Che cosa ci permette di riconoscere la sofferenza di un cane e di ignorare quella di un maiale, pur sapendo che la familiarità con il primo non costituisce una ragione sufficiente per negare sensibilità al secondo? Nel rapporto con gli animali sembra esserci una contraddizione che abbiamo imparato ad abitare senza avvertirne sempre il peso: mentre accogliamo nelle nostre case esseri di cui riconosciamo desideri, inclinazioni e bisogni affettivi, accettiamo che l’esistenza di altri venga ricondotta alla loro utilità, come se la destinazione che abbiamo assegnato loro potesse determinarne anche il valore e il diritto alla vita; interrogare questa disparità significa allora chiedersi attraverso quali abitudini e convinzioni abbiamo imparato a distinguere le vite da proteggere da quelle di cui riteniamo lecito disporre.
È intorno a questa distinzione che si sviluppa la conversazione tra Cecilia Di Lieto e Ines Testoni nella puntata del 20 ottobre 2026 di Considera l’armadillo, trasmissione di Radio Popolare dedicata, in questa occasione, al volume Anima umanimale. Sull’eternità della natura, pubblicato dal Saggiatore. Psicologa e filosofa, docente all’Università di Padova, Testoni intreccia l’analisi dei comportamenti individuali con una riflessione sulle categorie che li rendono accettabili, ricostruendo il percorso attraverso cui l’essere umano ha trasformato la propria differenza dagli altri animali in una pretesa di superiorità; la questione riguarda in primo luogo il modo in cui impariamo a percepire gli altri viventi, prima ancora delle decisioni che prendiamo nei loro confronti. Il neologismo umanimale, che prende posto nel volume di Testoni, racchiude già un tentativo di ripensare questa percezione in quanto richiama l’appartenenza umana al mondo animale e invita a riconoscere una continuità là dove immaginiamo un confine dettato dalla specie. Tuttavia, come chiarisce l’autrice, è la parola anima a esprimere il nucleo della sua proposta: restituirla agli animali significa contestare il privilegio con cui abbiamo riservato alla nostra specie una profondità dell’esistenza irriducibile al funzionamento del corpo; una restituzione che, nella prospettiva di Testoni, coinvolge anche gli esseri umani, poiché riconoscerci animali non dovrebbe comportare la rinuncia a quella profondità, né ridurci alla rappresentazione di cervelli separati dall’esperienza del vivere.
La distanza tra il riconoscimento di una vita interiore e la disponibilità a ignorarla emerge, sul piano psicologico, nella dissonanza cognitiva, ossia nella tensione che si produce quando esperienze, convinzioni e comportamenti risultano difficili da conciliare con la realtà effettiva, sino a creare uno scostamento percettivo. Testoni richiama il legame con gli animali che condividono le nostre giornate, dei quali sappiamo cogliere gli stati emotivi e la capacità di instaurare relazioni, osservando come questa consapevolezza possa convivere con una scarsa attenzione alla sofferenza inflitta ad altri esseri che si collocano al di fuori del nostro microcosmo etico; per sottrarci al disagio che tale incoerenza comporta, possiamo evitare di soffermarci su ciò che la rende evidente, lasciando che l’affetto per alcuni animali e l’indifferenza verso altri rimangano esperienze separate e irrelate.
A sostenere questa separazione intervengono le categorie attraverso cui organizziamo il mondo, perché definire un animale «da compagnia» oppure «da reddito» orienta fin dall’inizio ciò che siamo disposti/e a riconoscergli: nel primo caso (da compagnia) la relazione favorisce l’attenzione alla sua individualità, mentre nel secondo (da reddito) la destinazione volta alla produzione e al commercio rischia di esaurire il significato della sua esistenza; questa classificazione finisce difatti per giustificare una disparità che essa stessa contribuisce a costruire, facendo apparire naturale una distinzione fondata sulle nostre consuetudini e sui nostri interessi tanto sociali quanto economici.
