Per qualche ragione abbiamo imparato a pensare agli abissi come a un luogo vuoto, un fondale nero, remoto, immobile, abbastanza lontano da poter essere relegato nel reparto dell’ignoto. Sappiamo che gli abissi esistono, ma li collochiamo mentalmente fuori dal nostro mondo: forse perché tremila metri di acqua sono una distanza difficile perfino da immaginare, o forse perché, come spesso accade, ciò che non vediamo possiede uno straordinario talento nel sottrarsi anche alle nostre responsabilità. Il problema è che questi spazi non sono affatto vuoti e, soprattutto, non sono lontani quanto ci piace credere. La puntata di Considera l’armadillo, condotta da Cecilia Di Lieto, parte proprio da qui, insieme all’ecologo marino Roberto Danovaro, ospite del programma per presentare il suo libro Abissi. L’ultima frontiera, pubblicato da Mondadori. Il titolo potrebbe far pensare all’ennesima epopea dell’esplorazione umana, ma nel corso della conversazione la parola frontiera assume progressivamente un significato meno romantico. Perché ogni volta che l’essere umano scopre una nuova frontiera, prima o poi diventa un allettante orizzonte di profitto.
Danovaro chiarisce innanzitutto di cosa stiamo parlando: la zona abissale comincia grossomodo intorno ai tremila metri e arriva fino a circa seimila, una definizione coerente con quella adottata anche dalla Noaa e dalla Woods Hole Oceanographic Institution. A quelle profondità la luce solare non arriva, la pressione diventa proibitiva per il corpo umano e l’esplorazione dipende da sommergibili, robot filoguidati e veicoli autonomi. Nella puntata Danovaro ricorda efficacemente il paradosso: siamo riusciti a camminare sulla Luna, mentre nessuna persona può semplicemente indossare uno scafandro e passeggiare a quattromila metri sotto la superficie marina. Per lungo tempo questa difficoltà di accesso ha alimentato una fantasia: se quasi nessuno poteva arrivarci, laggiù probabilmente non doveva esserci poi molto. Le pianure abissali sono state infatti immaginate come deserti oceanici, mentre le esplorazioni degli ultimi decenni hanno restituito un quadro completamente diverso, popolato da comunità biologiche adattate a condizioni che, dal nostro punto di vista, sembrerebbero incompatibili con la vita.
Ed è già interessante il pronome: nostro. Negli abissi esistono organismi capaci di vivere senza luce, ecosistemi alimentati da processi che non dipendono dalla fotosintesi e comunità che prosperano attorno alle sorgenti idrotermali utilizzando composti chimici che per moltissime altre forme di vita risulterebbero tossici. Danovaro ricorda nella puntata anche le ipotesi secondo cui proprio ambienti simili potrebbero aver avuto un ruolo nell’origine della vita sul pianeta. La scoperta forse più destabilizzante, dunque, non riguarda qualche mostro marino alla Jules Verne, ma il fatto che la vita non abbia alcun obbligo di organizzarsi secondo le condizioni che noi consideriamo normali. Nel corso dell’intervista compare, per esempio, Alvinella pompejana, il celebre verme associato alle sorgenti idrotermali del Pacifico, proprio nel momento in cui si parla di organismi capaci di vivere in condizioni estreme e di sistemi biologici che stanno già offrendo modelli alla ricerca tecnologica. Compare la biomimesi, cioè lo sviluppo di soluzioni tecniche ispirate alle forme e alle strategie del vivente: osserviamo gli organismi degli abissi perché hanno risolto problemi che la nostra ingegneria sta ancora cercando di comprendere. Ed ecco il primo cortocircuito. Scopriamo un ecosistema sconosciuto e la meraviglia dura pochissimo prima di trasformarsi in: «A cosa può servirci?». È quasi impressionante la velocità con cui riusciamo a tradurre una nuova forma di vita nel vocabolario dell’utilità e del ricavo. Sia chiaro: non è un’accusa alla ricerca scientifica, naturalmente. Comprendere un organismo e studiarne le proprietà non equivale automaticamente a sfruttarlo; il problema nasce quando il valore di ciò che scopriamo sembra diventare socialmente leggibile soltanto dopo che siamo riusciti ad assegnargli una funzione economica. Un ecosistema deve produrre qualcosa per meritare attenzione? Una specie diventa importante perché esiste o perché contiene una molecola brevettabile o economicamente sfruttabile?
