Le Ribelli del Sud. La vita quotidiana

«Lu ventu mi pari ventu d’amuri,
e l’acqua mi pari meli rusatu,
a nivi mi pari campu di fiuri,
li grandini cogghiandri nzuccherati;
u tronu mi fa lu mbasciaturi;
lu lampu, anima mia, torcia allumata».
Canto popolare di area calabro-sicula.

Della vita del brigantaggio si è raccontato spesso il lato più violento ed epico — l’imboscata, l’assalto, la fucilazione — ma esistevano altri aspetti della quotidianità, meno spettacolari e per questo più difficili da restituire: una dimensione fatta di luoghi da abitare, corpi da nutrire e riscaldare, legami da costruire lontano dalla propria casa.
Il bosco diventa l’elemento fondativo dell’intera esistenza di uomini e donne che si danno alla macchia. Correndo tra gli alberi il/la brigante placa un’inquietudine dalle radici profonde (di cui parleremo nei prossimi articoli) e al contempo apprende una geografia minuta di montagne, pianure, valli e burroni, che gli invasori piemontesi non sapranno mai decifrare con la stessa precisione. Questa profonda conoscenza del territorio è ciò che renderà vane, per anni, le battute di caccia alle bande. Il bosco, tuttavia, non è soltanto un teatro strategico. Come abbiamo già evidenziato trattando del ruolo delle briganti all’interno della comitiva, la vita di questi gruppi non si esaurisce nello scontro a fuoco: bellezza, affettività e legami familiari ne sono parte integrante tanto quanto le armi. La natura si trasforma allora nella nuova casa e nella nuova famiglia di chi è brigante, uno spazio da cui sentire l’accoglienza e, in qualche misura, la protezione.

Dentro questa dimora a cielo aperto la banda organizza una rete segreta di ripari, ciascuno destinato a una precisa funzione. La grotta è l’abitazione per eccellenza, scelta per la sua capacità di mimetizzare chi vi si nasconde, per la conformazione che consente di vigilare sui dintorni senza essere notati e per la difficoltà di accesso che scoraggia chiunque non ne conosca già i varchi. Le caverne occupate dalle bande più numerose sono strutturate come piccole fortezze, con riserve di acqua, viveri, vestiario, armi e munizioni sufficienti a resistere persino a un assedio di più giorni. Accanto alla grotta vi è la cosiddetta “custodia”, una sorta di ospedale da campo dove feriti e ammalati vengono medicati e sorvegliati; vi è poi la capanna, un riparo provvisorio destinato a soggiorni brevi o di media durata, spesso utilizzata anche per alloggiare i sequestrati insieme ai loro custodi. Costruire una capanna richiede in genere un paio di giorni: una tempistica che a un sequestrato svizzero — testimone oculare del processo costruttivo e abituato a ben altri ritmi di lavoro — apparve interminabile, tanto da spingerlo ad attribuirla alla pigrizia dei suoi carcerieri. La spiegazione era in realtà assai più pragmatica: i briganti potevano lavorare soltanto dopo il tramonto, quando i pastori che avrebbero potuto scoprirli avevano ormai fatto rientro a casa. In generale, gli uomini mostravano scarso entusiasmo per compiti che nella vita contadina erano affidati alle donne e che ora, nel bosco, ricadevano anche su di loro, come ad esempio curare la capanna, attingere l’acqua e raccogliere la legna da ardere. Anche masserie e casolari rientrano in questa geografia della sopravvivenza, costituendo punti d’appoggio per la guerriglia non meno determinanti dei rifugi boschivi.

