Un mondo migliore è possibile

«Il fatto che la scuola sia un’invenzione solo umana me la rende decisamente sospetta».
Esordisce così Lucrezia, capelli rosso fuoco, lentiggini, due giganteschi occhi celesti e piglio deciso. Oggi sono nel nord-est, in una classe quinta di un liceo delle scienze umane, famoso per essere una delle scuole italiane con il più alto tasso di successo universitario post diploma. Confesso di non essere propriamente a mio agio in questo silenzio assorto, fatto di ordine, impegno e disciplina. Nel mio professionale sembra sempre di essere al mercato rionale del pesce, durante il giorno delle offerte speciali. E devi pure stare attenta a quello che dici, che se ci vai troppo pesante con i richiami, qualche pesce te lo ritrovi sbattuto dritto in faccia. Con simpatia, intendiamoci, ma sempre spiaccicato in faccia. In effetti qui mi sento un po’ ridicola mentre chiedo alla mia interlocutrice di portarmi in un luogo tranquillo, dove possiamo parlare con agio, perché in realtà potremmo tranquillamente starcene nel bel mezzo di uno qualunque dei numerosi corridoi dell’edificio, che non cambierebbe nulla. Il suono che proviene da dietro le porte delle aule è talmente ovattato da ricordare quello della neve che cade sul muschio in inverno: si percepisce appena. Mi viene quasi voglia di bussare a qualche porta a casaccio ed entrare a curiosare, solo per verificare che ci sia qualche forma di vita all’interno. In ogni caso, prima ch’io possa rendermi ridicola, Lucrezia mi porta con sé in biblioteca (accidenti! Speravo nell’atrio delle macchinette del caffè!) ed è qui che se ne esce con il suo monologo sorprendente, al quale assisto attonita, senza dire una parola. 

«Il fatto che la scuola sia un’invenzione solo umana me la rende decisamente sospetta. Non so se capisce cosa intendo. Gli animali non hanno alcun bisogno di rinchiudere i loro cuccioli un sacco di tempo ogni giorno in quattro mura per spiegare loro come si sta al mondo. Eppure una gazzella appena nata diventa in grado di correre e mettersi in salvo dopo appena un’ora. Quando un vitellino inizia a mangiare l’erba, impara dagli adulti a distinguere quale è quella velenosa e quale no, sa quali sono i predatori da cui tenersi alla larga e quali invece animali per lui innocui, impara i percorsi migliori per raggiungere l’acqua. Le mamme dei primati insegnano ai loro piccoli a riconoscere i rami più sicuri per passarci la notte, quelli troppo fragili per saltarci sopra, se vogliamo… fanno ai loro figli anche un corso accelerato di matematica applicata, insegnandogli a calcolare le distanze e la proporzione tra la loro capacità di salto e la lontananza del ramo. I piccoli mica sono scemi. Imparano facendo, osservando, imitando, forse anche ascoltando. Perché sa, a me questa faccenda che il linguaggio è solo degli esseri umani non convince mica tanto. La comunicazione è talmente varia che magari semplicemente siamo noi che non chiamiamo linguaggio quello che in realtà lo è. Sa che di recente hanno scoperto che anche le piante comunicano e si trasmettono informazioni? Quindi, dico, chi ce lo dice che noi siamo la specie più intelligente? Guardi che schifo che stiamo facendo al pianeta, che è la nostra sola casa. Siamo l’unica specie capace di fare così tanti danni irreversibili al mondo. Ma si rende conto? E qui mi obbligano a stare seduta ad ascoltare cinque, sei ore al giorno tutti i giorni per cosa? Per diventare colta? Ma che cos’è la cultura, se poi esco di qui e mi tira sotto la prima macchina che passa perché non ho imparato a usare bene i miei sensi per evitare i pericoli? Qui ci rendono disabili alla vita, altro che insegnare!».

Confesso che mi occorrono parecchi secondi per riprendermi da questo fiume di parole e concetti, così alternativo nei modi e nei contenuti, così stonato con questo ambiente in apparenza corrispondente al modello di scuola ideale, dove gli studenti entrano col sorriso e le alunne si spostano a passo di danza da una lezione all’altra, beatamente cullate dalla dolce musica della trasmissione del sapere. 