Per comprendere la persistenza di questo meccanismo, la conversazione risale alle tradizioni di pensiero che hanno conferito autorevolezza alla gerarchia tra i viventi. Nella lettura proposta da Testoni, alcune interpretazioni del racconto biblico hanno attribuito al predominio umano sulla natura una legittimazione divina, presentando la disponibilità degli animali come parte di un ordine al quale l’essere umano sarebbe autorizzato a conformarsi. Quando il potere viene ricondotto a una volontà superiore, la valutazione delle sue conseguenze può cedere il posto all’accettazione della sua presunta necessità; la violenza diventa così più facilmente tollerabile perché inscritta in una rappresentazione del mondo che la legittima. L’interesse di questa ricostruzione risiede nel legame che l’autrice individua tra le credenze ereditate e la possibilità di sottrarre determinate pratiche all’esercizio critico. La riflessione si estende ad Aristotele, attraverso il quale Testoni mette in relazione il privilegio attribuito all’intelletto con una gerarchia che attraversa anche l’umanità e assegna al maschio una posizione preminente. Nella sua interpretazione, la subordinazione del femminile e l’esclusione degli animali rimandano alla facoltà di stabilire quali qualità rendano un’esistenza superiore e chi possa esserne riconosciuto portatore. Pur mantenendo distinte queste forme di oppressione, l’accostamento interroga proprio il procedimento che le presenta come conseguenze di un ordine naturale, rendendo meno visibile il potere di chi ne definisce i criteri.
Entro questo percorso, la concezione cartesiana dell’animale come macchina rappresenta per Testoni un ulteriore passaggio nella negazione della sua interiorità: ricondurre un vivente a un meccanismo consente di separarne le reazioni dall’esperienza della sofferenza, indebolendo le ragioni per interrogarsi sul trattamento che gli viene riservato, tollerando senza troppi indugi qualsivoglia forma di crudeltà inflitta. È proprio questa rappresentazione che l’ospite della puntata mette a confronto con le conoscenze dell’etologia, richiamando le capacità comunicative degli animali, le loro relazioni emotive e la trasmissione di comportamenti tra generazioni. Il problema diventa allora la nostra disponibilità a riconoscere forme di esperienza che non coincidono con quelle umane, senza trasformare la difficoltà di comprenderle in una prova della loro inesistenza o in una giustificazione alla violenza.
Su questo riconoscimento si innesta la proposta filosofica dell’autrice che, richiamando l’insegnamento di Emanuele Severino, sostiene l’appartenenza di tutti gli esseri all’eterno e contesta la possibilità di riservare soltanto all’umanità una dignità dell’essere e dell’esistere. L’idea di un’anima umanimale assume qui il suo significato più ampio, all’interno di una prospettiva eternalista che ci pone dinanzi a un quesito: su quale fondamento possiamo subordinare interamente l’esistenza altrui ai nostri scopi?
Una volta formulata, questa domanda investe le scelte attraverso cui esercitiamo il nostro potere sulle altre specie, soprattutto quando il riconoscimento della loro dignità entra in conflitto con bisogni e abitudini consolidati. Testoni ammette la difficoltà dei problemi che si aprono, ma rifiuta che la loro complessità diventi una giustificazione per continuare a eluderli; proprio la capacità umana di trasformare gli ambienti e condizionare le esistenze impone, nella sua prospettiva, una responsabilità proporzionata alle conseguenze delle proprie azioni. La riflessione trova un riscontro nell’intervento di un ascoltatore, che chiede a Radio Popolare di proporre cibi di origine vegetale durante i propri appuntamenti pubblici, rivolgendo la domanda di coerenza allo stesso luogo che ospita il confronto.
È in questo passaggio dalla discussione alle pratiche che il tema dell’anima umanimale torna alla contraddizione iniziale, mostrando quanto il riconoscimento degli altri animali rimanga incompleto se non modifica il posto che assegniamo loro nella nostra vita. Possiamo discutere le conclusioni filosofiche di Testoni, ma la questione che ci consegna resta aperta ogni volta che la sensibilità attribuita a un essere vivente viene accantonata in nome della sua utilità. Se ammettiamo che la sua esistenza abbia valore per chi la vive, occorre chiederci quale peso attribuiamo a quel valore quando rispettarlo richiede di riconsiderare le nostre consuetudini.
Copertina: foto di Tee su Unsplash.
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Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.
