L’ipotermia è definita come una temperatura corporea centrale < 35°C e che può verificarsi non solo in ambienti freddi, ma anche in condizioni in cui il corpo perde calore più rapidamente di quanto riesca a produrlo. Il deserto è un ambiente perfetto per questo tipo di squilibrio termico. Esso presenta infatti escursioni termiche estreme: può passare da oltre 45°C di giorno a meno di 0°C di notte; in estate, ad esempio, al tramonto la temperatura può crollare di 20–30°C in un’ora. L’aria secca accelera la perdita di calore per evaporazione, il vento aumenta la dispersione termica (wind chill), l’affaticamento, la sudorazione intensa durante il giorno che fa perdere acqua e sali, e l’eventuale malnutrizione riducono la capacità del corpo di produrre calore.
Man mano che gruppi umani si spostavano nel continente africano, entrarono in zone climatiche diverse da quelle equatoriali, come le zone desertiche dove divenne necessario trovare un modo di riscaldarsi oltre al fuoco. Le condizioni climatiche di anno in anno sempre più rigide peggiorarono la situazione. L’invenzione del vestiario risolse il problema.
I “vestiti” e le coperte potevano essere di pelli/pellicce o di fibre vegetali. Ci occuperemo ora di quelli in pelle/pelliccia.

La pelle è un materiale organico proteico che nel giro di pochi giorni va in putrefazione. Le pelli non conciate possono essere essiccate e rese flessibili strofinando e stirando le fibre con un tenditore per pelli e ingrassandole, come ad esempio facevano le tribù del Grande Bacino in Nord America, ma la pelle torna allo stato grezzo se non viene periodicamente reintegrata con grasso o olio, soprattutto se si bagna. Da un punto di vista chimico non si può parlare di concia vera e propria per i metodi più antichi di processamento delle pelli, ma solo di trattamento. La vera concia delle pelli comporta una serie di reazioni chimiche che alterano in modo permanente la struttura proteica della pelle, rendendola più resistente e meno soggetta alla decomposizione e alla colorazione; questo processo chimico avviene solo dopo la scoperta della concia al cromo.

Presso molte popolazioni esistono dei tabù legati al sesso riguardanti gli oggetti o le attività. Usualmente materiali “duri” come pietra, legno, osso o corno o salati (per analogia con lo sperma) sono considerati maschili e vengono lavorati dagli uomini, quelli “morbidi”, invece, come pelle, interiora e fibre vegetali vengono classificati come appartenenti alla sfera femminile e trattati dalle donne, salvo casi particolari.

