Maria Montessori. Medica, femminista e pedagogista scientifica

Immaginiamo di assistere a un’intervista a Maria Montessori all’uscita dalla stazione ferroviaria di Chiaravalle, in provincia di Ancona. Siamo ai primi di ottobre del 1950 quando, accompagnata dal figlio, desiderò rivedere i luoghi dove ebbe i natali, dopo essere stata molto tempo fuori dall’Italia. La giornalista le fa diverse domande e noi stiamo ad ascoltare…

Resterà a lungo in Italia, signora Montessori?
Ho girato il mondo per presentare il mio metodo: ho viaggiato in America, in Germania, in Austria, in Inghilterra, in Irlanda, in Francia, in Danimarca, in India. Ho partecipato a vari congressi internazionali in molte città europee ed extra europee. Ora spero di fermarmi in Italia, ma purtroppo non mi sento molto compresa qui, lo sono stata maggiormente all’estero. Sono però felice di poter rivedere il mio Paese, l’ho tanto desiderato; adesso, posso morire contenta.

Come le è sembrato il discorso che le ha rivolto — in parlamento il 3 maggio del 1947, quando è tornata in Italia — la parlamentare Maria De Unterrichter Jervolino?
Guardi, ho ancora quel discorso qui in borsetta, ecco il foglietto; sono stata molto contenta di ricevere quegli onori, dopo così tanto tempo che ero lontana dall’Italia! Si è voluto riconoscere il valore del mio metodo educativo e del mio pensiero che ha per base lo sviluppo armonico della personalità umana nella libertà. Si è ammesso che fui costretta all’esilio, mentre le mie opere furono private di respiro. Si ritiene che l’Italia, ora libera, possa richiamarmi per aiutare nell’opera di rinnovamento della sua gioventù e della sua scuola. Mi riconoscono il valore del mio metodo basato sullo sviluppo integrale della persona e sulla pace. È necessario che la scuola permetta le libere manifestazioni naturali nell’infanzia, perché si sviluppi la Pedagogia Scientifica: questa è la mia riforma essenziale.

Mi porgono il saluto della Costituente italiana, basata su una vera democrazia. C’è anche chi vorrebbe propormi per il Nobel per la pace. Mi farebbe tanto piacere, ma, poiché sono inserita in una vasta corrente di rinnovamento orientata, da una parte, al riconoscimento dell’importanza delle scienze per il progresso umano e, da un’altra, incline a superare i vecchi modelli antropologici, perlopiù ristretti in una angusta visione religiosa, per aprirsi a ridefinire la donna nuova nel più ampio orizzonte di una spiritualità universale, non credo che l’Italia voglia esporsi così tanto.

Ci parli della sua lunga vita, perché sia di modello ad altre donne.
Sono nata qui a Chiaravalle, nelle Marche, nel 1870 in una famiglia borghese: mio padre era conservatore, mia madre progressista; lei avrebbe voluto fare l’università, ma allora era impossibile per le donne.

Maria Montessori all’età di circa 20 anni

Sono nipote dell’abate Antonio Stoppani, fratello di mia madre, geologo e naturalista che mi ha influenzata nella passione per le scienze biologiche. Quando ci trasferimmo a Roma scelsi — contro il parere di mio padre che mi voleva insegnante — una scuola tecnica. Decisi poi di iscrivermi agli studi universitari di medicina, benché ostacolata dal ministro Baccelli, combattendo contro gli ostacoli posti dalla burocrazia e dalla mentalità maschilista. Sentivo di dover lottare sia a difesa del diritto alla conoscenza — all’epoca le donne dovevano rimanere pure, cioè ignoranti — sia contro la fredda indifferenza richiesta dal positivismo che riteneva che l’essere umano ha bisogno soltanto di cose materiali; per me contavano soprattutto gli stimoli emotivi, il calore umano, la gioia, la bellezza: in sintesi l’amore. Il 1896 è l’anno della mia laurea, con una tesi in psichiatria. In quell’anno partecipai, in veste di rappresentante dell’Italia, al Congresso internazionale delle donne a Berlino, unendomi a donne provenienti da 28 paesi, dal quale ho lanciato un appello appassionato contro la disparità dei salari in fabbrica, ma esistente anche nelle scuole tra insegnanti uomini e donne. Denunciai il lavoro minorile, così vergognosamente diffuso. Nel 1899 entrai nel comitato direttivo della Lega per i diritti delle donne, fondai e diressi la Scuola magistrale ortofrenica per educatrici/tori di bambine/i disabili, sviluppando una didattica basata su metodi, osservazioni e materiali; un vero metodo scientifico.

Su quali principi era basata la scuola magistrale da lei diretta?
Il mio pensiero identifica l’alunna/o «come essere completo, capace di sviluppare energie creative e possessore di disposizioni morali» che in età adulta si comprime dentro di sé, rendendole inattive. Il principio fondamentale deve essere la libertà, la sola che può favorire la creatività, già presente nella natura infantile. Dalla libertà e dalla fiducia, che favoriscono l’autocorrezione dell’errore, deve emergere una disciplina che non può essere coercizione. Ho espresso questi pensieri nel mio libro Educare alla libertà, uscito nel 1909.

