Il corpo, la guerra, lo sguardo. L’arte di Miriam Cahn

Ciò che mi guarda: così si intitola la prima grande retrospettiva dedicata all’artista Miriam Cahn in Italia a Roma, al Macro — Museo di Arte Contemporanea, dal 5 Agosto 2026 al 15 Novembre 2026.

Miriam Cahn, nata a Basilea nel 1949, è oggi tra le figure più interessanti del panorama artistico mondiale. La sua biografia è strettamente intrecciata col femminismo, la politica, la guerra. È pittrice, disegnatrice, performer, fotografa e scrittrice. Vive e lavora in Svizzera, a Stampa, frazione del comune svizzero di Bregaglia, nel Canton Grigioni. Si è formata alla Gewerbeschule di Basilea in arti grafiche; negli anni Settanta è entrata in contatto con i movimenti femministi e antinucleari e ha cominciato a sviluppare temi fortemente politici.
Uno dei lavori/azioni più importanti di questo periodo è Mein frausein ist mein öffentlicher teil (La mia femminilità è la mia parte pubblica), dipinto tra il 1979 e 1980 sui muri di un ponte autostradale a Basilea. In una serie di blitz notturni, Cahn ha realizzato enormi disegni a carboncino e scritto questa frase sul cemento dei piloni dell’autostrada. L’azione le procurò problemi con la legge per danneggiamento della proprietà pubblica.
Affermare che la propria femminilità è la propria parte pubblica ribalta il tradizionale schema secondo cui alle donne è riservato lo spazio privato (la casa, la famiglia), mentre all’uomo lo spazio pubblico (il lavoro, la politica), e porta l’essere donna al centro della sfera sociale.
Anni dopo, nel 1987, il dipartimento delle costruzioni della città (lo stesso che l’aveva denunciata anni prima) la ricontattò chiedendole di realizzare un’opera nello stesso identico punto. Cahn rifiutò indignata, condannando l’ipocrisia delle istituzioni. 
Per capire Cahn è importante il suo modo di disegnare. Fin dagli anni Settanta con carboncino, gesso e matita lavora su fogli di grandissimo formato appoggiati sul pavimento, spesso inginocchiandosi o sdraiandovisi sopra, e lascia che il movimento del corpo produca il segno. Carboncino e gesso permettono a Cahn di lavorare rapidamente, facendo entrare nel disegno l’intero corpo. Quindi il corpo non è soltanto ciò che Cahn rappresenta, è anche lo strumento con cui l’immagine viene prodotta. L’artista, infatti, all’inizio della sua carriera ha rifiutato la pittura e ha usato il disegno, l’acquerello, la fotografia, la performance, la scrittura. Il suo rifiuto è stato anche una forma di ribellione nei confronti di un sistema artistico occidentale dominato dagli uomini e caratterizzato dall’Astrattismo e dal Minimalismo. Poi, progressivamente, si è accostata alla pittura. 
Tra i cicli più importanti degli anni Ottanta c’è Lis, abbreviazione di Lesen im Staub, cioè Leggere nella polvere. Il titolo suggerisce qualcosa che deve essere decifrato attraverso una materia instabile, sporca. Sono disegni a carboncino nei quali emergono volti e soprattutto occhi, che sembrano guardare direttamente chi guarda.

Verso la fine degli anni Ottanta e soprattutto negli anni Novanta, Cahn passa dalla monocromia al colore, preferendo ora l’acquerello.

Tra i soggetti più frequenti ci sono bombe atomiche, scene di guerra, in cui compaiono animali, piante, paesaggi, corpi, volti, perché, quando Cahn racconta una guerra, la trasforma in sensazione, memoria, e una donna, un animale, un fiore, un paesaggio, un organo sessuale appartengono allo stesso campo percettivo dell’esperienza umana. Il tema dell’atomica, inserito nel progetto Kriegsraum (Stanza della guerra) è particolarmente importante perché Cahn è cresciuta all’ombra della guerra fredda e della minaccia nucleare.