Il rapporto donna-vita che permetteva la trasformazione di una pelle in abito soggiaceva tuttavia a numerosi tabù. Presso i Piedi Neri del Montana/Alberta le donne conciavano tutte le pelli eccetto quelle di ermellino che erano trattate e indossate solo dagli uomini. Questo era dovuto al fatto che l’ermellino è un predatore feroce e sanguinario e si considerava pericoloso mettere in contatto magico il sangue di vita femminile con il sangue di morte del predatore.
Per magia simpatica nelle società di caccia e raccolta la donna diventava mediatrice tra natura e cultura: come il seme maschile “viene cotto” nell’utero e diventa un essere vivente, così la terra bagnata cotta dalla vasaia nel forno diventa ceramica, la carne cruda, cotta dalle donne, diventa cibo, le pelli conciate dalle donne diventano abiti e tende; di conseguenza alla sfera femminile apparteneva il reame della vita (procreazione e produzione di cibo), al maschile la sfera della morte (caccia e guerra).
Questa divisione del lavoro per “genere” è concettualmente legata al fatto che fino alla scoperta del microscopio (1677) non era chiaro il meccanismo della procreazione soprattutto quale fosse il contributo del padre che in tutti i casi era considerato determinante mentre la donna era spesso solo “il giusto vaso”. Per molti gruppi aborigeni australiani, ad esempio, la donna era solo un contenitore di spiriti bambini portati alla luce dalle canzoni magiche degli uomini anziani della tribù. Aristotele attribuiva alla femmina il sangue mestruale come “materia” plasmata dal “principio di movimento” del seme maschile e negava l’esistenza di un seme femminile, considerando il mestruo un residuo meno “cotto” a causa della natura più fredda della donna, vista come un “maschio sterile”. Non contento Aristotele applicò l’idea di epikrateia per spiegare il sesso del nascituro: un seme maschile più “cotto” o caldo avrebbe prevalso, generando un maschio, mentre la nascita di una femmina era vista come un difetto nella “cottura” del seme maschile, una sorta di “degenerazione”. Secondo la tradizione romana (ripresa da autori come Plinio il Vecchio), il seme maschile era considerato l’elemento generatore, dotato di forza vitale e capacità di formare l’essere umano. Plinio descrive il seme come una sorta di spiritus caldo, capace di imprimere forma e identità al futuro individuo. La donna forniva l’utero, luogo di sviluppo, la materia nutritiva (paragonata talvolta al terreno che accoglie il seme) e un contributo passivo o secondario alla determinazione del sesso e dei tratti del nascituro. Non era però del tutto esclusa una partecipazione attiva della donna: alcune tradizioni mediche romane, influenzate da Ippocrate, ammettevano anche un semen femminile, ma meno potente di quello maschile. Le religioni che rappresentano la forma politica arcaica con cui si esplicitò e organizzò l’oppressione della donna, si ingegnarono di inventarsi le cerimonie più strane e i tabù più rigidi per “appropriarsi del potere di generare” e in particolare per “trasferire” al maschio il potere generativo consegnando la donna a un mero ruolo di contorno.

Il rito più estremo è la couvade, che viene fatta risalire all’Antico Egitto — ma viene attestata da Diodoro Siculo presso i Corsi nel I sec. a.C. — come una “sacra usanza di nascita”: quando nasce un bambino, l’uomo sperimenta il rituale del “travaglio” mettendosi a letto e sottoponendosi a digiuno, purificazione e rispettando i tabù della nascita. In Papua Nuova Guinea, i padri costruiscono una capanna fuori dal villaggio e imitano i dolori del parto fino alla nascita del bambino. Rituali simili si verificano in altri gruppi culturali in Thailandia, Albania, Russia, Cina, India e in molti gruppi indigeni del Sud America. Il rito della couvade ha lo scopo di saldare magicamente padre e figlio che diventa “partorito da lui”.

In molti gruppi amazzonici questa stratificazione di genere appare chiara nella struttura del villaggio: le capanne delle donne sole vengono relegate ai margini della selva a sottolineare lo stato di semi-selvatico della donna sola, ad anelli verso l’interno vi sono le capanne delle famiglie e al centro della plaza vi è la “casa degli uomini” il cuore culturale, sociale e religioso del villaggio dove si riuniscono gli uomini, divenuti tali dopo complessi e dolorosi riti di passaggio, e dove le donne non sono ammesse pena la morte.
In ogni caso presso le società di caccia e raccolta la manipolazione delle pelli e del cibo erano compito femminile. Tra gli Inuit, i nativi Nordamericani, i Ciukci e i Koryak della Siberia, la produzione di coperte, tende e abbigliamento in pelle era lavoro delle donne che utilizzavano tecniche come la concia al cervello, un compito considerato faticoso, ma molto specializzato.

