Lo scontro sulla lex Oppia andava, come abbiamo accennato, ben al di là della questione del lusso delle donne. Si trattava in realtà del conflitto fra due settori del patriziato: da una parte quelli — gli Scipioni in prima fila — aperti alla cultura ellenistica e disponibili a farsene contaminare in vista di una modernizzazione dei costumi che consideravano non più rinviabile se Roma voleva essere caput mundi; dall’altra quelli — di cui Catone era l’antesignano — ancorati al mos maiorum, ritenuto l’unico baluardo contro il rischio della perdita dell’identità stessa del popolo romano.
Il conflitto divenne esplicito quando, prima nel 187, poi nel 184 a.C., gli Scipioni vennero coinvolti in processi in cui li si accusava di non aver rendicontato con precisione al Senato il bottino conquistato con le guerre in Oriente e di aver distribuito alle truppe, invece che consegnarle all’erario, le ingenti somme di denaro ricavate dalla vittoria. Sembra che Publio Scipione Africano, il vincitore di Annibale, si presentasse in giudizio con un documento che conteneva il resoconto richiesto solo per farlo a pezzi davanti ai senatori, rifiutandosi di discolparsi e pronunciando una frase divenuta celeberrima sull’ingratitudine della patria. Proprio dell’Africano era figlia quella Cornelia che, secondo la tradizione, si sarebbe rifiutata di competere in ricchezza con una sua ospite, presentandole i suoi due figli come “gli unici suoi ornamenti”. Ma l’importanza della figura di Cornelia Minore va molto oltre quest’episodio, come dimostra l’attenzione che le riservano tutti gli storici, sia i latini che i greci, che sulle sue virtù si soffermano a lungo, lasciandoci tuttavia nell’incertezza sulle date cardinali della sua vita: ne ignoriamo l’anno della nascita, quello della morte e quello del matrimonio. Sposò Tiberio Sempronio Gracco, che la lasciò vedova presto, non prima tuttavia di aver generato con lei ben dodici figli, che, a credere alle testimonianze, sarebbero nati alternandosi nel genere nello spazio breve di quindici anni. Del resto a Roma, come in Grecia, le ragazze venivano date in sposa giovanissime a uomini maturi.
Secondo quanto racconta Cicerone nell’opera Sulla divinazione, sarebbe stato il marito a decidere di morire prima di lei, facendole dono di una vita lunghissima: un aruspice, consultato su come comportarsi con una coppia di serpenti trovati in casa, gli aveva rivelato che, uccidendo il maschio, avrebbe dato la possibilità di salvarsi alla femmina, e viceversa. Ma lo avvertì che la sorte dei serpenti avrebbe determinato quella sua e quella di sua moglie. Dopo la morte del marito Cornelia ebbe diverse proposte di matrimonio, tra cui una prestigiosissima da parte di Tolomeo, sovrano d’Egitto. Ma preferì rimanere fedele alla memoria del consorte: tra le virtù che le si riconoscevano, oltre la pudicitia e la fecunditas c’era quella di essere univira, cioè di aver conosciuto un unico uomo.
Diversamente che in Grecia, le donne romane virtuose allattavano i loro figli, invece che affidarli a una nutrice. E sembra che lo facesse anche Cornelia, nonostante le gravidanze numerose e ravvicinate. Inoltre, in assenza di un padre, ricadde interamente su di lei la responsabilità dell’educazione dei figli, almeno di quelli sopravvissuti: solo tre, una femmina, Sempronia e due maschi, Tiberio e Gaio. Di Sempronia sappiamo poco: alcune fonti ne ignorano completamente l’esistenza, altre la considerano coinvolta nella morte del marito in circostanze poco chiare. Sappiamo invece che per i figli maschi Cornelia scelse personalmente come maestri due famosi personaggi greci, perché ne fossero la guida morale oltre che intellettuale. A lei stessa, del resto, Cicerone attribuisce il merito di aver loro trasmesso doti di eloquenza eccezionali: «Li aveva cresciuti non nel suo grembo ma nei suoi discorsi». Ne era una prova il linguaggio «dottissimo» testimoniato dalle sue lettere che un secolo dopo il filosofo poteva ancora leggere: esse costituirebbero il primo esempio assoluto di epistolografia privata, antecedente a quello dello stesso Cicerone. L’epistola stava diventando un vero e proprio genere letterario, ma Plutarco aggiunge che le lettere di Cornelia contenevano riferimenti importanti all’attualità politica: del resto alla figlia dell’Africano dovevano essere state aperte le porte del Circolo degli Scipioni, in cui sembra che le donne svolgessero un ruolo di primo piano.
