Un parco al femminile. L’itinerario a Villa Pamphili

Nei mesi primaverili di marzo, aprile e maggio si sono tenuti, presso il Liceo Ginnasio “Francesco Vivona”, degli incontri laboratoriali dedicati alla creazione di un podcast. Il progetto “Voci Pari”, promosso da Toponomastica Femminile e tenuto da Federica Balducci e Ivan Gasbarrini, ha visto la partecipazione di alcune classi, che si sono occupate in prima persona della scrittura, della registrazione e del montaggio audio di ogni puntata. Protagoniste, distintesi per il loro coraggio e la passione per la loro professione, sono state alcune fotoreporter, di cui sono state approfondite le storie e il contributo giornalistico: tra queste, Tina Modotti, Lee Miller, Margaret Bourke-White, Letizia Battaglia, Dorothea Lange e Gerda Taro. Ciascun gruppo di lavoro ha inoltre realizzato delle interviste — fatte a parenti, amici o amiche, compagni/e di scuola, semplici passanti — riguardanti alcuni temi o spunti di riflessioni nati dalle biografie di ognuna. 
Per coronare la conclusione di questa iniziativa, il 5 giugno gli studenti e le studenti sono state coinvolte in una vera e propria gita presso Villa Doria Pamphili, condotta da Desirèe Rizzo e Chrysa Rizopoulou. L’itinerario — già realizzato con la collaborazione di Ludovica Pinna in occasione della seconda mobilità romana del progetto a Erasmus+Azione KA154-YOU Tutta mia la città — concentrato sul fronte ovest del parco, ha attraversato le strade dedicate ad alcune figure femminili: il fil rouge che ha legato tra loro queste donne, in linea con l’area tematica dei laboratori scolastici, è stato il giornalismo e la scrittura.

Il gruppo partecipante presso il viale Anna Kuliscioff. Foto di Veronica Tomaselli

L’itinerario ha avuto inizio presso il viale Anna Kuliscioff, la cui nascita è collocabile tra il 1853 e il 1857, probabilmente a Moskaja (Cherson) da una famiglia agiata di mercanti ebrei. Fu una delle prime donne a frequentare la facoltà di filosofia presso l’Università di Zurigo, avvicinandosi sempre più alla politica e, in particolar modo, al socialismo. A causa della sua attività politica, fu processata in Russia e fu costretta a fuggire nuovamente in Svizzera. Seguirono diverse condanne, che la portarono, infine, in Italia. Qui, a Napoli e a Pavia, studiò medicina e collaborò con una ricerca sulle origini batteriche della febbre puerperale, aprendo la strada alla scoperta che avrebbe salvato molte donne dalla morte post partum. Ancora attiva dal punto di vista politico, partecipò alla fondazione del partito socialista italiano con Turati, elaborò un testo di legge per la tutela del lavoro minorile e combatté nella lotta per il diritto di voto alle donne, soprattutto in animati articoli sulla rivista «Critica sociale». Morì nel 1925: durante i suoi funerali, numerosi fascisti accorsero scagliandosi contro la folla arrivata per compiangerla.

Procediamo in via Ada Gobetti, nata a Torino nel 1902 con il cognome di Prospero. Durante gli anni del ginnasio conosce Piero Gobetti, suo futuro marito: insieme nutrono una forte passione per le lotte operaie e sociali, costituendo durante il fascismo il nucleo di una rete di intellettuali clandestini. I due furono costretti nel 1924 a espatriare in Francia, in seguito ad un attacco subito da parte di alcuni squadristi da parte di Piero. Due anni dopo quest’ultimo morì, lasciando Ada Gobetti da sola, con il figlio Paolo: iniziò così a costruirsi una «vita sua», occupandosi di alcune traduzioni per Benedetto Croce. Nel 1940 fondò il Partito d’azione e combatté al fianco dei partigiani. Scrisse in tale occasione Il diario del partigiano, una fotografia dei sentimenti ambivalenti che caratterizzavano i combattenti. Al termine della guerra, fu nominata vicesindaca di Torino.

