Tina Anselmi tra pubblico e privato

La mattina del 2 ottobre, dopo l’intervento dell’assessora Arianna Facchini, il racconto su Tina Anselmi continua con la nipote Valentina Magrin, figlia di Gianna, sorella minore — insieme a Maria Teresa — di Tina. Ho conosciuto Valentina lo scorso giugno, nella sua Castelfranco, insieme alla presidente Tf Maria Pia Ercolini. Era per noi l’occasione per incontrarla e invitarla al nostro convegno; è stato facile stabilire sintonia con lei e da subito abbiamo avuto modo di apprezzare il suo desiderio di costruire una memoria al tempo stesso pubblica e privata della zia. È stato un incontro generoso, in cui le parole si sono intrecciate alla visita dei “luoghi di Tina”, della sua casa e anche del suo “posto” al cimitero di Castelfranco.

Castelfranco Veneto: cimitero
Castelfranco Veneto: abitazione di Tina Anselmi

Durante la chiacchierata, Valentina ci ha messe al corrente dei suoi progetti in corso: sta lavorando al documentario I sentieri di Tina nel quale, partendo dalla passione di Tina Anselmi per la montagna, percorre i sentieri della sua vita. Un modo per raccontarla attraverso persone e aneddoti, che ne restituiscono un profilo in continuo dialogo tra pubblico e privato.
E, ancora, Valentina sta lavorando a un libro nel quale, accanto ai suoi ricordi personali e delle persone che l’hanno conosciuta, ritroveremo i manoscritti inediti di Tina Anselmi: appunti, citazioni, discorsi che sveleranno il suo pensiero e la sua concezione della politica e della democrazia.
E ora diamo la parola a Valentina, alla sua narrazione che si sviluppa su più piani temporali, mettendo in dialogo l’impegno di Tina Anselmi con l’attualità del suo pensiero politico. Infine, una breve annotazione: Udine ha dedicato una via a “Tina Anselmi — parlamentare — 1927-2016” già nel 2021, a soli 5 anni dalla scomparsa; il Comune ha perciò dovuto ottenere una deroga dalla Prefettura, come si deve fare quando non sono trascorsi 10 anni dalla morte.

