Nell’autunno del 1942, attraversando gli Stati Uniti in uniforme, una giovane soldatessa sovietica si sentì rivolgere delle domande assurde, che di militare avevano ben poco: se al fronte si truccasse, se la divisa fosse comoda, se il suo aspetto non le sembrasse poco femminile. All’epoca aveva 25 anni e portava dietro di sé un gran numero di uccisioni. Rispose con una calma e una fermezza invidiabili, affermando che nessuna regola vietasse di incipriarsi, ma durante una battaglia nessuna aveva il tempo di pensare al trucco. Era Ljudmila Michajlovna Pavličenko, per i nemici «Lady Death», la cecchina più letale di cui si abbia notizia documentata. Per la stampa americana era, più semplicemente, la «girl sniper», la ragazza cecchino.

Fonte: Pulplibri.it
Ljudmila nacque il 12 luglio 1916 a Bila Cerkva, a sud di Kiev, nell’Impero russo ancora zarista. Il suo cognome da nubile era Belova. Il padre, Mikhail, era un operaio specializzato originario di Pietrogrado. Lei stessa si definiva fin da piccola un maschiaccio. Secondo i racconti, la sua passione per il tiro si accese per orgoglio e per il suo animo altamente competitivo: sentito un ragazzo vantarsi della propria mira in un poligono, decise di dimostrare che una ragazza poteva fare altrettanto. Si iscrisse, infatti, a un circolo di tiro e si esercitò con ostinazione, fino a distinguersi come tiratrice a soli quattordici anni. Gli attestati di buona tiratrice che conservò, rilasciati dall’Osoaviachim, l’organizzazione paramilitare che addestrava la popolazione sovietica, le sarebbero serviti più avanti.
La sua vita privata cominciò e si concluse molto presto. Nel 1932, ancora adolescente, sposò Alexei Pavlichenko — da cui prese il cognome con cui oggi la conosciamo — e diede alla luce un figlio, Rostislav. Il matrimonio durò poco: Ljudmila tornò a vivere dai genitori e ricominciò da capo. Scelse di iniziare a studiare storia e si iscrisse all’università di Kiev con l’idea di insegnare e di dedicarsi alla ricerca. Nel frattempo correva nella squadra di atletica dell’ateneo e continuava ad allenarsi in una scuola per tiratori scelti. Nel gennaio del 1941 aveva superato tutti gli esami del quarto anno e le era stato offerto un incarico di quattro mesi a Odessa come ricercatrice: colse l’occasione per lavorare con più calma alla tesi. Partì pensando che sarebbe stato un semplice e tranquillo soggiorno di studio, ma così non fu.
Il 22 giugno 1941 la Germania attaccò l’Unione Sovietica e Ljudmila fu tra i primi/e volontarie a presentarsi all’ufficio di reclutamento di Odessa, chiedendo di entrare in fanteria. Il funzionario che la ricevette rimase di stucco e le propose, invece, di fare l’infermiera — l’unico ruolo tradizionalmente riservato alle donne durante la guerra. Lei rifiutò e mostrò i suoi attestati di tiro. Nessuno sembrava prenderla sul serio e, nel dubbio, le chiesero di effettuare una prova: la portarono su una collina difesa dai sovietici e le indicarono due soldati nemici. Li colpì entrambi. Soltanto allora fu accettata e assegnata alla 25ª divisione fucilieri, la divisione intitolata a Čapaev, l’eroe della guerra civile celebrato anche nelle sale cinematografiche.
A distanza di anni avrebbe ricordato quel periodo con un certo vanto, affermando spesso di essersi arruolata quando le donne non venivano ancora accettate nell’esercito: le cecchine dell’Armata Rossa erano allora circa duemila, e se ne salvarono, secondo le stime più ripetute, non più di cinquecento. Tuttavia, il suo esordio non fu quello di un’eroina da manifesto, dal sangue freddo. Lei stessa racconta che il primo giorno lo aveva trascorso paralizzata dalla paura, incapace di sollevare il fucile, finché un giovane soldato accanto a lei, allegro e gentile, venne colpito e ucciso improvvisamente. Da quel momento, avrebbe detto, niente poté più fermarla. Il suo battesimo del fuoco ufficiale è datato 8 agosto 1941, nei pressi di Belyayevka, dove abbatté due ufficiali nemici.
A Odessa combatté per circa due mesi e mezzo e ad agosto fu promossa sergente maggiore. Più il suo punteggio saliva, più i compiti che le affidavano diventavano rischiosi: divenne una cecchina anticecchino, impegnata nei duelli con i tiratori nemici, che si giocavano sulla pazienza, sull’immobilità e sul nervo saldo. Si racconta persino che in uno di quei duelli rimase appostata per ben tre giorni. Quando i rumeni presero Odessa, il 15 ottobre 1941, la sua unità fu evacuata via mare a Sebastopoli, in Crimea, dove la attendeva un assedio durissimo: otto mesi di artiglieria, fame e stanchezza. A maggio del 1942 il suo conto era arrivato a 257 uccisioni e le valse la promozione a tenente. Si dedicò anche a formare altri tiratori e tiratrici. I tedeschi, che la conobbero, tentarono di convincerla a cambiare campo con gli altoparlanti, promettendole cioccolata e assicurandole il grado di ufficiale nell’esercito tedesco. Lei non cedette mai.
La guerra, però, non le lasciò niente di intatto. In trincea sposò un altro cecchino, Alexei Kitsenko, ma, poco dopo le nozze, fu colpito da una granata di mortaio e morì in ospedale pochi giorni più tardi. Da quel momento, secondo le biografie, la guerra divenne per lei una questione personale. Venne ferita più volte; nel giugno del 1942 le schegge di un mortaio la raggiunsero al volto e fu evacuata immediatamente verso Mosca. A quel punto l’alto comando decise che non poteva più rischiare di perdere una soldatessa così tanto preziosa. Prima che fosse guarita del tutto la ritirarono dal fronte. Nonostante l’inconveniente, la guerra per lei non terminò lì, cambiò soltanto campo di battaglia.
Il 13 agosto 1942 il dirigente comunista Georgi Dimitrov annotava nel suo diario di aver ricevuto una delegazione di giovani in partenza il giorno dopo per l’America: Ljudmila Pavličenko, «eroina di Sebastopoli», Krasavčenko, segretario del Komsomol di Mosca, e Pčelincev, cecchino di Leningrado, appena ventiduenne e già Eroe dell’Unione Sovietica. L’occasione era l’Assemblea internazionale degli studenti convocata a Washington su invito di Roosevelt. Lo studio dello storico Renzo Villa ricostruisce i quattro mesi di viaggio tra Stati Uniti e Inghilterra, costituiti da incontri di altissimo livello ma anche di molti appuntamenti popolari. Lo scopo, per Mosca, era quello di convincere gli Alleati ad aprire un secondo fronte in Europa. Ljudmila Michajlovna Pavličenko fu la prima cittadina sovietica ricevuta alla Casa Bianca da un presidente americano, Franklin D. Roosevelt, e il governo le regalò persino una pistola Colt. Ma fuori dai palazzi la attendeva la stampa, che non era interessata al fronte orientale. I giornalisti la chiamarono «girl sniper», commentarono la divisa, le chiesero del trucco. Lei, che era arrivata con in testa il fronte di Sebastopoli, rimase sbalordita dalla frivolezza delle domande che le venivano poste.
Davanti a una platea di uomini Ljudmila ebbe infine la risposta che più di tutte è entrata nella storia: disse di avere venticinque anni, di aver già ucciso trecentonove invasori fascisti e domandò se non fosse il caso di smettere di nascondersi dietro la sua schiena. Il pubblico rispose con un applauso fragoroso. Renzo Villa nota, però, che dal viaggio emerse soprattutto la distanza tra due mondi e la difficoltà, da parte americana, di capire che cosa fosse davvero la guerra in Unione Sovietica durante quel periodo.
Il tour continuò in Canada e in Inghilterra. A Coventry, nel novembre 1942, accettò le donazioni degli operai della città, 4516 sterline, che servirono a comprare tre apparecchi radiologici per l’Armata Rossa. Il cantautore folk americano Woody Guthrie le dedicò persino una canzone, Miss Pavlichenko, la cui prima strofa recita:
Miss Pavilichenko’s well known to fame
Russia’s your country, fighting is your game
The whole world will love her for a long time to come,
For more than three hundred nazis fell by your gun.
In quegli stessi mesi nacque la cosa più duratura che quel viaggio le lasciò: l’amicizia con Eleanor Roosevelt. La first lady la invitò a girare il Paese per raccontare la sua esperienza di soldatessa e scrisse di aver trovato qualcosa di molto simpatico nella giovane russa. Le due donne, diversissime per mondo e per ruolo, viaggiarono insieme e rimasero in contatto per molto tempo negli anni a venire. Quindici anni dopo, infatti, nel 1957, durante una visita a Mosca nel pieno della Guerra fredda, Eleanor Roosevelt si rifiutò di lasciare la città senza aver rivisto la sua vecchia amica. L’incontro, dicono le cronache, fu a dir poco commovente.

