
Come abbiamo scoperto lungo la serie di articoli, nel mondo greco antico il mangiare e il bere insieme non erano mai un semplice atto biologico, ma un vero e proprio rito sociale, capace di definire l’identità del cittadino, rafforzare i legami di amicizia e persino organizzare la vita politica della polis. Dalle sobrie mense comunitarie di Sparta ai raffinati banchetti aristocratici di Atene, fino alle feste riservate alle sole donne, la convivialità greca assume forme diverse ma condivide un principio di fondo: il cibo e il vino, consumati in compagnia, sono strumenti di coesione sociale.
Il termine greco symposion significa letteralmente “bere insieme” e indica la seconda parte del banchetto aristocratico, quella dedicata esclusivamente al vino, alla conversazione, alla musica e ai giochi. Se il pasto vero e proprio, il deipnon, precedeva il simposio, era in quest’ultimo momento che si concentrava il cuore della socialità maschile greca. Il simposio si svolgeva in una stanza specifica della casa, l’andron, letteralmente “la stanza degli uomini”. Non a caso il nome stesso rivela il carattere fortemente maschile dell’evento: erano gli uomini adulti, i cittadini a pieno titolo, i protagonisti indiscussi del rito. Le mogli e le figlie di famiglia non vi partecipavano mai. L’unica presenza femminile ammessa era quella delle intrattenitrici professioniste: le auletridi, giovani suonatrici di flauto (aulos), e le etère, donne colte e raffinate capaci di intrattenere gli ospiti non solo in modo carnale ma anche con la conversazione, la danza e la musica, distinte nettamente dalle mogli legittime proprio per il loro ruolo pubblico e la loro libertà di movimento.
L’andron rivestiva un’importanza particolare nell’architettura domestica greca: a differenza di altri ambienti della casa, ancora spesso a terra battuta, era necessariamente pavimentato con mosaici, talvolta pregiati e decorati con scene mitologiche o motivi geometrici. Il pavimento doveva resistere alle tracce di vino versato e al viavai di servi e ospiti, ma soprattutto comunicare, fin dal primo sguardo, lo status sociale del padrone di casa.
Un altro elemento distintivo del simposio riguarda l’arredamento: a differenza di quanto si potrebbe immaginare, i partecipanti non sedevano su sedie, bensì su klinai, veri e propri letti-divano disposti lungo le pareti della stanza, spesso in numero di sette o undici. Gli uomini vi si sdraiavano su un fianco, appoggiati al gomito sinistro, in una posizione che permetteva di mangiare, bere e conversare comodamente per ore, mentre tavolini bassi accanto ai letti reggevano cibo, coppe e utensili.
Il vino, elemento centrale del simposio, non veniva mai bevuto puro: berlo senza diluirlo era considerato un comportamento barbaro, tipico degli sciti. Veniva quindi mescolato con acqua in un grande recipiente, il cratere, secondo proporzioni variabili ma sempre significative. A dirigere la serata era il symposiarchos, scelto tra i convitati, che stabiliva il rapporto tra vino e acqua e il ritmo delle libagioni, evitando che il piacere degenerasse in ubriachezza sfrenata.

Al di là del vino e dell’intrattenimento, il simposio greco aveva una funzione sociale e culturale profonda: era il luogo privilegiato in cui si coltivava la philia, l’amicizia, intesa non semplicemente come affetto personale ma come legame politico e sociale strutturante. Attorno alle klinai si discuteva di filosofia, poesia, politica; si recitavano versi, si proponevano indovinelli, si cantavano canzoni in cerchio (gli scolii). Platone, nel suo celebre dialogo intitolato proprio Simposio, mette in scena un banchetto in cui gli invitati, tra un brindisi e l’altro, discutono della natura dell’amore, dimostrando come questi momenti conviviali fossero anche occasioni di elevazione intellettuale.
Il gruppo che si riuniva regolarmente per il simposio, detto hetaireia, costituiva spesso un nucleo di solidarietà che andava ben oltre la singola serata: erano gli stessi uomini che si sostenevano reciprocamente nella vita politica, negli affari e persino in guerra. L’amicizia nata o rinsaldata attorno al vino diventava così un collante sociale fondamentale per l’aristocrazia greca, un modo per costruire reti di fiducia e alleanza in una società in cui i legami personali contavano quanto, se non più, delle istituzioni formali.

