Dentro il Castello di Gioia del Colle

Situato nel cuore di Gioia del Colle, cittadina in provincia di Bari, il Castello normanno-svevo è il risultato di un’armoniosa convergenza di stili architettonici e artistici: pre-normanno, normanno e svevo.
Le sue prime fondamenta hanno origine nel IX secolo, sotto il dominio bizantino: la struttura si presentava semplicemente come una cinta muraria rettangolare situata a nord, concepita come riparo d’emergenza per la popolazione locale. Con l’avvento dei Normanni, l’edificio conobbe un’importante fase di espansione, quando nel 1108 Riccardo Siniscalco ne ampliò la superficie estendendo il cortile verso meridione, protetto da una nuova cinta muraria, e fece erigere l’imponente Torre De’ Rossi nell’angolo a sud-ovest. Più tardi, il re Ruggero II d’Altavilla arricchì ulteriormente la struttura con due torri negli angoli a nord-est e a nord-ovest, purtroppo a noi non pervenute. Questa stagione di splendore si interruppe però con Guglielmo I, detto “il Malo”, che per reprimere con fermezza le rivolte baronali rase al suolo la fortezza e la città, nel corso di una violenta campagna punitiva che devastò numerosi centri pugliesi.

Una delle torri del castello, vista dal suo cortile interno

Bisogna attendere il 1230 circa per assistere al definitivo rinnovamento dell’edificio da parte di Federico II di Svevia (1194-1250), il celebre Puer Apuliae, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia dalla sconfinata cultura e dai gusti raffinati. Fu lui, nipote di Federico Barbarossa e figlio dell’imperatore Enrico VI e di Costanza d’Altavilla, a trasformare radicalmente la fortezza conferendole una pianta quadrangolare bilanciata da quattro torri angolari, tra cui la Torre Imperatrice nell’angolo a sud-est.
L’intervento federiciano riorganizzò anche gli spazi interni: le murature del cortile vennero adibite a magazzini, scuderie, stalle e alloggi per la servitù al piano terra, mentre il piano nobile superiore fu riservato alle sfarzose sale di rappresentanza e agli ambienti residenziali. Oltre a svolgere la funzione di presidio militare e difensivo, la rocca divenne una delle dimore predilette dal sovrano durante le sue frequenti battute di caccia in territorio pugliese. La sua straordinaria passione per i castelli non si limitò al complesso di Gioia del Colle, ma lo portò a promuovere l’edificazione di numerose altre fortezze lungo tutta la regione: dalle strutture affacciate sull’Adriatico come quelle di Bisceglie, Trani e Barletta, fino al sito di Andria e al famoso Castel del Monte, la cui iconica pianta ottagonale fu forse tracciata dall’imperatore in persona, a testimonianza della sua eccezionale sensibilità estetica e geometrica.

Trono nel Castello di Gioia del Colle

Proprio in questo frangente temporale, verso la metà del XIII secolo, la storia del Castello di Gioia del Colle si intrecciò con quella di Bianca Lancia, figura femminile avvolta nei secoli dalle ombre di un’amara leggenda. Era una nobildonna piemontese, nata ad Agliano all’inizio del Duecento dal conte Bonifacio I d’Agliano. Della sua giovinezza e della sua vita prima dell’incontro con il giovane sovrano non si sa nulla, poiché la Grande Storia le ha concesso visibilità quasi esclusivamente in relazione alla figura dell’imperatore. Tra il 1225 e il 1230 le loro strade si incrociarono per la prima volta, sebbene non sia chiaro il luogo preciso: forse durante un itinerario di ricognizione compiuto dal sovrano tra i comuni imperiali del Nord Italia, o forse a Lagopesole o a Brolo, presso Messina, dove la famiglia d’Agliano si era stabilita in cerca di fortuna.
Fin dal primo istante, l’imperatore — allora trentenne — rimase profondamente affascinato dalla giovane Bianca, quindicenne, innocente e ignara. Nonostante fosse all’epoca già sposato con Isabella di Brienne, pur di conquistare il suo cuore Federico arrivò a fingersi vedovo, dando così inizio a un legame profondo e tormentato che avrebbe per sempre scalfito la memoria di questo luogo. Nonostante le numerose amanti e la ricca discendenza illegittima che ne affollava la corte, la passione di Federico II per Bianca Lancia fu talmente travolgente da convincere la giovane a seguirlo tra le varie residenze imperiali. La loro relazione proseguì per diversi anni nella clandestinità, pur senza rimanere del tutto nascosta agli occhi del mondo: dall’unione nacquero infatti due figlie e un figlio, ovvero Costanza (1230-1307) — futura sposa del duca e imperatore d’Oriente Giovanni III—, Manfredi (1232-1266) — futuro erede — e Violante (1233-1264) — sposa del conte di Caserta, Riccardo Sanseverino.