«È chiaro quello che voglio dire?» riprende Lucrezia, forse cogliendo il mio sgomento. 
«Diciamo che mi è chiaro perché sei rappresentante d’Istituto. Che cosa hai proposto come miglioramenti in Consiglio?»
«Di bilanciare le ore di teoria con quelle di pratica. Di uscire di più, di fare molte più cose col corpo. Lei non è entrata nelle classi, ma se lo facesse capirebbe. Qui tra gente sovrappeso e altri che sembrano paraplegici, i classici topi da biblioteca gobbi e goffi, con gli occhiali spessi tre dita e la coordinazione di un bradipo, c’è da mettersi le mani nei capelli. Sa che danni fanno al corpo tutte quelle ore di studio? Non va bene, è un attentato legalizzato alla nostra salute!»
«Tu non studi? Mi sembri in forma, a vederti così»
«Eh, ma io imparo in classe, prof. Ho solo avuto fortuna. Tutto quello che spiegano, mi basta ascoltarlo una volta e lo ricordo perfettamente. In più mi viene facile anche rielaborare con le mie parole, arricchire con le cose che so già, quindi a casa studio poco e niente. Sulle materie di indirizzo è come se sapessi già per istinto le cose, è difficile da spiegare. Ma le faccende umane io le sento nella pelle, più che doverle studiare. Non è che sono più brava o disciplinata degli altri, sono solo più dotata. Merito dei geni, non mio»
«La pagella?»
«Non c’è un voto sotto il nove. Ma lei pensa che me li meriti, quei voti? Non mi sono costati che lo sforzo di stare attenta in classe. I miei compagni, invece, si devono fare un culo… no, scusi, devono faticare come dei matti per arrivare a prendere valutazioni decenti, ma lo sforzo non fa parte dei parametri con cui i prof ci danno i voti, perché nemmeno lo vedono. Come potrebbero? La nostra vita è fuori da qui. La scuola è l’anti-vita, è il teatro dell’assurdo. Gliel’ho detto: la scuola ci rende disabili all’esistenza»
«Tu pensi che ci siano studenti che soffrono, qui dentro?»
«La maggior parte sta malissimo. Ma me lo sta chiedendo lei adesso, i prof e le prof dell’istituto non se lo domandano nemmeno. No, non è vero. Alcune e alcuni lo fanno, ma sono pochi. E spesso sono guardati dai colleghi con sospetto o addirittura disprezzo. La filosofia più diffusa qui è che la scuola non ha mai ucciso nessuno e che la fatica, la buona volontà e l’impegno siano valori fondamentali da trasmettere. Che, intendiamoci, non è sbagliato, ma non lo si può fare con un modello che è uguale per tutte e tutti. Funziona con me, con chi ha un’intelligenza brillante, non con chi arranca su un sei, chi deve stare cinque ore al giorno sui libri, dopo la scuola, convincendosi sempre di più di essere una merd… no, scusi, di valere zero o di essere scemo. Quelli che non ce la fanno, semplicemente vengono riorientati altrove. Per forza siamo un liceo tra i migliori in Italia, teniamo solo le eccellenze! Ma che schifo è, scusi? La scuola non dovrebbe mica offrire a tutti le stesse opportunità? Se ce la fanno solo quelli che sono già predisposti, già bravi di loro, in cosa consiste il mestiere dell’insegnante?» 
«Don Milani?»
«Sì, lo diceva anche lui in Lettera a una professoressa. E come al solito non l’hanno ascoltato. E poi anche la storia che la scuola non ha mai ucciso nessuno è una balla! Ce ne sono stati eccome, nelle cronache recenti, di ragazzi che si sono ammazzati perché non reggevano più lo stress della scuola. Anche qui dentro ci sono stati casi di suicidio, negli anni. Ma non so se può scriverlo, questo è uno dei tanti tabù qui dentro»
«Caspita, il tuo sembra un atto di accusa senza appello. Ma c’è almeno qualcosa che ti piace della scuola?»

«Le relazioni umane. Qui dentro ho conosciuto persone stupende, sia tra gli adulti che tra i coetanei e le coetanee. Sono un po’ simili a me, quelli che mi piacciono di più: sono a disagio nel mondo di oggi, vorrebbero cambiare tante cose, provano a essere un pochino alternativi nell’approccio a questo ambiente. E poi le cose che studio mi appassionano. Le scienze umane sono proprio il mio mondo, sono ciò a cui vorrei dedicare la mia vita»
«Qual è la prima cosa che farai dopo il diploma?»
«Porterò mia nonna in crociera a visitare i fiordi norvegesi. Lei ha viaggiato poco, non aveva le possibilità quando era giovane. Adesso le ho detto che ci penserò io a farla recuperare!»
«Bene, mandaci una cartolina, allora!»
«Lo farò: a Vitamine vaganti! Ricordiamoci sempre che un mondo migliore è possibile!».

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Articolo di Chiara Baldini

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Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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