Tra tutte le occupazioni quotidiane, la ricerca del cibo è considerata l’attività con più alta intensità emotiva. Attraverso la caccia, la razzia, l’acquisto o lo scambio, l’approvvigionamento rafforza il gruppo in una cooperazione solidale che trascende una mera urgenza materiale. Ciononostante, come per ogni comunità nomade, il cibo resta innanzitutto una questione di sopravvivenza prima che un rituale, e i rifornimenti regolarmente giungono dai manutengoli, spinti a fornire viveri per richiesta o per minaccia. Le truppe regolari, consapevoli di tale dipendenza, arrivavano a vietare a chiunque di trasportare vettovaglie alle bande, nel tentativo di ridurle alla fame. Sulla tavola dei/delle briganti compaiono soprattutto carne cruda arrostita e pasta, mentre fiumi e sorgenti rimangono un punto di riferimento costante per dissetarsi, lavarsi e cucinare, ma anche per rispondere a un richiamo ancestrale che la sola necessità pratica non spiega del tutto. Quando la neve copre i sentieri, l’acqua si ricava sciogliendola o, nei casi più estremi, succhiando il muschio imbevuto di pioggia, e per riscaldarsi i corpi si stringono gli uni contro gli altri.

Con i primi freddi la guerriglia rallenta, e la banda concentra ogni risorsa nel resistere a gelo, intemperie, malattie e fame. Non tutte le donne aggregate alla banda sopportano il logorio della stagione invernale: gli spostamenti continui da un bosco all’altro costringono spesso a dormire all’addiaccio, con pesanti ripercussioni sulla salute. Gli uomini cercano di arginare il problema affidando temporaneamente le proprie compagne a manutengoli o a famiglie fidate. Simili allontanamenti rispondono talvolta all’esigenza di garantire un parto sicuro, altre volte assumono i tratti di una vera e propria sosta per riposare o per villeggiatura, durante la quale le briganti vengono inviate in città a spendere parte del denaro accumulato dalla banda. D’altronde, in un conflitto vissuto come totale, la riproduzione diventa una risorsa strategica al pari delle armi: un numero maggiore di nascite garantisce il ricambio generazionale e la continuità della lotta. Le briganti più temprate scelgono di partorire direttamente nei nascondigli sopracitati, dando alla luce i propri figli nelle grotte, come Gesù. Per la prole dei capibanda il battesimo si trasformava in una cerimonia sfarzosa, celebrato in chiesa alla presenza di un’autorità locale in veste di padrino e la scorta armata al completo, tra lanci beneauguranti di confetti e monete. Il nome scelto per il nuovo nato richiama spesso quello di un capobanda alleato oppure quello del padre se questo è già morto: Francesca Cerniello, ad esempio, chiama Gaetana la figlia nata dopo la morte dello sposo, il capobanda Gaetano Tranchella. Non tutte le briganti accettano di buon grado, quando le forze vengono meno, di essere allontanate dalla banda e affidate a mani estranee. Vi sono, infine, figli della guerriglia che non vedono la luce nel fondo di una grotta, bensì dietro le inferriate di una cella.

Come è stato osservato a proposito delle donne nei contesti mafiosi, la nascita di un figlio maschio conferisce alla madre brigante, seppur di riflesso, una partecipazione al prestigio del principio virile dominante nella sfera pubblica, offrendole al tempo stesso la possibilità di plasmarlo, di legarlo a sé e realizzarsi per interposta persona. Alcune ninne nanne diffuse nel meridione ne costituiscono la testimonianza più limpida:
«Lu sangu chi t’abbivara lu cori,
è di cui si criscìu dintra la Sila;
tu fatti guappu, nsonduvè si mori,
spezza a cui avanti a tia stendi la fila.
Oh! oh! oh! Briganteiu, ninna no».
Da La ninna d’u briganteju di Vincenzo Ammirà (Monteleone Calabro, oggi Vibo Valentia), nella variante dialettale diffusa nell’area di Carlopoli (CZ).
Uscite sconfitte da una contesa in cui pure avevano preso in mano il proprio destino, le donne tornano a proiettare sul figlio il retaggio di ciò che è stato, e in questo passaggio generazionale la parabola epica e drammatica della banda trova un finale catartico. La cultura popolare del Mezzogiorno ha interpretato, attraverso i propri codici etici, questo investimento materno: custodi dei valori fondativi della civiltà rurale, le madri erano pronte a sacrificare sull’altare della lotta i corpi di figli, fidanzati e consorti. È proprio attraverso tale tributo di sangue che esse hanno storicamente rivendicato il diritto al lutto e al cordoglio.