I figli di Cornelia, Tiberio e Gaio Gracco, a distanza di circa dieci anni l’uno dall’altro, ebbero un ruolo importantissimo nelle vicende politiche della Roma repubblicana. Schierandosi decisamente, come tribuni della plebe, nella fazione dei populares, furono autori di riforme fondamentali, che puntavano al miglioramento dei settori della popolazione più disagiati e all’integrazione degli alleati italici attraverso l’estensione di diritti civili e politici.
Quanto Cornelia fosse in sintonia con le scelte dei figli non è dato sapere con certezza, data la discordanza tra le fonti. Cornelio Nepote, vissuto in pieno I sec. a. C., cita due frammenti di lettere a Gaio in cui ella gli si rivolge costernata, accusandolo di farle patire sofferenze seconde solo a quelle causate dalla morte del fratello Tiberio: il figlio non tiene nessun conto del suo parere e anzi la sua politica è in contrasto con i valori che l’educazione ricevuta avrebbe dovuto inculcargli. Ma sull’autenticità di queste lettere i dubbi sono molti: è assai probabile che esse facciano parte del tentativo, diffuso ai tempi di Cicerone, di screditare l’opera dei Gracchi. Anche perché, invece, il greco Plutarco, nella Vita di Gaio Gracco, attribuisce a costui una devozione fortissima per la madre e racconta come egli reagisse violentemente nei confronti di chiunque osasse criticarla. Ma soprattutto riferisce che nel 121 a.C. Cornelia aveva attivamente sostenuto i progetti “sediziosi” del figlio, assoldando segretamente uomini che da fuori Roma sarebbero confluiti in città fingendosi mietitori: proprio nelle lettere di Cornelia si potevano leggere allusioni a questa sua partecipazione, sebbene espresse in forma criptica.
In ogni caso Cornelia sopravvisse anche alla morte di Gaio, vittima come il fratello del tentativo della parte più retriva del patriziato di bloccare l’evoluzione della società romana in senso più democratico.
Già dopo la morte violenta del figlio Tiberio, Cornelia si era ritirata nella villa di Miseno, dove però continuò a esercitare il suo prestigio, e non cambiò stile di vita né abitudini. Anche dopo l’uccisione di Gaio non fu vittima di alcun provvedimento restrittivo, simile a quelli che impedirono alla nuora Licinia — cui era stata addirittura confiscata la dote — persino di portare il lutto per lui. Cornelia continuò fino alla fine a intrattenere i suoi ospiti con una conversazione piacevolissima: raccontava episodi della vita del suo celeberrimo padre, ma anche le vicende dei figli, evitando manifestazioni di dolore e mostrando grande padronanza di sé. Tale comportamento, commenta Plutarco, appariva così insolito che alcuni dei suoi interlocutori lo attribuivano al fatto che per la vecchiaia e le sofferenze fosse ormai quasi demente.
Quando morì, le fu riservato l’onore eccezionale di una statua di bronzo, in cui era rappresentata seduta, come ogni matrona romana che si rispetti: domi sedit, lanam fecit (se ne è stata a casa e ha filato la lana), recitano innumerevoli iscrizioni funebri di donne per bene. Del resto, Plinio nella Storia Naturale cita un altro particolare che ne conferma le abitudini casalinghe: i sandali che indossa sono senza lacci, inadatti ad andare in giro.
Della statua, collocata nel portico di Metello, poi portico di Ottavia, accanto all’Afrodite di Fidia, sopravvive solo la base marmorea, conservata al Tabularium.
L’iscrizione — su due righe: 1. CORNELIA AFRICANI F 2. GRACCHORUM — consegna Cornelia alla memoria come “figlia dell’Africano, madre dei Gracchi”. Una scelta insolita, quella di ricordare il nome dei figli e non quello del marito, nelle cui “mani” — ovvero sotto la cui autorità — veniva consegnata dal padre ogni ragazza romana quando si sposava.
Una scelta che tuttavia non modifica nella sostanza l’impossibilità per una donna, a dispetto delle sue doti eccezionali, di esistere ed essere ricordata per sé stessa e non in relazione alle gesta dei “suoi uomini”.
In copertina: Foto: Lalupa – “Capitolini Tabularium-Piedistallo di Cornelia Africani Gracchorum P1020529.JPG”, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.
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Articolo di Gabriella de Angelis

Docente di latino e greco nei licei e nei corsi dell’Università delle donne Virginia Woolf, si è dedicata alla rilettura dei testi delle letterature classiche in ottica di genere. All’Università di Aix-Marseille ha tenuto corsi su scrittrici italiane escluse dal canone. Fa parte del Laboratorio Sguardi sulle differenze della Sapienza. Nel Circolo LUA di Roma intitolato a Clara Sereni, organizza laboratori di scrittura autobiografica.