Fonte: Pagina Facebook di Banda Bassotti
Ljudmila Michajlovna Pavličenko non tornò più in prima linea. Continuò, invece, ad addestrare tiratori e tiratrici scelte fino alla fine del conflitto, nel 1945, e a fare da portavoce dell’Armata Rossa. Dopo la guerra completò gli studi a Kiev e intraprese finalmente la carriera che aveva sognato da ragazza, quella di storica: lavorò come ricercatrice per la Marina sovietica e fu attiva nel Comitato sovietico dei veterani di guerra. Sognava di studiare la storia della sua Ucraina, ricorda chi ha recensito la sua autobiografia, e invece era diventata, suo malgrado, un mezzo di propaganda.
Visse a lungo con le ferite invisibili della guerra: la colpì una forte depressione e un disturbo da stress post-traumatico, aggravati, inoltre, dal lutto del marito. Ljudmila morì il 10 ottobre 1974, a cinquantotto anni, a causa di un ictus e venne sepolta al cimitero Novodevičij di Mosca. L’Unione Sovietica la celebrò ricordandola con due francobolli commemorativi.

Gli storici e le storiche più accorte ricordano quanto la sua immagine pubblica sia stata manipolata dalla propaganda sovietica, interessata unicamente a mostrare agli Alleati un volto femminile e giovane della resistenza. Le sue memorie sono state tradotte anche in italiano, nell’edizione Odoya curata dal Kollektiv Ulyanov, La cecchina dell’Armata rossa. Il film russo-ucraino del 2015, Resistance – La battaglia di Sebastopoli ha portato in sala la sua vita, mentre nel 2022 la scrittrice Kate Quinn le ha dedicato il romanzo The Diamond Eye.
Il lascito più interessante è un altro: Ljudmila Pavličenko ci ricorda che a lungo le donne hanno dovuto superare due esami, il primo davanti al nemico e il secondo davanti agli sguardi di chi doveva raccontare la loro storia.
In copertina: Ljudmila Michajlovna Pavličenko, durante una delle sue esercitazioni di tiro. Fonte: Wikipedia.org.
***
Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).