In questa cornice le briganti introducono un elemento di rottura. Figlie a loro volta di madri votate al sacrificio e a un dolore tramandato nei secoli e divenuto tradizione, scelgono di non attendere passivamente il ritorno del figlio glorioso, preferendo condividere in prima persona la violenza bellica dei fratelli. Senza recidere il cordone ombelicale con l’orizzonte morale delle campagne, continuano a esercitare la maternità sotto il fuoco nemico, desiderose di allevare una prole vigorosa e indomita, capace di abbattere gli avversari, resistere ai rigori climatici e sopportare la durissima clandestinità nei boschi. Quei figli sono destinati a sostituire i caduti e a garantire la continuità di una vita brigantesca di cui le madri restano testimoni appassionate e fiere.
Al di fuori dei combattimenti e della cura parentale, la quotidianità della banda segue una scansione temporale dominata dall’inerzia e dall’attesa. Per tre quarti della giornata i briganti riposano a turno, e le ore residue trascorrono tra risse, canti corali, racconti attorno al fuoco e bevute. Il gioco d’azzardo occupa un posto centrale non appena qualcuno entra in possesso di denaro o gioielli, e si interrompe solo quando le risorse si esauriscono e i debiti verso i creditori diventano insolvibili. Le puntate possono raggiungere dieci, venti e più napoleoni per volta, e il piacere della sfida resta più forte del dispiacere della perdita. Il momento del gioco coincide fatalmente con quello della bestemmia: all’interno di un orizzonte mentale ancora intriso di arcaico senso religioso, chi perde si sente abbandonato sia dalla grazia celeste sia dalla protezione diabolica, costretto a scontare la condanna di un destino ostile.
Il denaro accumulato a beneficio dei singoli o dei rispettivi nuclei familiari imbocca in realtà molteplici canali di dispersione. Una quota rilevante finisce nelle tasche di manutengoli e protettori d’alto bordo, mentre il resto serve a retribuire i cerusici, sovvenzionare le ricorrenze religiose del contado, saldare i conti delle osterie o versare oboli alla Chiesa. La generosità verso gli indigenti, in particolare, assurge a topos imprescindibile della mitologia ribelle, un tratto narrativo così consolidato da divenire pilastro della figura del brigante-giustiziere. Tra le popolazioni locali albergava, inoltre, l’intima certezza che le autorità non profondessero grandi energie nel recuperare quel contante, quasi che i patrimoni sottratti dai fuorilegge fossero da considerarsi irrimediabilmente perduti per la legge.

Se il denaro si disperde, oro e gioielli restano invece la ricchezza più stabile e più intima del brigantaggio. Quando non scaturiscono da donazioni spontanee dei proprietari terrieri, i gioielli provengono dalle razzie e vengono ripartiti equamente tra gli affiliati senza distinzione di genere. Anelli, catene d’oro, bottoni istoriati per le uniformi e orologi da tasca formano l’autentico tesoro trasportabile della comitiva, mentre gli orecchini rispondono a una precisa codifica: a cerchio per gli uomini, a pendente o a goccia per le compagne. L’anello incarna l’autentica ossessione del gruppo, al punto che le cronache dell’epoca tramandano figure di capibanda con le dita cariche di diciassette o persino venti vere inanellate. Al di là del valore decorativo, economico o sentimentale, questi ori custodiscono virtù magico-terapeutiche che la modernità andava progressivamente disperdendo: nell’universo del brigantaggio, ostentazione estetica e prestigio comunitario convivono con un retroterra magico-religioso troppo radicato perché a quegli amuleti non venga riconosciuta un’imprescindibile funzione apotropaica e propiziatoria.
Lontana dalla retorica dello scontro a fuoco, la vera forza della banda risiedeva dunque in questa complessa trama sotterranea: un microcosmo sospeso tra violenza e tenerezza, fede e superstizione, doveri arcaici e sogni di riscatto.

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Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.

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