Via Tina Anselmi a Udine

«Tra poche settimane, il 1° novembre saranno 10 anni che zia Tina è mancata. Ci sono già state alcune cerimonie per l’intitolazione di spazi pubblici alle quali partecipo sempre molto volentieri. In quelle occasioni, torno al mio impegno di questi anni, che è quello di portare avanti nel modo migliore la sua memoria. Quando vedo una via, una piazza o una scuola intitolate a Tina Anselmi, mi chiedo sempre cosa vorrei si conoscesse della sua vita, cosa vorrei che un ragazzo, soprattutto una ragazza, si chiedessero su di lei. Mia zia è stata tante cose nella sua vita: è stata maestra, sindacalista, è stata deputata, è stata la prima donna a diventare ministra nel nostro Paese, è stata la persona che ha firmato la legge che ha istituito il Servizio sanitario nazionale, è stata presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia massonica P2. È stata veramente tante cose, ma per me è stata soprattutto una zia; quindi, di lei io ho un ricordo molto, molto privato. E quando voglio cercare di mettere insieme il pubblico e il privato, finisco sempre per tornare alle origini.
Perché è lì, nella Tina di 17 anni, che ritrovo tutti gli aspetti della zia che ho conosciuto. In quegli anni della sua gioventù c’è l’essenza di tutto quello che farà negli anni a venire. Per raccontare questo ho voluto fondare l’Associazione In memoria di Tina Anselmi, che ha lo scopo di ricostruire il suo percorso politico, mantenendo però sempre viva la Tina della sfera privata.
A 17 anni la zia viveva a Castelfranco Veneto e frequentava l’Istituto magistrale a Bassano del Grappa. All’epoca non c’erano gli autobus, quindi andava a scuola in bicicletta, 17 km per andare e 17 km per tornare, tutti i giorni. Era una ragazza semplice, non aveva grossi grilli per la testa, anche se non era esattamente una ragazza ubbidiente, solo “casa e chiesa” come forse potreste immaginare. Nei racconti di famiglia le sue marachelle erano famose; e poi praticava lo sport, cosa ai tempi non frequente per una ragazza. Diciamo pure che mia nonna non era propriamente felice che sua figlia Tina fosse campionessa di lancio del giavellotto e che, per giunta, giocasse a basket.
È proprio questo suo modo di vivere che cerco sempre di sottolineare quando racconto di lei ai ragazzi e alle ragazze che oggi hanno la sua stessa età in quegli anni: non devono pensare alle persone di un tempo come se fossero completamente diverse da loro. Certo, lo stile di vita era diverso, c’era la guerra, ma la maturità era la stessa e — allora come oggi — uguale il bisogno di ribellione.
Tuttavia, a causa della guerra, succederà qualcosa che cambierà la vita di zia Tina proprio quando aveva 17 anni.
La mattina del 26 settembre del 1944 a scuola dicono che non ci sarebbero state le lezioni: la classe sarebbe invece andata a vedere qualcosa lungo un viale che all’epoca si chiamava Viale Venezia, che oggi si chiama Viale dei Martiri. In quel viale alberato, su 31 alberi c’erano altrettanti ragazzi impiccati con la scritta “bandito” davanti; quelli erano giorni di rappresaglie sul Monte Grappa, e quello era un dispetto, chiamiamolo così, dei nazifascisti per far capire che tutti dovevano ubbidire e che quella sarebbe stata la tragica fine per chi osava ribellarsi.
Fu ovviamente un’esperienza scioccante per tutta la classe. Al rientro ci furono discussioni accesissime tra mia zia, i compagni e le compagne di classe: c’era anche chi giustificava quello che era appena successo. Zia Tina era credente, faceva parte dell’Azione cattolica; suo padre, che era socialista e antifascista, aveva già subito le rappresaglie del regime. Tina si rende conto, attraverso quella scena tragica, che non poteva più accettare umanamente ed eticamente che quella fosse la sua quotidianità; e quindi fa la scelta di disobbedire. Zia Tina allora non poteva sapere come sarebbe andata a finire, ma con l’incoscienza di una ragazza di 17 anni, scelse di disobbedire e quindi scelse la lotta partigiana. Le dissero: «Prega che — se ti scoprono — ti ammazzino subito; altrimenti quello che ti faranno sarà ancora peggio». Come nome di battaglia scelse Gabriella, perché come staffetta partigiana sarebbe stata una messaggera, proprio come messaggero è l’Arcangelo Gabriele. Ecco il racconto di quella scelta attraverso le parole della zia: «Ciò che mi ha spinto a partecipare alla lotta partigiana sono state motivazioni prevalentemente morali e umane. Contraddiceva la mia concezione cristiana della vita, l’idea di uno Stato che attraverso sue disposizioni negava fondamentali principi morali. Nell’autunno del 1944 divenni staffetta. Il mio nome di battaglia era Gabriella e avevo contatti solo con le persone che dovevano consegnarmi ordini, messaggi o materiale. Quasi tutti i giorni in bicicletta andavo a Treviso e poi a Bassano del Grappa, dove frequentavo l’ultimo anno delle magistrali e tutto questo lo facevo all’insaputa dei miei familiari. Grosso problema era quello dei copertoni razionati che consumavo in brevissimo tempo, la brigata me li riforniva e un giorno, tornando da Treviso, fui fermata da due partigiani che volevano togliermi un copertone per poi darlo a me».
