imbattersi in cimeli e simbolismi antichi, spesso esprimenti la gratitudine per la vita. Il popolo contadino aveva adottato i nuovi simboli, senza però dimenticare quelli vecchi che furono assorbiti via via nel corso dei secoli.
Nei primi anni ’40 Gimbutas fece studi etnografici sul folklore nelle zone di Kaunas e Vilnius di cui rimane la raccolta di canti popolari che registrò nelle case delle contadine e che ora è conservata nel museo di Vilnius. 

Marija e il marito verso i villaggi per la registrazione dei canti popolari. Tratta dagli archivi della biblioteca di Vrublevskiai dell’Accademia delle Scienze della Lituania.

Fuggì dalla Lituania occupata dai sovietici nel ’44 e a Tubinga nel 1946 ottenne un dottorato con la tesi intitolata Sepolture in Lituania in tempi preistorici. La sua formazione fu interdisciplinare e incluse linguisticaetnologia e storia delle religioni. Fu, in particolare, curiosa di scoprire, a livello antropologico e filologico, il motivo per cui la lingua lituana avesse così tante connessioni con il sanscrito. 
Nel 1941 aveva sposato l’architetto e attivista della stampa lituana Jurgis Gimbutas con cui ebbe tre figlie. Alla fine della Seconda guerra mondiale, dalla Germania Ovest nel 1949 si trasferirono, come rifugiati, a Boston negli Stati Uniti. Poiché alle donne non era consentito lavorare in università, pur avendo il dottorato di ricerca, dovette fare la sarta e le pulizie negli alberghi. Alla fine venne assunta all‘Università di Harvard e all’annesso museo per la sua vasta conoscenza delle lingue europee: unica archeologa ad avere una preparazione interdisciplinare in storia delle religioni, etnologia, studi linguistici. 
La svolta nella sua carriera scientifica avvenne nel 1956, quando venne pubblicato il suo libro in lingua inglese sulla preistoria dell’Europa dell’Est, e poi, qualche anno dopo, l’opera scientifica sul simbolismo nell’arte popolare lituana. Sempre in questo stesso anno Marija Gimbutas formulò l’ipotesi dei kurgani, con la quale ambiva a spiegare la provenienza degli indoeuropei. Secondo questa ipotesi, nella steppa di Ponto (un vastissimo territorio che si estende fra Ucraina, Russia e Kazakistan)
abitavano i kurgani, popolo nomade di cacciatori che parlavano la lingua preindoeuropea e che, all’inizio del III sec. a.C., si erano espansi in tutta la steppa del Ponto e dell’Europa dell’Est.
La studiosa aveva creato il concetto di Europa Ancestrale (7000-3500 a.C.) popolata da una società pacifica matriarcale, o per meglio dire matrifocale, che venerava la Dea Madre, ossia la personificazione della Terra e della natura. Per questa società, dove il ruolo della donna non era represso e vi era la valorizzazione della vita umana, erano importanti l’arte e i valori non materiali. La caduta di questa società fu dovuta ai popoli indoeuropei, con l’invasione dei kurgani. Questa sua ipotesi, in ambiente accademico, venne accolta con scetticismo, anche se avvalorata dalla ricerca genetica. Nonostante le critiche, la ricercatrice continuò i suoi studi non solo sulla cultura dell’Europa Ancestrale, ma anche su quella baltica. Venne scelta come ricercatrice alla Harvard University e nel 1963 le venne offerta la cattedra di Archeologia all’Università di Los Angeles
Nel 1967 presentò all’Occidente il mondo antico balcanico nel libro I Baltici. La sua ricerca multidisciplinare ha ampliato i confini del suo campo di studi e tutto il lavoro della sua vita l’ha portata a tracciare una nuova storia delle origini dello sviluppo culturale europeo. 

Gli scavi di Scaloria, in provincia di Foggia. Tratta dagli archivi della biblioteca di Vrublevskiai dell’Accademia delle Scienze della Lituania.

Fondamentali per l’evoluzione della sua visione furono le campagne di scavo avvenute dal 1967 al 1980 nel bacino del Danubio, in Grecia e in Puglia, che le permisero di indagare sulla cultura europea precedente all’influenza indoeuropea, periodo che lei definisce come Old Europe. Possedeva grandi doti intuitive e, attraverso questi scavi, vennero rinvenuti più di duemila manufatti, tra cui centinaia di statuette in pietra, avorio e terracotta di figure femminili, databili dal 6300 al 2000 a.C., cui andavano trovate delle relazioni perché non vi era nulla nella letteratura che spiegasse cosa si aveva sotto gli occhi. 

Statuetta ritrovata negli scavi, detta donna serpente, che si rinnova come un serpente. Tratta dagli archivi della biblioteca di Vrublevskiai dell’Accademia delle Scienze della Lituania.