Nel 1246, dopo la scomparsa della terza moglie Isabella d’Inghilterra, l’imperatore fece dono a Bianca dell’Honor Montis Sancti Angeli, il Castello di Monte Sant’Angelo nel foggiano, una dimora da sempre riservata alle regine. Bianca, tuttavia, era ormai provata nel corpo e nello spirito dal forte desiderio di riscattare la propria posizione, legittimare la prole e unire finalmente le loro vite con un matrimonio ufficiale. Federico II acconsentì alle sue suppliche prendendola in sposa ed elevandola così al rango di imperatrice, ma questo sogno svanì nel giro di pochissimi giorni.
Le fonti storiche su questo evento rimangono ampiamente discordanti. Da un lato, la Chronicadi Salimbene de Adam colloca le nozze molto più tardi, in punto di morte dell’imperatore verso la fine del 1250. Dall’altro, il cronista inglese Matteo Paris racconta che fu la stessa Bianca, sentendosi vicina alla fine, a supplicare il sovrano di sposarla per dare legittimità al figlio Manfredi, fino ad allora tenuto al riparo dagli sguardi di corte. Pur in assenza di documenti ufficiali che ne attestino il rito nuziale, il legame venne consacrato dagli atti reali: Manfredi — straordinariamente simile al padre nella tempra come nella vastità culturale — fu regolarmente incluso nel testamento imperiale, spianandogli la strada verso il trono di Sicilia.
Accanto alle notizie storiche, la leggenda attorno a Bianca Lancia arricchisce la vicenda di sfumature fosche e drammatiche. Si narra che a corte le invidie avessero alimentato maldicenze e sotterfugi volti a incrinare l’unione dei due amanti. Federico II si lasciò travolgere dal sospetto, cedendo a una gelosia morbosa: le visite si fecero sempre più rare e furtive, finché la donna non venne gradualmente isolata.
La situazione precipitò durante la seconda gravidanza di Bianca. Preso da una cieca furia e convinto di non essere il padre del nascituro, l’imperatore la accusò apertamente di adulterio e la fece rinchiudere nelle prigioni del Castello di Gioia del Colle, in quell’ambiente che da allora avrebbe preso il nome di Torre dell’Imperatrice.
Avvolta nel silenzio e consumata dal dolore, Bianca diede alla luce il piccolo Manfredi nella più totale solitudine. Offesa nell’onore da un affronto così ingiusto, la nobildonna si recise i seni e li fece recapitare su un vassoio d’argento al sovrano, insieme al neonato. Morì, sofferente, poco dopo. 
Bianca decise, infine, per sé stessa, urlò la sua innocenza fino all’ultimo respiro e mise in atto un gesto estremo, un atto di ribellione contro la cieca violenza e l’oppressione del potere patriarcale dell’epoca. Nonostante avesse dedicato la sua intera esistenza all’amore per Federico II, ciò che le venne restituito fu soltanto isolamento e prevaricazione.
Oggi, questa tragica vicenda in bilico tra documento e memoria popolare continua a risuonare tra le pietre del Castello di Gioia del Colle: si racconta, infatti, che dalle finestre dell’alta torre si possano sentire i suoi lamenti. Bianca Lancia fu una donna che rimase a lungo nell’ombra della Grande Storia, il cui nome e la cui identità meritano di essere raccontati con una consapevolezza nuova.

In copertina: cortile interno del Castello normanno-svevo di Gioia del Colle.

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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).

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