Scopriamo un’altra scrittrice cardine del Novecento italiano in via Natalia Ginzburg. Cresciuta a Torino da una famiglia fermamente antifascista, ebbe una infanzia travagliata, dovuta ai continui arresti di alcuni membri della sua famiglia, tra cui il padre: esperienze ampiamente raccontate in Lessico famigliare, del 1963. Nel 1940 si trasferì in un piccolo paese dell’Abruzzo, insieme a suo marito, Leone Ginzburg e i suoi tre figli. La coppia prese parte, tra il 1943 e il 1944 ad una attività di editoria clandestina, ma quando tornarono a Roma, l’uomo venne trascinato in prigione, dove morì a causa delle torture inflittegli. Conclusa la guerra, Natalia Ginzburg tornò a Torino e iniziò la sua attività di scrittrice con la collaborazione con la casa editrice Einaudi, occupandosi di traduzioni, romanzi, saggi e opere di teatro. Fu particolarmente attiva nelle iniziative per la difesa dei diritti e contro il razzismo e fu eletta parlamentare dalla Sinistra Indipendente. 

Largo Anna Politkovskaja. Foto di Veronica Tomaselli

Arriviamo in largo Anna Politkovskaja, giornalista incorruttibile che ha rischiato la sua vita pur di raccontare la verità. Nacque il 30 agosto 1958, a New York, da due diplomatici sovietici di stanza all’Onu. Studiò giornalismo a Mosca e si dedicò fin da subito alla ricerca della verità attraverso la collaborazione con diverse testate locali, radio e canali televisivi indipendenti. Dal 1999 collaborò con la testata «Novaja Gazeta», per la quale seguì il conflitto in Cecenia, criticando apertamente Putin e il suo operato antidemocratico e aggressivo. La sua voce fu scomoda e le reazioni non tardarono ad arrivare: nel 2001 fu costretta a trasferirsi a Vienna, a causa delle minacce mosse da Sergei Lapin, ufficiale dell’Omon. Non smise, tuttavia, di recarsi in Cecenia, dove sostenne le famiglie delle vittime, visitò gli ospedali e i campi profughi e intervistò molti militari russi e civili ceceni, scrivendo parole amare e piene di rabbia nei confronti dell’operato delle forze russe, denunciandone gli abusi sulla popolazione e i silenzi reiterati. «Nell’arco della mia esistenza voglio riuscire a vivere una vita da essere umano in cui ogni individuo sia rispettato», scriverà nel suo libro Cecenia, il disonore russo (2003). Il suo impegno civile non si fermò fino al 7 ottobre 2006, quando, di rientro a casa, viene uccisa nell’ascensore del suo palazzo. Il giorno successivo la polizia russa le sequestrò il computer, dove custodiva le sue inchieste e i suoi scritti. Successivamente «Novaja Gazeta» ne pubblicò gli appunti, in cui descriveva le torture portate avanti dalle forze di sicurezza cecene.
Continuiamo il nostro percorso con un’altra figura che ha segnato e rivoluzionato la storia del femminismo: Simone De Beauvoir. Saggista, femminista, filosofa e scrittrice, Simone De Beauvoir (1908-1986) è stata una donna poliedrica. Celebre il suo motto «Donne non si nasce, lo si diventa», sottolineando come l’identità femminile sia il risultato di processi storici e sociali che plasmano ruoli e aspettative. Nata a Parigi il 9 gennaio 1908, la sua infanzia è stata segnata dalla caduta in rovina della sua famiglia, costretta a rinunciare ad una vita agiata. Frequentò nel 1926 la Sorbona, per studiare filosofia, entrando così in contatto con le correnti filosofiche del tempo. 

La sua spiccata intelligenza le permise di superare brillantemente l’agrégation in filosofia, il prestigioso concorso francese che abilita all’insegnamento. L’invitata (1943) è il suo esordio letterario, dal tema insolito per l’epoca: l’ingresso, all’interno di una coppia, di una terza persona, che finisce per metterne in crisi gli equilibri affettivi. Tra le sue opere più rivoluzionarie vi è senz’altro il saggio Il secondo sesso (1949), nato dalla necessità dell’autrice di analizzare in maniera più profonda la condizione femminile nella società moderna e di esplorare i meccanismi culturali che contribuiscono alla costruzione dell’immagine della donna nel tempo. Un testo scomodo, che indispose la Chiesa cattolica — tanto da essere inserito nell’Indice dei libri proibiti —, ma che diventò rapidamente centrale nel dibattito internazionale sulla condizione delle donne. 
Arriviamo alla fine del XIX secolo in viale Barbara Allason (1877-1968), scrittrice, germanista e traduttrice italiana. Originaria di Torino, frequentò a Napoli la facoltà di Lettere e Filosofia, collaborando con diverse testate quali «Nuova Antologia» e «Nouvelle Revue» e concludendo i suoi studi nella città natale. Dopo un anno dalla laurea iniziò a insegnare presso alcuni licei classici torinesi, senza rinunciare mai alla scrittura: lavorò, infatti, come corrispondente di guerra, durante la Prima guerra mondiale, per la «Gazzetta del popolo» e «La Stampa». Il 1921 fu l’anno della pubblicazione del suo esordio letterario, Quando non si sogna più, e della sua assunzione come direttrice della Società di Cultura di Torino. 

