Centro Stoico. La fotografia che ricorda un tempo possibile

Lenta, rapida, impercettibile: l’estate è la stagione che più di tutte segna lo scorrere del tempo, dell’età, della vita che invecchia: dai mesi lunghi e lenti dell’infanzia alla frenesia delle due settimane di ferie della vita adulta, vissute senza neanche una disconnessione totale. Vacanze quasi divorate, consumate di corsa tra la voglia di riposo e quella di evadere da una routine opprimente. Non so se siano i nostri tempi a modificare i luoghi o se questi ultimi ne siano i direttori; sta di fatto che l’immaginario delle vacanze estive di un paio di decenni fa non esiste più, travolto da un turismo sempre più mordi e fuggi o da una vita sempre più frenetica. L’età adulta, l’essere genitore o, più in generale, la società che ci circonda sembrano aver trasformato anche la nostra percezione della bella stagione. Così, tra l’attesa di quelle due settimane e l’ansia di averle già consumate, ci si inventa gite fuori porta, in posti da scoprire per la prima volta o da riscoprire con gli occhi nuovi di un bambino o una bambina alle sue prime esperienze: a volte adattandosi a tempi moderni e ritmati, altre immergendosi in tempi fermi. Borghi e paesi delle zone interne malati di oblio, agghindati per feste solitarie, per le sagre della dimenticanza, per il festival del silenzio. Quelle “piccole città” narrate magistralmente da Francesco Guccini, maestro e compagno di tante vite, che evocano estati come quella raccontata benissimo da Margherita Spampinato nella sua opera prima, Gioia mia. Perché, chissà, forse un tempo l’estate anche nel piccolo borgo di Oscata, frazione di Bisaccia in provincia di Avellino, scorreva molto più veloce: le strade e i vicoli pullulavano di gente, ragazzi e ragazze, cibo, e le giornate finivano tardi. Ci si godeva la frescura e il riposo dopo ore calde trascorse nei campi assolati, nelle botteghe umide, nelle cucine infuocate. Forse c’era chi si rilassava con accampamenti improvvisati davanti agli usci finalmente spalancati delle case, chi consumava bevande e cibi freschi davanti al bar della piazza, chi approfittava delle teglie cucinate nel forno di comunità per scambiare chiacchiere e pettegolezzi. Forse c’era anche chi, con un’orchestrina improvvisata, cantava il proprio amore alla futura sposa che, vanitosa, si mostrava timida alla finestra. Sicuramente, un tempo, nelle strade di questo borgo scorrevano vita, speranza e futuro. Immagino ci fosse pure chi metteva la Tv all’aperto per seguire il mondiale di calcio americano, quando ancora era un vero rito collettivo: Franco Baresi, una delle ultime bandiere di un calcio fatto di appartenenza e romanticismo, guidava stoicamente la nazionale italiana in un mondiale afoso, privo di hydration break e di futili spettacoli conditi da super spot. Qualcuno, tornato per la villeggiatura estiva, approfittava delle partite per raccontare la vita avveniristica d’America, solleticando i sogni delle giovani vite di provincia. Poi, quelle giovani vite di provincia hanno creduto ai sogni americani, inglesi, australiani o, più semplicemente, settentrionali. La piccola comunità è diventata un’anziana vedova, sempre più sola e intrappolata nella propria malinconia.

Centro storico. Foto di Giuseppe Formiglio

Oscata oggi conta una ventina di abitanti. E così, dall’estate frenetica pugliese, mi ritrovo nel vuoto di un ricordo. Quel vuoto che Centro Stoico, un progetto di arte paesologica del fotografo Giuseppe Formiglio, solletica, accarezza, illumina e documenta, affinché non diventi dimenticanza. L’installazione è una mostra fotografica permanente, composta da ritratti di vita quotidiana a grandezza naturale, immortalati da foto antiche o da momenti del passato collocati in contesti moderni. L’intento dell’artista è quello di accendere un faro sullo spopolamento delle zone interne e sul progressivo snaturamento di questi luoghi, intrappolati tra storytelling costruiti da fugaci consumatori e consumatrici e una fine che pare inesorabile.
Quelle immagini in bianco e nero, che riportano calore sulle mura fredde del borgo, provano a riaccendere la luce della coscienza sull’identità culturale dei luoghi, «a risvegliarne la memoria collettiva per creare nuove relazioni». Come burattini con la celata speranza di diventare reali, le sagome ripopolano affacci e usci impolverati o murati, spiano il mondo che corre verso la costa o verso altri Paesi.

