Le ribelli Pugliesi. Parte prima

Con l’articolo Le ribelli del Sud. Il contesto, pubblicato nel numero 380 di Vitamine vaganti, sono state tracciate le coordinate storiche, economiche e politiche dell’Italia entro cui si è consumata la frattura e la repressione del brigantaggio postunitario nel Mezzogiorno. Una mappa generale indispensabile per comprendere come le promesse tradite dell’Unità d’Italia abbiano infiammato le campagne meridionali.
Quell’ampio preludio fa parte della neonata serie Le briganti, un progetto editoriale che ha come obiettivo scardinare la storiografia ufficiale e rimettere al centro l’azione, la voce e l’impatto delle donne in quella stagione di rivolta. La serie continua da questo numero con una sequenza di articoli di approfondimento geografico e tematico, pensati per esplorare le declinazioni locali di questa complessa resistenza in ottica di genere.
Inauguriamo questo viaggio nei territori affamati del Sud Italia partendo proprio da un caso anomalo e straordinario: l’approfondimento regionale dedicato alla Puglia. Una terra in cui la ribellione femminile ha preferito l’efficacia eversiva di una rete invisibile di sostentamento al fragore delle armi.

Di fronte all’iconografia patriarcale della “donna-guerriera” o della “vittima passiva”, la Puglia postunitaria svela un modello alternativo di resistenza: una fitta, eversiva e strutturale solidarietà di genere che ha riscritto le regole della logistica e della sopravvivenza rurale.
La storiografia ufficiale sul brigantaggio ha plasmato per l’immaginario comune una specifica iconografia femminile. Quando si parla di brigantesse, la memoria collettiva evoca immediatamente i ritratti fotografici della Lucania o della Campania con donne in posa fiera, sguardo severo rivolto all’obiettivo, le gonne lunghe che lasciano intravedere calzoni maschili e le mani che stringono con sicurezza fucili e pistole. Figure come Michelina De Cesare o Olimpia de Francesco sono diventate i simboli visivi di una ribellione armata, tesa e drammatica.
Se si volge lo sguardo alla Puglia, tuttavia, questa galleria di icone sembra improvvisamente svuotarsi. La Puglia non ha consegnato alla memoria di massa un pantheon di eroine armate o di criminali leggendarie. Tuttavia sarebbe un errore metodologico e politico macroscopico interpretare questa apparente assenza come un segno di marginalità o di passività delle donne pugliesi di fronte agli sconvolgimenti sociali e politici dell’Unità d’Italia. Applicare una lente di lettura femminista a questo fenomeno significa scardinare il presupposto stesso della narrazione patriarcale, ovvero l’idea che la partecipazione storica si misuri esclusivamente attraverso l’atto visibile, gerarchico e maschile dell’impugnare un’arma. La specificità pugliese risiede altrove. Risiede nella funzione di crocevia geografico e politico che la regione svolse per molte bande e, soprattutto, nell’esistenza di una fitta, capillare e impenetrabile rete di donne che, pur restando nell’ombra delle cronache e dei faldoni giudiziari, costituirono l’infrastruttura logistica e vitale senza la quale il brigantaggio non sarebbe sopravvissuto.

Dalla Capitanata alle Murge tarantine, la partecipazione femminile in Puglia si è manifestata attraverso forme complesse, che sfidano la dicotomia tra lo spazio pubblico della guerra e lo spazio privato della cura. Le brigantesse pugliesi non furono semplici comparse, né donne trascinate passivamente dagli eventi per legami sentimentali, né tantomeno figure romantiche da idealizzare.
Le fonti dell’epoca, prodotte quasi esclusivamente dall’apparato militare e giudiziario dello Stato sabaudo, le descrivono spesso come figure audaci, spietate, capaci di pianificare imboscate, gestire sequestri e partecipare ai saccheggi. Si tratta di una rappresentazione profondamente influenzata dai pregiudizi del tempo: per l’ordine borghese e unitario, una donna che si ribellava allo Stato violava anzitutto la propria “natura” di genere. Le autorità le dipingevano come creature degenerate, prive di pietà e di femminilità, incapaci di comprendere che la loro durezza era una risposta simmetrica alla ferocia della repressione statale.
La realtà era molto più complessa. Molte di queste donne possedevano una lucida consapevolezza del proprio ruolo e del peso della propria presenza all’interno delle bande. Sapevano raccogliere informazioni strategiche, tessere relazioni diplomatiche tra la latitanza e i centri abitati, ottenere protezioni e, quando necessario, utilizzare il proprio fascino o i codici della sottomissione femminile come sofisticati strumenti di sopravvivenza o di potere. Non erano solo “le compagne dei briganti”, erano agenti attive di una strategia di guerriglia che sfruttava la conoscenza profonda del territorio.

