Doveroso omaggio a Grazia Deledda in occasione del duplice anniversario

In questa estate bollente non si stanno verificando tutti quegli omaggi che ci potremmo aspettare e augurare inchinandoci davanti a Grazia Deledda, che morì il 15 agosto 1936 e dieci anni prima aveva ottenuto il meritato Premio Nobel.

Nuoro, Museo deleddiano, casa natale di Grazia Deledda.
Foto di Laura Candiani, 2015

Forse è sfuggito che il suo è l’unico Nobel a una scrittrice italiana, ma anche l’unico per la “letteratura” intesa come prosa, narrativa; gli altri italiani premiati infatti furono apprezzati nella loro grandezza di poeti (Carducci, Quasimodo, Montale), drammaturghi (Pirandello), uomini di teatro dal molteplice ingegno (Fo). Ciò fu pienamente compreso e fatto proprio dall’Accademia di Svezia che la teneva d’occhio da una diecina d’anni e così motivò il riconoscimento: «per la sua potenza di scrittrice, che ritrae in forme plastiche la vita nella sua appartata isola natale, e che con profondità e calore tratta problemi di generale interesse umano». Avevano capito molto quegli augusti signori di cento anni fa, avevano colto infatti quello che più volte abbiamo sottolineato: Deledda ha la misura della grande narratrice, al pari dei romanzieri russi che tanto amava, perché partendo dalla realtà meglio conosciuta va oltre, spazia nell’animo umano, fra gioie e dolori, fra le passioni comuni a qualsiasi individuo, sempre e ovunque. Le sue storie, pur partendo da una Sardegna ancestrale, dai costumi atavici, dalla mentalità spesso arretrata, arrivano a toccare tutte le corde dell’eterno conflitto fra bene e male, affrontano con potenza il senso della colpa e del peccato, analizzano la forza implacabile del destino. Scrisse acutamente Attilio Momigliano: «Nessuno dopo il Manzoni ha arricchito e approfondito come lei, in una vera opera d’arte, il nostro senso della vita». E potremmo aggiungere che la sua presunta “incultura” in realtà fosse una precisa scelta antiaccademica, proprio come accadde a Svevo, accusato da certa critica di “scrivere male”. D’altra parte all’epoca alle bambine era negata l’istruzione oltre la quarta elementare, e Grazia ebbe comunque l’opportunità di ripetere quell’annata scolastica, per dedicarsi poi con immensa curiosità alla fornita biblioteca paterna; fu praticamente un’autodidatta.
Dobbiamo rendere merito a Marcello Fois che ha pubblicato un bell’articolo su La Lettura, l’allegato domenicale al Corriere della Sera, il 9 agosto scorso, dal titolo “La Grazia di Deledda“; già nel 2016 aveva scritto per Einaudi l’omaggio letterario Quasi Grazia, divenuto un film diretto da Peter Marcias. A settembre uscirà per Rizzoli Scriverò sempre male, una raccolta di 52 novelle deleddiane curata da Elisabetta Manetti per cui Fois ha realizzato la prefazione. In sostanza lo scrittore nuorese afferma: «Dimenticare un anniversario letterario è come dimenticare la data del nostro matrimonio o il compleanno di nostro figlio». Come dargli torto? E aggiunge: «Anniversario di cui non c’è stata traccia fra gli argomenti dell’ultimo esame di maturità della nostra scuola»: mai brillanti per originalità, trascurano da sempre l’apporto femminile e non vanno oltre Pavese e Calvino, «che paiono essere gli scrittori più contemporanei che abbiamo a disposizione». Un aspetto assai interessante affrontato nell’articolo riguarda il quadro culturale della città di Nuoro nel passaggio fra il XIX e il XX secolo: non era uno sperduto villaggio ai margini degli eventi, ma vedeva all’opera l’avvocato e scrittore Sebastiano Satta, il grande scultore Francesco Ciusa (Vv n.378), stimato a livello internazionale ancora oggi, il mirabile fotografo Antonio Ballero; altrove, in Sardegna, periferia del Regno considerata quasi come una colonia, aggiungiamo noi, era nato Antonio Gramsci, scriveva Emilio Lussu, viveva a Sassari la creatrice di meraviglie Edina Altara (1898-1983) (Vv n.335) con gli amici artisti Mario Sironi e Giuseppe Biasi.
Dopo aver ricordato la modernità dei temi che Deledda inserì nei suoi testi, dal divorzio alle pari opportunità, con una «scrittura di una limpidezza olimpica», Fois afferma che «costrinse il mondo a venire a casa sua senza che fossimo noi sardi ad andare per il mondo con il cappello in mano» e, con un pizzico di malizia, conclude: «Ah, per chi volesse preparare una torta con 155 candeline, il 27 settembre sarà il suo compleanno».