Presso popolazioni artiche e subartiche, in particolare gli Inuit, è attestata anche la pratica di masticare la pelle per ammorbidirla (Boas 1888 e 1901-1907). Questa pratica rientra nelle tecniche di preparazione del caribù e della foca: le pelli, infatti, vanno masticate prima di essere lavorate e cucite, il che richiede un impegno pressoché continuo e incessante. Le basse temperature, inoltre, tendono a screpolare e a irrigidire la pelle, rischiando di rendere inutilizzabili gli indumenti. Le donne provvedono allora a masticare gli stivali o gli altri capi di vestiario, in modo che siano morbidi e pronti per essere indossati facilmente dall’uomo che va a caccia o dagli altri membri della famiglia. La masticazione delle pelli costituiva una delle attività maggiormente praticate dalle donne inuit, tanto che in passato era facile trovare donne che avessero la dentatura completamente consumata già in età relativamente giovane. La letteratura antropologica documenta pratiche simili anche presso gli Yupik dell’Alaska (Boas 1888 e 1907, Rasmussen 1927 e 1929, Jenness 1922, Fienup-Riordan 1990) e della Siberia, i Chukchi (Bogoras 1909), i Koryak della Siberia nordorientale (Jochelson 1908), e i Dene / Athabaskan del Subartico canadese (McClellan 1975; Osgood 1971).
Anche in gruppi africani come gli Himba della Namibia (Kinahan 1991; Namibia Today 2025) o i Khoisan (Badenhorst 2009), la preparazione delle pelli per abiti e giacigli è affidata alle donne, che curano l’intero processo dalla scuoiatura alla decorazione.

Nelle economie di caccia‑raccolta, la lavorazione delle pelli iniziava immediatamente dopo l’abbattimento, quando il derma era ancora termicamente attivo e più facilmente separabile. La pelle veniva distesa al suolo o su un telaio improvvisato e sottoposta a scarnitura primaria con strumenti litici o ossei, rimuovendo tessuti sottocutanei e frazioni lipidiche. In contesti prossimi a corsi d’acqua, si praticava una reidratazione in acqua corrente o stagnante, utile sia alla pulizia sia all’allentamento delle connessioni dermiche. La depilazione avveniva tramite macerazione controllata: immersione in acque debolmente putrefatte, esposizione alternata a umidità e irraggiamento solare, oppure semplice degradazione microbica naturale fino al distacco del follicolo. Per eliminare i peli dal lato esterno, le pelli venivano trattate con soluzioni alcaline naturali, spesso contenenti urina (come si usa ancora presso gli Inuit), oppure immerse in calce viva o estratti vegetali anch’essi alcalini. Il pelo veniva quindi asportato mediante raschiatura con lame di selce o schegge ritoccate.

Per l’ammorbidimento si impiegavano agenti organici ricchi di enzimi e lipidi, in particolare emulsioni di cervello animale, ricco di lecitina, lipidi e fosfolipidi, o tuorlo d’uovo, olio e sapone, grassi animali emulsionati, oppure impasti fermentati di sterco animale, in particolare quello di cane e di piccione. L’azione proteolitica degli enzimi e i batteri presenti in queste sostanze degradavano parzialmente le fibre e le lubrificavano internamente conferendo alla pelle maggiore flessibilità. La fase veniva completata con lavorazione meccanica (trazione, torsione, piegatura) fino al raggiungimento della plasticità desiderata. Questa fase è fondamentale: se la pelle asciuga senza essere lavorata, diventa rigida come un asse.

La stabilizzazione finale era ottenuta tramite affumicatura. Il processo di affumicatura avviene su un piccolo fuoco solo di braci cui si aggiunge legno marcescente (funghi secchi, corteccia o legni resinosi che producono molto fumo) e la pelle viene cucita a formare un sacco o un tubo, oppure appesa sopra una struttura in modo che il fumo circoli bene all’interno della pelle. Il fumo deposita fenoli (antimicrobici), aldeidi che reagiscono con le proteine del collagene, acidi organici che stabilizzano la struttura e i grassi usati nella concia, e catrami leggeri che rendono la pelle idrorepellente; inoltre impedisce la putrefazione e conferisce il tipico colore giallo–marrone. La concia per affumicatura è una concia chimica naturale meno stabile della concia al cromo.

In copertina: illustrazione di gruppo paleolitico da un sussidiario.
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Articolo di Flavia Busatta

Laurea in Chimica. Tra le fondatrici di Lotta femminista (1971), partecipa alla Second World Conference to Combat Racism and Racial Discrimination (UN Ginevra 1983) e alla International NGO Conference for Action to Combat Racism and Racial Discrimination in the Second UN Decade, (UN Ginevra 1988). Collabora alla mostra Da Montezuma a Massimiliano. Autrice di vari saggi, edita HAKO, Antrocom J.of A.

