La richiesta dell’abolizione del matrimonio riparatore risale al 1908 al Primo congresso nazionale femminile fortemente voluto dal Consiglio nazionale delle donne italiane, presieduto dalla contessa Gabriella Galletti Rasponi. A quel convegno partecipò anche la regina Elena, ma la storia ci insegna che l’istanza non venne accolta. In Italia abbiamo dovuto attendere ben 73 anni da quella prima richiesta formale: il 5 settembre del 1981, con la legge 442, si pose fine a questo abominio.
La storia di Franca Viola è molto nota e ricordata come la prima donna che, nel 1965, ad Alcamo, in provincia di Trapani, si oppose alle nozze riparatrici dopo essere stata rapita dal mafioso Filippo Melodia, il quale a tutti i costi voleva sposarla.
Ma prima di lei, un’altra donna, anch’essa siciliana, dopo essere stata rapita e violentata, rifiutò tale imposizione: il suo nome era Anna Composti. Era nata il 26 giugno del 1907 a New York; il padre Rosolino e la madre Carmela Sclafani, dopo pochi anni dalla sua nascita, ritornarono in Sicilia, a Bolognetta, in provincia di Palermo.
All’età di 15 anni Anna si innamorò del giovane Ciro e i due speravano di sposarsi, ma i genitori della ragazza osteggiarono in tutti i modi quell’unione, anche con botte e minacce. Ciro desistette e sposò un’altra, mentre Anna venne promessa a un giovane gradito alla famiglia. Tuttavia non tollerò quella scelta e dopo un paio di mesi ruppe il fidanzamento. Il promesso sposo non accettò quella decisione e si sentì profondamente ferito nell’orgoglio. Un giorno, con la complicità di alcune vicine di casa, riuscì a tendere un tranello ad Anna: la prelevò a forza, la condusse in un pagliaio e la violentò. I carabinieri lo arrestarono e venne condannato a tre anni di reclusione. Tutti cercarono di convincere la giovane ad accettare il matrimonio riparatore ma lei sdegnosamente rifiutò, pur consapevole che ormai nessuno più l’avrebbe chiesta in sposa.
Condurrà per tanti anni un’esistenza difficile, stigmatizzata dalla comunità, lavorando come una schiava e subendo i continui rimbrotti dei familiari. Il lavoro estenuante e la rabbia che le attanagliava il cuore la fecero ammalare di tubercolosi. L’unico squarcio di luce nella sua vita fu l’amicizia sincera con una vicina, Maria Teresa Oriti-Monterosso detta Rosa, moglie di Tommaso Bordonaro. Nel 1936 la sua amica morì, lasciando Anna in preda allo sconforto; ciononostante, ella ebbe la forza di prendersi cura dei due figli della sventurata donna. Dopo due anni, Tommaso Bordonaro decise, a dispetto di ogni pregiudizio, di sposare Anna Composti: era il 23 giugno del 1938 e da quell’unione nacquero tre figli maschi. Grazie alla sua nazionalità americana, tutta la nuova famiglia poté emigrare negli Stati Uniti nel 1947. Si stabilirono a Garfield, nel New Jersey, dove lei inizierà a lavorare presso un’azienda tessile. Morirà il 24 ottobre del 1984 dopo una lunga malattia.

Spulciando tra gli archivi dei giornali scopriamo che, sempre in Sicilia, ma alcuni anni dopo la vicenda di Anna, a Cinisi, in provincia di Palermo, anche la diciassettenne Maria Rosa Vitale rifiutò le nozze riparatrici. Era il 1939 e la ragazza venne rapita da un uomo che la portò in un casolare e la violentò per tre giorni consecutivi. Distrutta fisicamente e psicologicamente promise al suo carnefice che, se l’avesse riportata a casa, l’avrebbe sposato. Invece, appena ritornò in famiglia, si ribellò con tutte le sue forze per non far celebrare quel matrimonio. Maria Rosa ci riuscì con il supporto dei genitori, ma lasciò Cinisi e si trasferì a Partinico, dove si diplomò al Liceo classico. Dopo la Seconda guerra mondiale, quando la miseria dilagava, rimasta orfana di padre, fu costretta a rientrare al paese natio per assumere l’incarico di segretaria nella scuola media locale. In quella nuova fase della sua vita iniziò a interessarsi di politica e fu eletta consigliera comunale; in seguito fu nominata assessora alla Pubblica istruzione nelle fila della Democrazia cristiana. L’attività politica le fece incontrare un consigliere di Castelvetrano, socialista e già sposato, ma separato. Nonostante la diversa appartenenza partitica, i due si innamorarono e decisero di andare a convivere a Palermo. A quei tempi era certamente uno scandalo, ma Maria Rosa non si lasciò condizionare e mise al mondo la figlia Vera. Quest’ultima, nel novembre del 2022, rilasciò un’intervista a Yvonne Malfa per il giornale La Sicilia dichiarando: «Mia madre mi ha trasmesso il senso del coraggio. Mi diceva che una donna nelle difficoltà trova sempre la via d’uscita. Noi riusciamo a farcela, troviamo sempre una soluzione per andare avanti e sappiamo risalire dal fondo del pozzo». Nelle orecchie della figlia, da ragazzina, riecheggiava ancora il monito costantemente ripetuto da Maria Rosa: «Devi studiare, Vera, non devi mai dipendere da un uomo».
Nel gennaio del 1963, un’altra donna di Alcamo, Girolama Benanti di 23 anni, fu rapita e sequestrata da Liborio Pirrone. Anche lei non solo rifiutò il matrimonio riparatore, ma denunciò il suo stupratore trascinandolo in tribunale e facendolo condannare a 5 anni e 2 mesi di reclusione. L’accusato, per ottenere uno sconto di pena, chiese il perdono, che la giovane coraggiosamente e sdegnosamente gli negò. Questa ulteriore storia è stata resa nota grazie al lavoro investigativo di un’emittente locale (Alpa1), che ha ritrovato la denuncia originale in cui si leggono i capi di imputazione: reato al fine di matrimonio, violenza carnale e lesioni personali. La vittima subì a quei tempi attacchi per non aver voluto “riparare all’offesa subita”. Decise così di non sposarsi e di tacere per sempre.
Chissà quante altre storie simili sono rimaste sconosciute e sepolte all’interno delle mura familiari, senza che nessuno le abbia mai raccontate. Per fortuna la risonanza della vicenda di Franca Viola ha scosso le coscienze più di ogni altra, perché quel «No» rappresentò un rifiuto non solo al matrimonio riparatore, ma anche alla mafia.
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Articolo di Ester Rizzo

Giornalista. Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Ist. Sup. di Giornalismo di Palermo, socia Sil, collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra editore ha curato il volume Le Mille. I primati delle donne. Autrice dei saggi: Camicette Bianche, Donne Disobbedienti, Il labirinto delle perdute e i romanzi storici Le ricamatrici e Trenta giorni e 100 lire, sempre per Navarra editore.