Centro storico. Foto di Giuseppe Formiglio
Centro storico. Foto di Giuseppe Formiglio

L’arte di questo progetto non racconta la realtà: la immagina o la ricorda, la anticipa o la cristallizza, a seconda dello sguardo che la incrocia. «Attento che se cadiamo ci facciamo male» ripeto al mio bambino che muove i suoi passi incerti tra i vicoli intricati e le scalinate diroccate. E subito penso a quanto sia profonda un’affermazione buttata lì quasi per caso: anche se a camminare e a cadere è uno solo, il rischio di farsi male è al plurale. Perché a rischiare di cadere è qualcosa di fragile, di bello, di amato: una speranza, un equilibrio impossibile tra un futuro che corre e un passato che si allontana. Quelle figure in chiaroscuro, saggiamente posizionate per raccogliere i vari angoli di luce solare, ci ricordano una realtà che vuole ribellarsi allo spopolamento, ma pure a quella visione stereotipata raccontata o cantata molte volte, fatta di futuri aridi in south working o improbabili rinascite da vuota cartolina. Per ridare vita a queste zone c’è bisogno di ripensare il sistema produttivo, di tornare a immaginare un Paese lontano da slogan e campagne elettorali.


Giuseppe Formiglio, affiancato dall’associazione Oscata inVita, con il suo racconto fotografico ci costringe a uscire dalla narrazione e a entrare in una realtà sospesa: il Meridione e le aree interne non sono il tempo “lento”, non sono la fuga in luoghi ameni e rurali. C’è in ballo molto di più. Ci sono luoghi che erano centri, fulcri di comunità vivaci, e che sono stati spinti a essere periferia della periferia, che hanno perso la cura. E che, tuttavia, provano a resistere stoicamente al tempo e alle intemperie, perdendo qualche pezzo, modificandosi, ma lasciando vivo un segno, come quelle sagome o come le estati che si infiammano e offrono sempre meno spazio alla “vacanza”. Giuseppe ci accompagna in un tour che oltrepassa la percezione del tempo, mostrandoci l’Archivio documentale fotografico, altro tassello di questo lavoro di recupero. Non so se i luoghi modifichino il tempo o viceversa, o se la mia sia solo malinconia di estati andate e spensierate; forse anche i tempi narrati da Giuseppe e da chi ha deciso di rimanere a Oscata sono solo racconti di antichi riti e abitudini. So però che quei luoghi e quei tempi sono pieni di voglia di futuro, di progetti, di sogni che prendono slancio dallo sguardo di un fotografo che immortala ciò che ancora può essere. Le due figure che giocano a nascondino ci salutano, alla ricerca di altra gente che dal mondo arrivi a Oscata, vogliosa di liberare sé stessa e ogni persona.

Sasy Spinelli con Diego

In copertina: scatto del fotografo Giuseppe Formiglio.

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Articolo di Sasy Spinelli

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Nato a Foggia, sul finire degli anni ’80, ha sempre avuto una passione per le seconde opportunità: per il riciclo creativo di oggetti, per il trapianto di piante e fiori, per l’inclusione di persone ai margini dei contesti sociali.  Laureato in Economia con una tesi sul microcredito, intreccia percorsi di ricerca per l’innovazione sociale, perseguiti anche all’interno dell’associazione Libera, con il suo interesse per la scrittura e la lettura in prosa e in versi.

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