Successivamente, prese avvio la sua carriera come insegnante universitaria presso l’Università degli studi di Torino, da cui fu dispensata per la sua attiva presa di posizione contro il regime fascista. In quanto militante nel gruppo Giustizia e Libertà, fu arrestata dall’Ovra nel 1934. Con la Liberazione si dedicò alla sua passione per la traduzione e per gli autori e le autrici tedesche, come Goethe, Nietzsche, Schiller e Lessing, dei quali curò le edizioni in lingua italiana. Nel 1946 pubblicò la sua autobiografia Memorie di un’antifascista, in cui rievoca la storia della sua opposizione alla dittatura, e nel 1950 Vecchie ville, vecchi cuori, un viaggio e una rievocazione storica nella collina torinese.
Penultima tappa dell’itinerario è il viale Sorelle Brontë, conosciute come vere e proprie pioniere della letteratura femminista mondiale, seppur non totalmente comprese dal loro tempo. Siamo nello Yorkshire, ad Haworth, in epoca vittoriana. Charlotte, Emily e Anne erano tre dei sei figli/e del pastore anglicano di origini irlandesi, Patrick Brunty, e di una donna cagionevole, di cui non si conosce il nome, che perse la vita nel 1821. La perdita della moglie mise in difficoltà l’uomo, che si vide costretto ad affidare alla cognata, Elizabeth Branwell, la cura dei suoi bambini/e, che tuttavia crebbero senza punti di riferimento. Nel 1824 quattro di loro andarono a studiare a Cowan Bridge, un pensionato per figlie di pastori poveri, da cui fecero ritorno soltanto Charlotte ed Emily: Maria ed Elizabeth, infatti, morirono tragicamente a causa della tubercolosi. Fin da piccole dimostrarono di possedere uno spirito indipendente e una forte propensione nei confronti dello studio, dell’arte e della natura: passeggiavano, leggevano, studiavano, dipingevano, rifiutando restrizioni e influenze dal mondo esterno. Emerse immediatamente la loro forte necessità di creare con inchiostro e carta mondi alternativi, come quello di Gondal, nato dalla mente di Emily e Anne. Dopo un primo tentativo di allontanamento da casa, insieme a Charlotte, per studiare francese a Bruxelles, Emily decise di ritornare per sempre in Inghilterra, dai suoi cari. Due sorelle lavorarono come istitutrici e tentarono di fondare una scuola nella loro città, ma il progetto fallì, in quanto non riuscirono a trovare iscritti/e a sufficienza. 

Pillar Portrait, ritratto delle Sorelle Brontë, realizzato dal fratello Patrick Branwell Brontë. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Sorelle_Bront%C3%AB

La scrittura fece sempre parte della loro vita: non cessarono mai di scrivere poesie, racconti, raccolti nel 1846 in volume, Poems, pubblicato a loro spese con gli pseudonimi di Currer, Ellis, Acton Bell, appositamente scelti poiché nomi ambigeneri. Questa decisione fu dettata dalla volontà di tutelare loro stesse dai pregiudizi della società, che non vedeva di buon occhio le donne che intraprendevano la carriera di scrittrici e che, soprattutto, affrontavano determinate tematiche, come le questioni religiose, sociali e politiche. Le tre sorelle si cimentarono anche nella scrittura di alcuni romanzi: Charlotte compose Il Professore (pubblicato postumo nel 1859) e il suo libro di successo Jane Eyre (1847); Emily il notissimo Cime Tempestose (1847); mentre Anne Agnes Grey (1847). L’interesse dei critici dell’epoca si concentrò sul risolvere il mistero che si celava dietro la loro identità, rimasta sconosciuta fino a quando Charlotte e Anne non decisero di renderla nota ai loro editori. 