Nuoro, lapide sulla casa natale di Grazia Deledda. Foto di Laura Candiani

Era nata infatti nel 1871, quarta di sette fra figlie e figli in una famiglia benestante; il padre, laureato in Legge, imprenditore e possidente, era stato sindaco di Nuoro nel 1863 e, visitandone l’abitazione, oggi adibita a museo, si comprende che vi si viveva con una certa agiatezza, per non dire eleganza, basta ammirare gli splendidi oggetti in rame esposti in cucina, la graziosa vetrina con i piatti decorati e la fornita dispensa.

Nuoro, casa museo di Grazia, una parete della cucina.
Foto di Gianfranco Frau
Nuoro, casa museo di Grazia, la dispensa con gli attrezzi e gli alimenti.
Foto di Gianfranco Frau
Nuoro, casa museo di Grazia, il caminetto e la Madia.
Foto di Gianfranco Frau
Nuoro, museo di Grazia, il focolare.
Foto di Gianfranco Frau
Nuoro, casa museo di Grazia, la piattaia (particolare).
Foto di Gianfranco Frau

Fino al 4 ottobre è in corso una mostra da non perdere: nel Museo deleddiano è stata infatti allestita una esposizione davvero unica e preziosa dal titolo: Dal disegno alla casa. Gavino Clemente e lo Studio romano di Grazia Deledda, a cura dell’Istituto superiore regionale etnografico della Sardegna, presieduto da Leonardo Moro. Sono qui esposti alcuni disegni e lettere del periodo 1911-12 intercorse tra la scrittrice e la ditta sassarese a cui aveva commissionato i mobili per il suo studio, da destinare alla nuova residenza, il villino di proprietà in via Porto Maurizio 15 a Roma, la città in cui viveva dal 1900 con il marito Palmiro Madesani e i figli Franz e Sardus. Oltre all’interessante carteggio, che rivela il gusto spiccato e le precise esigenze della committente, è stato riallestito quello studio austero voluto nei minimi dettagli da Deledda che lo abiterà per scrivere, una stanza tutta per sé, come direbbe Virginia Woolf, tanto che delle vetrine solo lei aveva la chiave. Era il momento in cui componeva capolavori come Colombi e sparvieri (uscito nel 1912) e Canne al vento (1913). Un caro amico della vostra cronista, l’ingegnere Gianfranco Frau, che ringraziamo per l’interessamento, ha ottenuto il permesso di scattare le foto a corredo del presente articolo, quindi chi legge ha l’opportunità di entrare in punta di piedi nel luogo magico dove il talento si esprimeva: vediamo il divano e le tappezzerie di velluto verde, come il corpetto dell’abito tradizionale delle ragazze nuoresi, la scrivania e i pesanti tendaggi, le librerie chiuse da vetri, lo specchio e i quadri. 

Nuoro, ricostruzione dello studio romano, il divano e lo specchio.
Foto di Gianfranco Frau
Nuoro, ricostruzione dello studio romano, il tavolo e una libreria.
Foto di Gianfranco Frau
Nuoro, ricostruzione dello studio romano, la scrivania.
Foto di Gianfranco Frau
Nuoro, ricostruzione dello studio romano, panoramica.
Foto di Gianfranco Frau

Un articolo di Jessica Chia, «Voglio mobili sardi a Roma», sullo stesso numero di La Lettura, cit., si serve di altre fonti, fra cui la studiosa Maria Elvira Ciusa e la responsabile del settore documentazione dell’Isre Eleonora Arba, fornisce ulteriori spiegazioni e racconta la genesi di quel rapporto fra la scrittrice e la nota bottega di ebanisteria e arredamento sarda a cui si era affidata fiduciosa perché, pur lontana da casa, voleva essere circondata da mobili della sua terra d’origine «semplicemente artistici, di facile pulitura», con bei decori, con incisioni richiamanti «motivi sardi i più primitivi, cioè le figurine, gli uccelli, i fiori, le foglie», ma niente che ricordasse «gli arnesi da cucina o da dispensa». Esporre questo raro materiale è stato possibile grazie ai documenti conservati dagli eredi dei fratelli Clemente che li hanno messi a disposizione per offrire un inedito spaccato della vita e della personalità della scrittrice, «una donna determinata ― afferma Ciusa ― la tipica donna sarda», legata sì alla famiglia, ma soprattutto alla scrittura, vero amore dell’intera sua esistenza. Concludiamo con un dettaglio non di poco conto: Deledda collaborò spesso al supplemento culturale del Corriere della Sera, ancora oggi pubblicato e da cui abbiamo preso spunto; fra il 1917 e il 1918 vi uscì a puntate il bellissimo romanzo L’incendio nell’oliveto, illustrato da una serie di tempere di Giuseppe Biasi, allora giovane artista emergente. Un cerchio dunque che si chiude per il momento, in attesa che finalmente l’ambiente intellettuale italiano si muova e sappia valorizzare un talento che il mondo ci invidia.

In copertina: Nuoro, casa museo di Grazia Deledda, la camera della scrittrice da giovane. Foto di Gianfranco Frau.

***

Articolo di Laura Candiani

oON31UKh

Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).

Rispondi