Bambini e bambine compiono lavori domestici

L’apprendimento avviene senza fatica se si mette il/la discente nelle condizioni adatte a poter conoscere: il compito della persona adulta è quello di osservare e aiutare il naturale e completo sviluppo individuale di ciascuna mente infantile. Nel 1904 ho conseguito la libera docenza in antropologia ed ebbi l’opportunità di occuparmi dell’organizzazione degli asili infantili. Nel popolare quartiere romano di San Lorenzo mi venne affidata, infatti, la direzione del primo asilo di caseggiato, dove ho accolto le/i piccoli dai 3 ai 6 anni. Si è aperta così, nel 1907, la prima Casa dei Bambini, un ambiente in cui applicare una nuova concezione di scuola dell’infanzia secondo il metodo della pedagogia scientifica. La Casa di San Lorenzo, pensata e realizzata a misura di bambina/o, divenne per me il laboratorio didattico ideale, fu il banco di prova delle mie intuizioni e la fonte sperimentale della mia teoria educativa. I miei piccoli pazienti, infatti, erano attirati non tanto dal materiale che, messo a loro disposizione, doveva stimolarli, ma dalla voce di chi si rivolgeva loro. Famose sono le lettere di legno che un falegname mi costruiva e che permisero l’apprendimento della lettura e scrittura, lo sono anche la torre rosa, gli incastri metallici, i solidi geometrici e i triangoli costruttori che formano gli apprendimenti in modo graduale.

La torre rosa, uno dei materiali didattici

Ci parli del suo rapporto col fascismo.
Col fascismo ho vissuto momenti alterni; all’inizio ricevetti il plauso di Mussolini che nel 1924 tenne un discorso di festeggiamento al mio ritorno dalla Spagna, dove mi ero rifugiata per non assistere alla guerra, paragonando le mie innovazioni in campo pedagogico a quelle del telegrafo di Marconi. In seguito comprese che il mio pensiero sulla libertà non poteva coincidere col totalitarismo e preferì sostenere altre proposte in campo scolastico. Nel 1934, quando in un congresso parlai di pace, ci fu la rottura definitiva. Fu lì che io e mio figlio Mario partimmo per l’India.

Che cosa ci può dire di suo figlio Mario?
Conobbi nel 1895 Giuseppe Montesano, mio collega all’Istituto di igiene mentale di Roma. Ci siamo molto amati, ma quando rimasi incinta lui si tirò indietro, ascoltò sua madre che non era favorevole al nostro matrimonio. Non lo era neppure mia madre che mirava alla mia carriera che, col matrimonio, si sarebbe interrotta poiché per una donna sposata non era possibile avere una professione. Nel ’98, dalla nostra relazione, nacque Mario che affidai a una famiglia di fiducia e che crebbe in campagna. Montesano lo riconobbe dopo tre anni e sostenne le spese per il suo mantenimento. Io lo andavo a trovare molto spesso presentandomi come una zia finché a 14 anni fu lui stesso ad accorgersi che io non potevo essere che sua madre. Lo ripresi con me nel 1913 e da allora mi rimase accanto nei viaggi, mi sostenne nei miei lavori e curò le mie pubblicazioni. In India fu prezioso sostegno, specie nel facilitarmi le conversazioni in inglese. Si è sposato, ha 4 figli a cui lascerò i miei libri. 

La sua esperienza in India le è stata molto a cuore: è corretto?
Il periodo trascorso nel continente indiano, quasi dieci anni, fu per me quello più importante, non solo dal punto di vista pedagogico, per l’elaborazione dell’educazione cosmica, ma anche per quanto riguarda il mio personale percorso evolutivo.

Maria Montessori riceve il ritratto di Ghandi

È come se in India, culla millenaria delle più grandi tradizioni spirituali, si fosse accesa in me una luce che illuminò il resto del mio cammino e non si spense più. Gli Indiani mi veneravano come una “Grande Anima”, chiamandomi mahatma; più di qualunque altro popolo avevano compreso il messaggio profondo che ero venuta a portare, che è essenzialmente un messaggio spirituale, un messaggio d’amore. Ho avuto la fortuna di vivere a Adyar, vicino a Madras, nella sede internazionale della Società Teosofica a cui mi ero avvicinata già dal 1899 e che è basata su 3 principi fondamentali: Fratellanza, Educazione, Pace. Lì ho solidarizzato con il grande pacifista Gandhi e con Tagore, il grande poeta, e anche con Krishnamurti, filosofo e mistico; in quel luogo tutti i vari credo religiosi vivono a contatto fra di loro, hanno i loro luoghi di culto, ma condividono i grandi valori universali. Lì maturai la mia idea di educazione cosmica, che abbraccia i concetti di educazione ecologica, educazione alla pace e alla mondialità. Di fronte al piano cosmico va data al bambino e alla bambina un’idea di tutte le scienze, nessuna esclusa, non con precisazioni particolari, ma soltanto con un’impressione generale: si tratta di seminare le scienze che la mente assorbente elabora per apprendere. Lì ho insegnato il mio metodo alle giovani maestre indiane con l’aiuto di mio figlio per la traduzione in inglese. Affermai, nel discorso ad Adyar nel 1939, che per molte decadi il bambino mi aveva rivelato qualcosa che è nascosto nelle profondità della sua anima. Avevo però incontrato incomprensione e malintesi in tanti Paesi, perché la gente pensava che io parlassi di un metodo pedagogico, mentre io parlavo di una rivelazione che mi è stata data dall’anima. Il compito principale non è imparare il metodo, ma aprire un nuovo e migliore modo di essere.