Il percorso si è concluso presso il viale Oriana Fallaci. Chi meglio di lei per chiudere il tema? Nata a Firenze in una famiglia antifascista, Oriana Fallaci crebbe respirando fin da bambina il senso della resistenza e del coraggio civile. Durante la Seconda guerra mondiale partecipò attivamente alla lotta partigiana, affiancando il padre: un’esperienza che forgiò per sempre il suo carattere irriducibile. Giornalista, scrittrice e testimone del Novecento, Oriana Fallaci è stata una delle voci più scomode e potenti del giornalismo italiano e internazionale. Le sue interviste — a leader mondiali come Kissinger, Gheddafi, Khomeini, Arafat — erano veri e propri duelli intellettuali, senza mai mostrarsi intimidita di fronte al potere. Inviata di guerra in Vietnam, nel Golfo Persico, in Medio Oriente, rischiò la vita più volte per raccontare i conflitti del suo tempo da dentro. Il suo romanzo Lettera a un bambino mai nato (1975) aprì in Italia un dibattito ancora vivo sulla maternità, la scelta e la libertà femminile. Donna controversa — amata e contestata con la stessa intensità — Fallaci non cercò mai il consenso, ma la verità come lei la vedeva, senza filtri e senza rete. La sua figura rimane un riferimento per chiunque voglia capire cosa voglia dire fare giornalismo, perfino mettendo a repentaglio la propria vita. 
La storia di Oriana Fallaci è stata un input per parlare anche di un’altra giornalista altrettanto straordinaria: Miriam Mafai. Le due, infatti, erano assieme quando scoprirono dell’uccisione del loro caro amico e collega Pier Paolo Pasolini (ne è una testimonianza la lettera scritta da Oriana Fallaci a Pier Paolo Pasolini, il 14 novembre 1975). 

Classe 1926, originaria di Firenze, Miriam Mafai crebbe circondata dall’arte, insieme ai genitori Antonietta Raphaël (pianista, scultrice e pittrice) e Mario Mafai (pittore), entrambi animatori del gruppo della Scuola Romana. Noti artisti e intellettuali antifascisti, come Giuseppe Ungaretti, Libero de Libero ed Enrico Falqui, frequentarono la sua casa di famiglia in via Cavour. Fu attiva nella lotta di Liberazione a Roma nel 1943, nei panni della staffetta e, un anno dopo, nel ruolo di informatrice per l’attività del Ministero dell’Italia Occupata diretto da Mauro Scoccimarro. Con la conclusione della guerra, Miriam Mafai diventò funzionaria del Partito Comunista e, successivamente trasferitasi all’Aquila dopo il matrimonio con Umberto Scalia, consigliera comunale. Qui dimostra un profondo interesse nei confronti di temi sensibili per quegli anni, tra cui le lotte dei braccianti, dei minatori della valle del Pescara e delle donne marsicane. È a Parigi, dove visse con la sua famiglia dal 1957, che decise di iniziare il suo percorso professionale nel giornalismo, come corrispondente di «Vie Nuove» prima, collaboratrice dell’Unità poi, una volta tornata a Roma. Nel 1976 affiancò Eugenio Scalfari nella fondazione de «La Repubblica», divenendo una delle autrici più apprezzate della testata. I temi da lei affrontati erano di varia natura, abbracciando la questione femminile (sottolineando il ruolo delle donne durante la guerra e nel dopoguerra) e le grandi conquiste civili (la legge sul divorzio, la legge 194 e la legge sull’aborto). L’approccio metodologico virava per lo più verso un rigoroso realismo: raccontava la quotidianità lontana da ogni retorica, attraverso le fatiche della gente comune, come emerge in Pane nero (1987).

La lunga passeggiata a Villa Pamphili è stata anche una occasione per porre delle domande agli e alle studenti che hanno frequentato le lezioni sul podcasting. In particolar modo, è stata chiesta la loro opinione riguardo il progetto e come questo possa essere migliorato: tutti e tutte hanno ritenuto sia stato molto arricchente scoprire, anche nella pratica, come si realizza un contenuto audio. Inoltre, la realizzazione di alcune interviste (a seguito di una lezione dedicata al tipo di domanda, al tono di voce da utilizzare e all’attitudine dell’intervistatore/ice) ha permesso, secondo il loro punto di vista, di confrontarsi maggiormente con il mondo esterno e di interagire con persone diverse. Ad essere state apprezzate sono state soprattutto le figure femminili, le fotoreporter, approfondite negli episodi, spesso neanche menzionate all’interno dei libri scolastici. I suggerimenti hanno riguardato specificatamente l’orario e il tempo in cui si è svolto il corso: c’è chi ha consigliato di inserirlo durante le ore scolastiche e chi invece di implementare attraverso l’aggiunta di più lezioni.

Concludendo, tra le aule e i viali di Villa Pamphili, il progetto “Voci Pari” è una testimonianza di come la scuola possa essere uno spazio vivo di memoria e cittadinanza attiva, insegnando competenze tecniche e, soprattutto, una narrazione storica più inclusiva e femminile.

In copertina: particolare del percorso.

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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).

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