La questione diventa ancora più difficile da eludere quando dalla biodiversità si passa al clima. Gli oceani hanno assorbito oltre il 90% del calore in eccesso accumulato dal sistema climatico e svolgono quindi una funzione decisiva nel rallentare il riscaldamento atmosferico. Nella conversazione Danovaro utilizza un’immagine molto semplice: gli abissi sono parte del grande «climatizzatore» del pianeta. Le masse d’acqua profonde immagazzinano calore, partecipano alla circolazione oceanica e influenzano ecosistemi situati molto più vicino a noi di quanto la parola abisso suggerisca. Anche alterazioni apparentemente piccole assumono un peso enorme in ambienti caratterizzati da una stabilità durata tempi evolutivi immensamente più lunghi dei nostri.
Dire che quanto accade a tremila metri di profondità non ci riguardi sarebbe senza dubbio errato. Eppure proprio mentre iniziamo a comprendere quanto questi ecosistemi siano complessi, stiamo valutando come trasformarli in miniere. Sui fondali oceanici si trovano noduli polimetallici ricchi di manganese, nichel, rame, cobalto e altri elementi diventati strategici per batterie, elettronica e transizione energetica. È qui che il sottotitolo del libro di Danovaro, L’ultima frontiera, acquista la sua forza. Gli abissi diventano una nuova geografia della competizione internazionale: un luogo difficilissimo da raggiungere per la maggioranza dell’umanità e perfettamente raggiungibile, invece, da Stati, compagnie e soggetti che possiedono capitali e tecnologie sufficienti. Durante la puntata Danovaro descrive senza mezzi termini il rischio rappresentato dai giganteschi mezzi progettati per raccogliere i noduli dal fondale, macchinari destinati a percorrere il sedimento e rimuovere ciò che incontrano lungo il tragitto. E qui il deep-sea mining (processo di estrazione mineraria dai fondali) potrebbe risultare persino riduttivo. Vista da vicino, l’operazione assomiglia molto all’industrializzazione di ecosistemi di cui non conosciamo ancora pienamente specie, relazioni e tempi di recupero. Non si tratta più, peraltro, di un timore astratto: uno studio pubblicato su Nature Ecology & Evolution, relativo a un test industriale effettuato nel Pacifico a 4.280 metri di profondità, ha osservato nelle tracce lasciate dal mezzo minerario una diminuzione del 37% della densità della macrofauna e del 32% della ricchezza di specie nei campioni analizzati poco dopo il disturbo. Altre ricerche stanno studiando anche gli effetti delle nubi di sedimento e degli scarichi associati all’attività estrattiva sulle reti alimentari della colonna d’acqua.
A questo punto possiamo ancora accettare che il primo quesito sia come rendere sostenibile l’estrazione? Prima ancora viene da chiedersi se esistano condizioni nelle quali un’attività industriale di questa scala possa davvero essere definita tale in ecosistemi profondi, lentissimi e ancora scarsamente conosciuti. Sostenibile è una parola rassicurante ma talmente disponibile all’utilizzo da poter accompagnare ormai quasi qualsiasi attività umana: abbiamo imparato a estrarre in maniera sostenibile, consumare sostenibilmente, crescere sostenibilmente e persino distruggere in maniera sostenibile.