Maria Montessori in India tiene una lezione alle maestre con la traduzione del figlio

Quali sono le principali opere in cui ha scritto il suo pensiero?
Scrissi nel 1909 Il Metodo della Pedagogia Scientifica applicato all’educazione infantile nelle Case dei Bambini. Scrissi Il segreto dell’infanzia nel 1936, Il bambino in famiglia, sempre nel 1936, dedicato al ruolo dei genitori e a come adattare l’ambiente domestico alle esigenze infantili. Nel 1948 scrissi Come educare il potenziale umano, rivolto a bambini e bambine più grandi, della scuola elementare. Nell’opera La mente del bambino del 1949, scritto in India, ho sostenuto che la mente giovane è una mente assorbente in grado di apprendere attraverso «un potere di sensibilità intenso». Nell’ambito pedagogico ci deve essere una «cooperazione tra l’anima del bambino e l’anima del maestro», ovverossia un incontro tra i due su un piano spirituale. Perché solo «quando la persona lavora con le energie spirituali evolve e si trasforma». Nella visione dell’educazione cosmica, è quando ogni essere vivente è al culmine del suo piacere, al culmine della sua soddisfazione, quando tutte le sue ambizioni nella vita sono state raggiunte, che svolge il suo compito cosmico.
Il mio lavoro più recente è Educazione e pace del 1949, una raccolta degli interventi che ho tenuto in varie città sul tema della pace. Costruire la pace è l’opera dell’educazione, la politica può solo evitare la guerra, è un tema che ho considerato non solo fondamentale, ma costitutivo dell’azione educativa stessa. Dalla pace dipende la vita stessa del popolo e forse il progredire o lo sparire di tutta la nostra civiltà. Recente è anche Giustizia e bisogni speciali, che raccoglie saggi rivolti a un livello internazionale e vuole essere una proposta educativa nei riguardi di bambine/i con disturbi specifici dell’apprendimento o provenienti da ambienti svantaggiati.

Le sue scuole o meglio Case, come lei vuole chiamarle, avranno di certo avuto un’ampia diffusione, non solo in Italia.
Non sono molte le mie scuole in Italia, sono difatti più diffuse all’estero, in Europa, ma anche in America e in Australia. La grande differenza è che la maestra ha un ruolo fondamentale anche se paradossalmente insegna poco, è limitato il suo intervento in prima persona. La direttrice, come io preferisco chiamarla, più che agire, osserva ciò che il/la bambina fa spontaneamente e segue i suoi progressi. Per favorire l’autonomia dico sempre alle mie insegnanti: «Mai aiutare un bambino mentre sta svolgendo un compito nel quale sente di poter avere successo». Già all’inizio degli anni ’30 ho spostato in Olanda la mia Associazione per i dissapori col fascismo. Ad Amsterdam è tutto più sicuro, ma io da un po’ di tempo vivo a Noordwijk, piccola cittadina olandese sul mare. Sa come ho chiamato questa mia casa? Villa Chiaravalle…

Proprio un bel nome! Ora la saluto e la ringrazio tanto, signora Montessori e le auguro ogni bene.

Tomba di Maria Montessori a Noordwijk

Maria Montessori lascia la stazione e si avvia verso la sua casa natale…
Poco tempo dopo, tornata in Olanda, mentre stava organizzando col figlio un viaggio in Africa per aprire una nuova scuola, il 6 maggio 1952 Maria Montessori ebbe un malore e morì. 
Aveva chiesto di essere sepolta lì dove fosse morta e così la sua tomba è a Noordwijk e riporta la seguente scritta: «Io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo».

Laboratorio: riflettiamo sul nostro compito cosmico, alto pensiero montessoriano. Quale contributo possiamo dare al mondo? Il valore della libertà e della pace in Montessori; principi sempre attuali.

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Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne nei vari campi culturali. Realizza attività presso l’associazione Il labirinto del dragoncello, di cui è presidente, e cura il percorso filosofico Panta rei a Merlino (LO).

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