Attraverso un ostinato e instancabile lavoro di classificazione e codificazione, riuscì a descrivere i tratti salienti della struttura simbolica dell’Antica Europa, dove predominavano manifestazioni spirituali sia per la figura della grande Dea partenogenetica che per la celebrazione della vita. Marija scoprì che i popoli arcaici utilizzavano un complicato simbolismo religioso, che la forma femminile rifletteva la centralità delle donne nella vita culturale e religiosa. Le immagini di Dee femminili e Dei maschili, sia antropomorfi che zoomorfi, esprimevano una partecipazione sacra nei grandi cicli naturali di fertilità, nascita, morte e rigenerazione, dove la concezione del tempo era intesa in modo ciclico e non lineare. Questa civiltà non conosceva l’uso delle armi, pur avendo già sviluppato la metallurgia. Gli insediamenti erano posti in pianura e lungo i corsi d’acqua; nelle sepolture non vi erano distinzioni di rango: se ne deduce quindi che fosse una società tendenzialmente egualitaria. (fotostatuette di donne in cerchio per un rito sacro

La cultura successiva fu meno avanzata di quella più antica. I temi principali relativi a queste ricerche su arte, simbologie e religione dell’Europa Antica sono contenuti nel libro Il Linguaggio della Dea del 1989 il cui scopo è quello di presentare l’iconografia della grande Dea dell’Europa Antica con i segni, i simboli e le immagini della Divinità, presente in tutta la natura. Alle varie dee si associa un sistema di segni geometrici e astratti che non erano semplici decorazioni, ma segni del sacro, legati alla vita: il triangolo e la V (chevron), segno sacro stilizzazione del pube, la linea tripla, la X raddoppiamento della V, meandri, puntini, coppelle, labirinti, zig zag… 

Il linguaggio della Dea. Tratta dagli archivi della biblioteca di Vrublevskiai dell’Accademia delle Scienze della Lituania.
Una pagina con i simboli del sacro. Tratta dagli archivi della biblioteca di Vrublevskiai dell’Accademia delle Scienze della Lituania.

La visione di Marija Gimbutas ha provocato una spaccatura nel mondo accademico e anche fuori di esso e ha fortemente influenzato il pensiero femminista e i movimenti ecologisti. Secondo Gimbutas furono le ondate Kurgan che hanno portano alla dissoluzione di questo complesso culturale fra 4400 a.C. e 3000 a.C. Erano guerrafondaie, patriarcali e organizzate gerarchicamente, con riti di sepoltura legati a strutture a capanna di legno o pietra, coperte da un basso tumulo di pietre o da una collinetta di terra. Il Grande merito di Gimbutas è di aver riportato alla luce la presenza femminile nella visione del sacro
Nel 1991 uscì il suo ultimo libro, La civilizzazione della Deaselezione illustrata di tutta la sua opera che presenta i modi di abitare, la cultura materiale, la struttura sociale, la religione e segni sacri delle prime società agricole in Europa. Sempre nel 1991 Maria Gimbutas fu eletta come membro estero dell’Accademia delle Scienze della Lituania e membro d’onore dell’associazione degli archeologi della Lituania; va sottolineato che nel mondo il 70% degli archeologi sono donne. A Marija Gimbutas sono stati intitolati diversi dottorati d’onore nelle Università. 
Grazie all’attività del fratello di Maria Gimbutas, nel 1994 venne istituita la fondazione in sua memoria presso la biblioteca dell’Accademia delle Scienze della Lituania nel Dipartimento delle stampe rare, nella quale è raccolto quasi tutto il suo patrimonio scientifico. 
Nel 1993 il regista Algirdas Tautvydas ha realizzato un film documentarioritratto su Marija Gimbutas. Nel 2003 la regista Donna Read, insieme all’attivista e autrice del neopaganesimo Starhawk, ha realizzato un documentario sulla vita e sull’attività di Marija Gimbutas Signs Out of TimeThe Story of Archeologist Marija Gimbutas. In questi documentari Marija Gimbutas ha incitato i lituani a non tagliare il legame con la terra natale, con la memoria del popolo, a non dimenticare le proprie radici e a comprendere la forza della propria cultura. Per tutta la vita è stata un esempio reale di come grazie alla volontà e all’impegno si può raggiungere importanti traguardi. La sua dedizione e i suoi tempi di lavoro erano stupefacenti. Anche se malata, ha scritto i suoi ultimi tre libri, lavorando dodici ore al giorno senza lamentarsi. Impressionava sempre con la sua energia e capacità di celebrare la vita in ogni circostanza. Si è spenta a Los Angeles il 2 febbraio 1994. 

Statuette di donne in cerchio per un rito sacro. Tratta dagli archivi della biblioteca di Vrublevskiai dell’Accademia delle Scienze della Lituania.

Vedi anche

The World of the Goddess – Marija Gimbutas  
Signs out of time, the story of archeologist Marija Gimbutas 

Laboratorio: cosa suscita in noi la teoria sostenuta da Gimbutas? Le sue scoperte possono rappresentare una base per un cambiamento in ambito sociale e nella relazione tra i sessi nella società attuale? Come è possibile un superamento del patriarcato?  

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Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne nei vari campi culturali. Realizza attività presso l’associazione Il labirinto del dragoncello, di cui è presidente, e cura il percorso filosofico Panta rei a Merlino (LO).

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