A un certo punto la faccenda diventa inevitabilmente politica perché una parte enorme degli oceani si trova oltre le giurisdizioni nazionali. Il 17 gennaio 2026 è entrato in vigore il trattato delle Nazioni Unite sulla biodiversità marina nelle aree oltre la giurisdizione nazionale, il cosiddetto BBNJ Agreement o High Seas Treaty, frutto di quasi vent’anni di negoziati; il trattato introduce strumenti per le aree marine protette, valutazioni di impatto ambientale, condivisione dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine e trasferimento di tecnologie. È un passaggio importante, ma non può essere raccontato come se avesse improvvisamente messo gli abissi al sicuro. Il sistema di governo dell’oceano rimane frammentato e l’estrazione mineraria nei fondali internazionali ricade nel mandato dell’International Seabed Authority, che ancora nel 2026 sta negoziando il cosiddetto Mining Code, il quadro regolatorio destinato a disciplinare un’eventuale attività commerciale. Il BBNJ, inoltre, prevede coordinamento con gli organismi internazionali già esistenti senza sostituirne automaticamente le competenze.
Insomma, la firma di un trattato non risolve il problema fondamentale: chi decide che cosa possiamo fare di un luogo che appartiene, almeno formalmente, all’umanità intera? È uno dei passaggi più interessanti dell’intervista: Danovaro ricorda che l’accesso agli abissi richiede tecnologie possedute soprattutto dalle grandi potenze e dai soggetti economicamente più forti; le risorse vengono definite patrimonio comune, ma la capacità di raggiungerle è distribuita in maniera tutt’altro che comune. C’è qualcosa di perversamente familiare in questo schema: qualcosa appartiene a tutti, quindi chi possiede i mezzi per arrivarci per primo rischia di diventare colui che ne ricava i maggiori benefici. Il colonialismo, del resto, ha sempre amato le frontiere e oggi rischiamo di riprodurre la stessa grammatica qualche chilometro più in basso. Cambiano gli strumenti, resta sorprendentemente stabile la convinzione umana (o dis-umana) che la capacità di raggiungere qualcosa ci assegni automaticamente anche il diritto di utilizzarla.
Perfino le tecnologie nate per osservare gli abissi possono partecipare alla contraddizione. Nella parte finale della puntata si parla di robotica, intelligenza artificiale e data center sottomarini: innovazioni che potrebbero sfruttare le basse temperature dell’acqua per ridurre alcune necessità di raffreddamento delle infrastrutture informatiche. La tecnologia può permetterci di studiare un ecosistema senza mandarvi esseri umani, raccogliere dati altrimenti impossibili, monitorare cambiamenti e ampliare enormemente la nostra conoscenza; ma la stessa tecnologia può rendere economicamente raggiungibile ciò che fino a tempi recenti era protetto proprio dalla sua inaccessibilità. Il problema, dunque, non è la tecnologia in sé ma ciò che le chiediamo di fare. Abbiamo strumenti sempre più sofisticati per scendere negli oceani, ma non è affatto detto che stiamo sviluppando con la stessa rapidità gli strumenti politici ed etici necessari a decidere quando fermarci.
Forse la cosa più interessante degli abissi è proprio questa: costringono a discutere di qualcosa prima ancora di averlo completamente conquistato. Abbiamo ancora la possibilità di osservare una frontiera senza trattarla inevitabilmente come una promessa di espansione. Possiamo decidere che conoscere una forma di vita non significhi possederla, che trovare una risorsa non implichi doverla estrarre, che un luogo non debba produrre profitto per meritare protezione.
Gli abissi sembrano lontanissimi perché tra noi e loro ci sono chilometri di acqua. Politicamente, invece, sono già qui: sono dentro la transizione energetica, nella competizione per i minerali critici, nella crisi climatica, nello sviluppo tecnologico e nell’eterna distribuzione diseguale delle risorse.
Alla fine la vera ultima frontiera potrebbe non trovarsi affatto a seimila metri di profondità. Potrebbe essere il limite che, almeno una volta, riusciremo a imporci.
Copertina: foto di Alex Rose su Unsplash.
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Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.
