Mentre scrivo queste righe, sono fresco reduce da una lunghissima e impegnativa escursione (almeno per me); infatti martedì 26 agosto con l’amico Michele — forte atleta con all’attivo più di 100 gare fra trail e vertical e, particolare non di poco conto, più giovane di me di 10 anni — siamo partiti di buon mattino e di buon passo dai 1960 metri di Pont Valsavarenche salendo alla Croce d’Arolley o Croce di Roley, metri 2310 e arrivando fino al magnifico Piano del Nivolet nel Pngp (Parco Nazionale del Gran Paradiso) fino all’altezza del rifugio/Albergo Savoia, metri 2534. Da qui abbiamo preso il sentiero per il Colle del Leynir, metri 3084 con la vista sul lago di Rosset e il suo isolotto, i laghi di Trebecchi, sempre al cospetto del Gran Paradiso e delle sue vette satelliti.



Abbiamo anche avuto la fortuna dell’incontro con un solitario camoscio che pascolava tranquillo; non capita spesso.


Ma, a una svolta del sentiero in forte salita, il panorama e l’ambiente cambiano del tutto. Ora sembra di essere in un paesaggio “lunare” dato dalla conformazione e dal colore delle rocce.

Il colle del Leynir ci appare in alto, preannunciato da un vento freddo, normale a queste altitudini.

Il sentiero sale deciso, siamo in un mondo di pietra, dove è presente solo una piccolissima vegetazione. Arriviamo al Colle e dobbiamo piegare a destra per risalire una breve ed esposta cengia pietrosa molto in pendenza per superare un facile e breve passaggio su roccette, da percorrere comunque con un po’ di attenzione.

Questo passaggio ci porterà ad affrontare l’ultima rampa sempre pietrosa che risale la grande parete del Taou Blanc. La grande pietraia inclinata, senza vegetazione, mi ricorda il mio mantra; comincio ad accusare la fatica dovuta alla lunghezza del percorso, all’altitudine e agli anni che passano.

Il mio amico Michele è ormai avanti; lo vedo che mi aspetta già in cima. Incontro tre escursionisti che scendono; saluti d’obbligo. Oggi sono le uniche persone incontrate sulla cima, conferma che si tratta di un itinerario poco frequentato anche in periodo agostano. Ancora pochi metri, qualche passaggio sulle roccette, e sono in cima.

Il panorama spazia dalle cime verso la Francia fino al Monte Bianco, Combin, Cervino, Monte Rosa e poi innumerevoli vette, dove si nota la sofferenza dei ghiacciai in quest’estate torrida. Solo per questo panorama è valsa la pena la fatica.

Forse, parafrasando il grande alpinista francese Lionel Terray, siamo anche noi, nel nostro piccolo, dei “conquistatori dell’inutile” perché per chiunque sa cosa vuol dire andare in montagna non c’è spiegazione razionale che spinga un individuo ad affrontare fatica, spesso freddo, rischi e pericoli. Forse perché «la montagna è là».
Ora è tempo di scendere, fare una pausa per alimentarci al Colle del Leynir, al riparo dal vento, mentre constatiamo come sia pericolosa la discesa dal Colle verso la Val di Rhemes, a causa di una grossa frana verificatasi nel 2025, che ancora oggi ne preclude con tanto di Ordinanza, la percorrenza.
Scendiamo ancora in un ambiente “lunare”, fino a quando incontriamo le prime praterie dove osserviamo la corsa di alcune marmotte, tra cui una molto grossa e grassa, che ha già fatto abbondante scorta per affrontare il duro periodo di letargo invernale.

Scendiamo velocemente per attraversare il lunghissimo pianoro del Nivolet, sino ad arrivare di nuovo alla Croce dell’Arolley, dove lo sguardo si sofferma ancora una volta sul Gran Paradiso. La ripida discesa sulla mulattiera ci porta in poco tempo a Pont, dove abbiamo l’auto. Il percorso, segnato solo con bolli gialli dal rifugio Savoia, è ampiamente descritto in rete. Indicato a persone che abbiano un buon allenamento in cammini lunghi di alta montagna e assenza di vertigini. Fino al Colle è classificato per Escursionisti; dal Colle in poi per Escursionisti Esperti. In totale abbiamo percorso poco meno di 30 chilometri di cammino, con circa 1500 metri di dislivello in salita e altrettanti al ritorno, ma questa lunga escursione sarà una di quelle “da incorniciare”, di quelle poi “da raccontare a chi voglia ascoltare…” (citando il Maestro).
In copertina: Il Taou Blanc.
***
Articolo di Marco Peccenati

Montanaro di pianura, socio del Cai di Melegnano, con un passato da alpinista, ha alternato la passione per le lunghe distanze, a piedi, in bicicletta e sugli sci di fondo a quella per la montagna “non addomesticata”. Frequenta assiduamente le valli valdostane, che ama percorrere in tutte le stagioni. Come il pastore di stambecchi Louis Oreiller «dove l’orizzonte è piano non sa stare».