L’artista stessa racconta di aver seguito ossessivamente in televisione la Guerra del Golfo, mentre contemporaneamente lavorava, così le immagini televisive entravano direttamente nel suo lavoro.
Un altro momento fondamentale è rappresentato dalla guerra nell’ex Jugoslavia. Cahn realizza lavori direttamente legati a Sarajevo, dove l’evento storico si trasforma in un’esperienza corporea e psicologica. Poi gli attentati dell’11 settembre, il movimento #MeToo, e altri eventi contemporanei hanno alimentato il suo lavoro. La guerra russa contro l’Ucraina entra direttamente nella produzione: Herumliegen (2022) è una delle installazioni più importanti di questo periodo. Il termine tedesco può essere tradotto approssimativamente come Stare/Sdraiarsi qua e là, Essere sparsi. La configurazione evoca infatti corpi abbandonati e morte collettiva.
Fuck abstraction! è probabilmente la vicenda più discussa della sua carriera recente. Nel 2023 il Palais de Tokyo di Parigi organizzò la grande retrospettiva, al cui interno Fuck abstraction! raffigurava una scena sessuale estremamente violenta. Alcuni esponenti politici francesi e associazioni denunciarono l’opera sostenendo che rappresentava un abuso sessuale su un minore e chiesero che fosse rimossa. Il tribunale respinse la rimozione considerando l’opera nel contesto della denuncia dei crimini commessi a Bucha, durante l’invasione russa dell’Ucraina, e ritenne adeguate le misure adottate dal museo per contestualizzare il contenuto sensibile. 
Il grande protagonista dell’intera opera di Cahn è il corpo umano, non un corpo idealizzato della tradizione occidentale, ma un corpo nudo, vulnerabile, deformato, ambiguo, talvolta impossibile da classificare come maschile o femminile. Un corpo, soprattutto quello femminile, che rinuncia agli stereotipi legati alla bellezza, e si proietta in immagini spettrali e diafane. Nelle sue opere compaiono frequentemente donne nude, incinte; rapporti sessuali, violenza sessuale, maternità. Spesso il volto può sembrare umano e contemporaneamente mostruoso, infantile, a volte è cancellato, il sesso è indistinguibile, e la figura può confondersi con il paesaggio.

Il privato entra nell’opera di Cahn, che guarda alla propria famiglia, alla memoria e ai rapporti affettivi. Per Cahn non esiste una separazione tra politica e vita privata.
Le room installations, installazioni ambientali, sono fondamentali. Non sono semplicemente stanze piene di quadri. Sono come unità concettuali e spaziali. Non è il museo a mettere insieme i quadri; la configurazione dello spazio fa parte dell’opera.
Un altro capitolo importante è il rapporto dell’artista con la propria identità ebraica. La questione dell’antisemitismo, della guerra e della fuga diventa memoria storica, appartenenza. 
La sua rivalutazione internazionale è particolarmente forte dagli anni 2010, e ultimamente Cahn ha ricevuto importanti riconoscimenti. Nel 2022 è stata insignita del Premio Rubens dalla città di Siegen: il premio, del valore di 25.000 euro, viene conferito dal 1957 ogni cinque anni e prende il nome dal pittore Peter Paul Rubens, nato a Siegen nel 1577. 
Cahn ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in tutto il mondo, esponendo le sue opere alla Biennale di Venezia (nel 1984 e nel 2022 alla mostra internazionale The Milk of Dreams), al Museum für Moderne Kunst di Francoforte (1998), al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid (2017), al Palais de Tokyo di Parigi (2023), allo Stedelijk Museum di Amsterdam (2024).
Lo stile di Cahn è formalmente difficile da collocare: espressionista, figurativa, astratta, femminista, politica? Certo è tutto questo, ma in maniera personale. Il suo segno è rapido, violento. Nei dipinti più recenti il colore può essere sorprendentemente luminoso e può convivere con immagini terrificanti.
La grande retrospettiva italiana al Macro riunisce oltre cento opere, che coprono l’intera carriera dell’artista, dalla fine degli anni Settanta ai lavori più recenti, organizzate secondo un percorso tematico: il corpo femminile, la guerra, la violenza, l’erotismo, la memoria. Il titolo della retrospettiva romana, Ciò che mi guarda, è particolarmente adatto e indica l’inversione: non sono io che guardo il quadro, ma è il quadro che guarda me. Gli occhi delle figure, i corpi, le posture, persino le forme astratte sembrano rimandare lo sguardo di chi è di fronte, che non può rimanere esterno alla scena. 

Due room installations fondamentali, Herumliegen (2022) e Familienraum (1996–2009), sono in mostra al Macro. Herumliegen, realizzata in risposta all’invasione russa dell’Ucraina, porta con sé tutta l’urgenza di una reazione immediata agli eventi. Familienraum riunisce figure, personaggi, spazi e luoghi che sono tutti ritratti astratti di familiari dell’artista, oppure visioni di paesaggi interiori. Messe in relazione, le due installazioni tracciano una pratica che non distingue tra sfera pubblica e sfera privata: la guerra e la famiglia, il massacro e la memoria affettiva, il grido politico e l’esperienza intima si tengono insieme, contaminandosi.

In copertina: immagine tratta da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Miriam_Cahn_-_o.T._10.05.2012_(2012).jpg, Museum of Modern Art in Warsaw, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, su Wikimedia Commons.

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Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.

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