Se il simposio ateniese era un’espressione di raffinatezza aristocratica e individuale, a Sparta la convivialità assumeva un carattere completamente diverso, collettivo e obbligatorio: i sissizi (dal greco syssitia, “mangiare insieme”). Ogni cittadino spartano adulto era tenuto per legge a partecipare quotidianamente a questi pasti comuni, consumati in gruppi di circa quindici uomini, ai quali contribuiva con una quota fissa di prodotti alimentari.
I sissizi non erano momenti di lusso o di piacere sfrenato, ma un vero e proprio strumento educativo e politico: rafforzavano lo spirito di corpo tra i cittadini-soldati, azzeravano simbolicamente le differenze di ricchezza tra i commensali e garantivano che ogni spartano condividesse la stessa disciplina alimentare, a base di pietanze semplici come il famigerato “brodo nero”. Chi non riusciva a contribuire alla propria quota perdeva i diritti di cittadinanza: la convivialità, a Sparta, era dunque anche un test di appartenenza alla comunità civica.

Agli antipodi del simposio, il quale escludeva le donne libere, si possono individuare nel mondo greco occasioni conviviali riservate esclusivamente a loro. La più importante era senza dubbio la festa delle Tesmoforie, celebrata in onore di Demetra e Persefone in diverse città greche, con particolare rilievo ad Atene. Per tre giorni le donne sposate, cittadine a pieno titolo, si allontanavano dalle case e dai mariti per vivere in un accampamento temporaneo, dedicandosi a riti segreti, digiuni rituali e infine a un banchetto conviviale che celebrava la fertilità della terra e delle donne stesse.
Durante le Tesmoforie le donne gestivano autonomamente ogni aspetto dell’organizzazione: sceglievano le proprie rappresentanti, preparavano il cibo, presiedevano ai sacrifici. Era un’inversione temporanea e istituzionalizzata dei ruoli sociali abituali, che permetteva alle donne di sperimentare una forma di convivialità e di autogoverno normalmente negata loro nella vita quotidiana, dominata dagli uomini. Questo momento conviviale femminile, per quanto avvolto da segretezza rituale, dimostra come la convivialità greca non fosse un’esclusiva maschile, ma trovasse spazio, seppur in forme diverse e separate, anche nell’universo femminile. Uno spunto sulla percezione di tali feste da parte della società ateniese ci dà la celebre commedia di Aristofane dal titolo Tesmoforiazuse. La trama si sviluppa attorno due uomini, Agatone e Mnesiloco, i quali si introducono nelle tesmoforie travestiti da donne per conto di Euripide che teme il giudizio delle donne a causa delle sue protagoniste.
Tavole imbandite, simposi aristocratici, sissizi spartani e feste come le Tesmoforie raccontano, ciascuno a proprio modo, quanto il convivio fosse per i Greci molto più di un momento di svago: era lo spazio in cui si costruivano identità collettive, si coltivava l’amicizia, si trasmettevano valori civici e religiosi. Attorno al vino diluito nel cratere, sulle klinai dell’andron o alle mense comuni di Sparta, la Grecia antica ha fatto della condivisione del cibo una delle sue istituzioni sociali più durature e significative.
In copertina: rappresentazione di un Simposio antico.
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Articolo di Chrysanthi Rizopoulou

Archeologa diventata Storica dell’Arte. Greca di nascita e bolognese di adozione, gentilmente accolta a Roma per il proseguimento degli studi. Quindi, forse, studente in eterno, e aspirante alle radici volanti. Quelle che permettono di viaggiare senza sradicarsi.
