Ho incontrato Ada Pratella in una piccola sala del Museo Ettore Archinti a Lodi, dove la mostra Dipingere la pittura. Dall’atelier al plein air ha messo in fila tredici pittori dell’Otto e Novecento italiano e, in mezzo a loro, un’unica pittrice. La sua opera, Il padre che dipinge, è del 1926, un olio su cartone telato di appena 20×15 centimetri, che ritrae Attilio Pratella a mezzo busto, assorto, colto nell’atto di dipingere nel proprio studio. Sotto, nel cartellino, Ada Pratella, 1901-1929.
Come segnala il catalogo della mostra, curato da Marina Arensi e Vittorio Vailati, l’opera è giocata su tonalità terrose quasi monocrome, con pennellate dense; solo la tavolozza imbrattata di colore, in basso, introduce una nota vivace che rende il clima squisitamente domestico. Lo stesso catalogo segnala un dettaglio: il dipinto rimase nello studio di Ada fino alla sua morte prematura, a ventotto anni. Da allora mi sono detta che dovevo conoscere meglio Ada Pratella, e mi sono anche chiesta perché non l’avevo mai sentita nominare.

La risposta, nel caso di Ada, è scoraggiante. Ada dipinse, espose, fu definita dai critici del suo tempo «la prima pittrice d’Italia», e poi morì troppo presto perché la sua opera potesse consolidarsi in una eredità pubblica. Per decenni il suo nome è rimasto ai margini della memoria dell’arte italiana.
Ada Pratella nacque a Napoli, ultima di cinque, in una famiglia che viveva letteralmente di pittura. Il padre, Attilio Pratella, l’uomo raffigurato nel dipinto visto a Lodi, era un paesaggista affermato, originario di Lugo di Romagna ma napoletano d’adozione; la madre, Annunziata Belmonte, romana, si occupava attivamente della vendita dei quadri del marito. I fratelli maggiori, Fausto e Paolo, dipingevano seguendo l’esempio paterno; la sorella Eva, inseparabile compagna di Ada, ne fu la modella preferita per tutta la vita.

È interessante soffermarsi anche sul periodo storico in cui Ada visse, perché la sua breve vita coincide con una delle trasformazioni più profonde della storia del Paese. Nasce nel 1901, agli inizi dell’età giolittiana, in un’Italia liberale che nega ancora alle donne il voto e gran parte dei diritti civili. È adolescente durante la Prima guerra mondiale, e diventa artista adulta proprio negli anni in cui il fascismo prende forma: nel 1919 nascono i Fasci di combattimento, nel 1922 la marcia su Roma porta Mussolini al governo.
Le sue mostre più importanti, del 1926 e del 1928, si tengono in piena dittatura consolidata. Quando muore, il 15 marzo 1929, sono passate poche settimane dai Patti Lateranensi, firmati l’11 febbraio, che segneranno per decenni i rapporti tra Stato e Chiesa. La sua parabola, dall’infanzia nella Napoli liberale alla morte nell’Italia fascista, attraversa una delle epoche più dense di cambiamenti del paese.

Per una giovane donna che voleva diventare pittrice, nascere in una famiglia di artisti poteva offrire possibilità difficili da trovare altrove. Le accademie avevano cominciato ad aprirsi alle donne, ma la formazione delle artiste restava spesso legata alla famiglia e alla guida di pittori già affermati. A Napoli, dove Ada crebbe, anche altre donne provenienti da famiglie di artisti seguirono questo tipo di percorso: Maria Spanò, figlia del pittore Raffaele; Amalia Tessitore, figlia dell’incisore Francesco; Rita Franco, sorella dell’architetto Manfredi. Donne che dipinsero ed esposero, ma la cui autonomia artistica restò spesso legata, agli occhi della critica del tempo, al nome maschile della famiglia.
Ada seguì questo percorso, ma con una variante: si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Napoli nel 1916 e ne uscì quasi subito. Secondo le note biografiche della sorella Eva, mal sopportava l’ambiente accademico e preferiva seguire il proprio istinto, sotto la guida del padre. Proseguì quindi la propria formazione fuori dall’Accademia, costruendo un rapporto molto personale con la pittura. Napoli era in fermento in quegli anni. Nel 1909, quando Ada era ancora bambina, un gruppo di ventitré giovani allievi dell’Accademia, tra cui il fratello Fausto, organizzava la Prima esposizione giovanile. Il loro fu un tentativo di portare a Napoli echi tardo impressionisti, primi accenni di divisionismo, suggestioni Art Nouveau. Quel fermento è lo sfondo su cui Ada crebbe come pittrice, e si riconosce nella sua produzione matura: una lingua che alterna riferimenti alle secessioni europee a una fedeltà di fondo al realismo napoletano di famiglia. Già nel 1909 Ada aveva eseguito un precocissimo autoritratto, con uno sguardo che lascia intuire una precoce attenzione alla propria immagine.