Di questo periodo mi ha raccontato molto, molti aneddoti; per mesi e mesi, tenendo tutto nascosto ai genitori (mia nonna al tempo aveva un’osteria che era diventata il quartier generale dei nazifascisti), nella sua cameretta sopra l’osteria nascondeva ricetrasmittenti, armi, e tutto quello che doveva portare da un posto all’altro. Usciva molto prima dell’orario in cui sarebbe dovuta uscire per andare a scuola, perché andava da Castelfranco a Treviso, da Treviso a Bassano: faceva anche 120 km al giorno in bicicletta e così arrivava a scuola affamatissima. Per fortuna un professore si era reso conto della sua attività segreta e, con discrezione, le faceva trovare del cibo per farle recuperare un po’ di forze.
Di quel periodo mi porto dentro la convinzione che zia Tina avesse ben chiaro il fatto che non avrebbe potuto fermare da sola la guerra, ma che invece era necessario partecipare con gli altri alla ribellione e fare la lotta insieme a loro. È probabilmente così che nasce una delle sue frasi più celebri: «Capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci». Questo messaggio l’accompagnerà sempre, in ogni passaggio della sua vita politica. Ha scelto di esserci nonostante certe volte si trattasse di scelte veramente difficili; penso in particolare alla commissione parlamentare sulla Loggia Massonica P2, che tanta sofferenza e solitudine le ha procurato.
Tornando di nuovo alla fine della guerra, una volta liberata Castelfranco, Tina e i suoi compagni si chiesero che cosa fare adesso con questa libertà finalmente conquistata. Leggo un passaggio del suo manoscritto: «Con i miei amici partigiani discutevamo di cosa avremmo fatto. Decidemmo anzitutto che volevamo vivere liberi. Volevamo cioè decidere ancora noi che cosa si dovesse fare perché l’Italia non facesse più guerre e perché la gente vivesse in modo più giusto. Finita la guerra, io continuai dunque a occuparmi di questi problemi perché la gente che viveva nel mio Paese potesse stare meglio. Cominciai con l’interessarmi delle filandiere, operaie che lavoravano la seta e che erano mal pagate e maltrattate».
Zia Tina, dopo la guerra, avrebbe potuto riprendere la strada segnata per lei, e quindi diventare maestra. Per un po’ di tempo ha tentato di fare così, perché si è laureata in lettere e poi ha insegnato nelle scuole elementari della zona. Però quella fiammella che evidentemente si era accesa dentro di lei nella lotta partigiana, ha iniziato a illuminare la sua vita in una maniera diversa; quasi subito trasferisce l’impegno che prima aveva messo nella lotta partigiana nell’impegno sindacale. Comincia ad andare nelle filande, a parlare con le operaie che avevano le mani “lessate” a causa delle terribili condizioni di lavoro: cerca di spiegare loro quali fossero i loro diritti e, seppure in modo diverso da quando faceva la staffetta partigiana, si rende di nuovo “messaggera”, perché quelle donne avevano paura di rivendicare i loro diritti dai padroni, temendo di essere licenziate. Lei invece, ancora studentessa, non aveva nulla da perdere e quindi decise di continuare il suo ruolo di messaggera anche nell’impegno sindacale. Proprio da lì partirà la sua missione politica.
Vi voglio salutare con le parole della zia e in particolare con un suo monito: «La democrazia è un regime esigente, non è mai una conquista definitiva per sempre. Essa si appella ogni giorno alla nostra personale responsabilità. Ecco, credo che se una giovane o un giovane, quando si trovano a leggere il nome di mia zia Tina Anselmi sulla targa di una via, di una piazza, di uno spazio a lei intitolato, si informano e capiscono quello che è stata, ha fatto e ha rappresentato, allora posso sperare che in tutta Italia ci saranno sempre più strade, vie o palazzi a lei intitolati».

Fotografie realizzate dall’autrice dell’articolo.

***

Articolo di Bruna Proclemer

Referente per il Friuli Venezia Giulia dell’associazione Toponomastica femminile e componente della Comm. Toponomastica del Comune di Udine. Laureata in Giurisprudenza, dirigente amministrativa prima per la Sanità Alto Friuli, poi per il Comune di Udine. Ha seguito attività, eventi e progetti della Comm. Pari opportunità di Udine, della Casa delle Donne e del suo Centro di documentazione.

Lascia un commento