Il debutto pubblico arrivò nel 1921, con il Ritratto della sorella alla prima Biennale napoletana, a Palazzo Reale, parallela alla prima Biennale romana: un successo enorme, circa millecinquecento visitatrici e visitatori al giorno per sette mesi. Nel 1925 espose il Ritratto del padre a Bologna e tre dipinti alla Galleria Corona di Napoli. Nel 1926 tenne la sua prima personale, con il fratello Paolo, presso la Compagnia degli Illusi, circolo culturale napoletano fondato nel 1919, di cui era presidente onorario Benedetto Croce, con un consiglio che annoverava Gabriele D’Annunzio, Matilde Serao, Francesco Cilea, Vincenzo Gemito, Salvatore Di Giacomo. Sempre nel 1926 compì, con Eva e Paolo, un viaggio a Roma, a Lugo, terra del padre, e a Venezia per la Biennale. Da Lugo scrisse al padre una lettera densa di giudizi personali: entusiasmo per Fattori e per l’olandese Mesdag, delusione per Favretto, ammirazione critica per Domenico Morelli. Righe di una donna dal gusto già formato, per nulla intimidita nel dire la propria. Fu nel maggio di quell’anno che il futurista Francesco Cangiullo, in un articolo su Il Mezzogiorno di Napoli, scrisse di lei: «la prima pittrice d’Italia».
Due anni dopo, nel 1928, Ada tornò da sola alla Compagnia degli Illusi con trentuno opere, mentre preparava una terza personale alla Galleria Pesaro di Milano. Non riuscì a vederla realizzata: una grave malattia la colpì in quei mesi, e il 15 marzo 1929 morì, a ventotto anni. Cinque sue opere furono comunque esposte accanto a quelle del padre, nello stesso 1929, alla Mostra d’arte napoletana della Galleria Pesaro. La cronaca raccontò che il giorno dell’inaugurazione i fratelli cosparsero di fiori i suoi dipinti, tra la commozione delle persone presenti. Anche lì Ada era l’unica artista rappresentata, come a Lodi nel 2026. Luca Postiglione, in una lettera ad Attilio, la chiamò «l’unica pittrice d’Italia», riprendendo le parole di Cangiullo.

Dopo aver visto il quadro di Ada Pratella a Lodi, ho cercato a lungo, e non senza fatica, la monografia che le è stata dedicata: un’edizione numerata di sole mille copie, curata da Isabella Zaniboni per la Galleria Giordani di Bologna, datata 1998. Trovarla, attenderne l’arrivo, sfogliarla, è stata una delle piccole gioie di questo lavoro. Dentro ci sono fotografie di famiglia mai viste altrove, la trascrizione di una lettera scritta di suo pugno, un racconto costruito con una cura che raramente si trova nelle poche righe che il web dedica alle pittrici. Buona parte di quello che ho scritto viene da quelle pagine, e devo un ringraziamento sincero a Isabella Zaniboni, che quasi trent’anni fa ha scelto di dedicare tempo e studio a un’artista rimasta per decenni ai margini della memoria pubblica. Sulle date della sua vita, però, le fonti non concordano: la monografia riporta la nascita al 3 ottobre 1901, mentre una ricerca d’archivio più recente, sui registri di nascita del Comune di Napoli, la colloca al 1° febbraio dello stesso anno. Un dettaglio che vale la pena segnalare proprio perché mostra che anche una biografia ricostruita può conservare informazioni da verificare.

Tra le opere più interessanti illustrate nella monografia ci sono gli interni domestici cui Ada si dedicò con particolare libertà. La cucina del 1922 racconta attraverso gli oggetti un ambiente quotidiano: la luce calda che illumina gli oggetti e la madre china sul lavoro, i pesci nel piatto, il bucato steso alla finestra. Anche in un dipinto così intimo si riconosce una pittrice che aveva ormai costruito un proprio modo di guardare e, nello stesso momento, racconta l’attenzione che aveva verso ciò che la circondava.
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Articolo di Giulia Bortolini

Mi occupo di fotografia, progetto e realizzo mostre fotografiche a tema, videoreportage (personali e su richiesta), docuvideo, videolezioni per le scuole, locandine, gestisco social media, disegno Màndala. Attivista di Se Non Ora Quando? Lodi e associata di Toponomastica femminile.