Quando si scava nelle biografie che hanno attraversato la Puglia, il primo nome a imporsi è quello di Filomena Pennacchio. Non era pugliese di nascita, proveniva infatti dall’Irpinia, ma la sua traiettoria biografica e politica si intreccia in modo indissolubile con la Capitanata e con le bande attive nel Subappennino Dauno.
La sua figura è storicamente legata a quella di Giuseppe Schiavone, uno dei capibanda più noti dell’area di Sant’Agata di Puglia. Insieme a lui, Filomena si muoveva in un territorio liquido, una terra di frontiera fatta di boschi fitti, tratturi della transumanza e piccoli paesi isolati. In questo scenario, dove la mobilità continua era l’unica difesa contro l’esercito regolare, Filomena Pennacchio non emerge come un elemento decorativo.
I documenti d’archivio restituiscono l’immagine di una donna pienamente inserita nelle dinamiche di potere e organizzazione della banda. La sua storia dimostra quanto il brigantaggio fosse un fenomeno fluido, in cui l’identità locale contava meno dei legami di mutuo soccorso costruiti sul campo. Filomena visse dentro la violenza, la fuga e la negoziazione politica, dimostrando un’autonomia operativa che la storiografia successiva ha cercato spesso di ridimensionare, riducendola a un’appendice amorosa del suo capo.

Spostando l’analisi verso dinamiche più territoriali e meno centralizzate, il caso di Anna Felicia Recchia offre uno spaccato straordinario di come il genere intersecasse la struttura familiare del brigantaggio. Attiva nel Subappennino Dauno nord-occidentale — tra centri come Volturara Appula, San Marco la Catola e Celenza Valfortore — la sua vicenda è legata alla banda guidata da Pasquale Recchia.
In queste zone interne, lontane dai grandi flussi e difficilmente controllabili dallo Stato unitario, il brigantaggio assumeva una dimensione comunitaria e molecolare. Non parliamo di grandi eserciti di ribelli, ma di bande frammentate, profondamente radicate nei legami di sangue e di paese. In questo contesto micro-politico, il ruolo di Anna Felicia Recchia risulta decisivo proprio perché non si manifesta nella forma eclatante del comando militare, ma nella gestione quotidiana del sistema.
Anna Felicia emerge dai documenti giudiziari come il fulcro di un sistema di spostamenti, rifugi e comunicazioni familiari. Nelle comunità rurali della Capitanata, dove il consenso e il sostegno della popolazione erano la condizione stessa della sopravvivenza delle bande, le donne erano le uniche in grado di mantenere vivi questi canali senza destare i sospetti immediati delle forze dell’ordine. Gestire i rifugi nelle masserie isolate, garantire i rifornimenti e fungere da interfaccia tra i latitanti e la comunità locale significava esercitare un potere politico reale, anche se invisibile alle metriche della storia patriarcale.

Se nel Subappennino Dauno le reti familiari offrono una traccia documentaria leggibile, scendendo verso le Murge e il Brindisino il quadro si frammenta ulteriormente. Qui le tracce delle brigantesse si fanno labili, quasi evanescenti, riflettendo la dispersione stessa del fenomeno in queste aree rurali.
Il nome di Rosa Martinelli, associato al territorio di Ceglie Messapica, rappresenta uno dei pochi frammenti biografici sopravvissuti. Non esiste una narrazione continua o una biografia strutturata su di lei; il suo nome affiora a intermittenza tra i verbali dei processi, le testimonianze orali e la memoria storica locale. Ma è precisamente questa frammentarietà a essere teoricamente significativa da una prospettiva femminista.
Nelle Murge, il brigantaggio femminile non si cristallizza in grandi leadership, ma si disperde in storie minute. Le donne murgiane si muovevano in una densa zona grigia: uno spazio sociale sospeso tra la complicità, la necessità economica della sopravvivenza e la partecipazione diretta. In questo mondo agrario, il confine tra chi subiva il brigantaggio, chi lo aiutava per sopravvivere e chi ne faceva organicamente parte era estremamente sottile. Rosa Martinelli non è un’eccezione eroica, ma l’indizio di una presenza diffusa che la storia ufficiale non ha ritenuto degna di una narrazione organica.
L’elemento più rivoluzionario del brigantaggio pugliese risiede dunque nella sua sterminata platea di donne invisibili. Contadine, massare, madri, sorelle, mogli: donne che non hanno mai impugnato un fucile e i cui nomi non compariranno mai nei manuali di storia, ma che hanno costituito l’asse portante della resistenza rurale nel Mezzogiorno. Erano loro a trasportare il cibo eludendo i posti di blocco, a nascondere le armi sotto le vesti o nei granai, a trasmettere messaggi cifrati e a indicare alle bande i percorsi sicuri attraverso le gravine e le masserie fortificate. In Puglia, più che in qualsiasi altra regione, il brigantaggio non fu un fenomeno puramente militare, ma una risposta sociale diffusa che si resse interamente su questa complicità di genere e di classe. La frammentarietà delle fonti sulla Puglia non cancella la portata politica di queste esistenze, ma ne ridefinisce i confini. La vicenda di Rosa Martinelli, ad esempio, non è un caso isolato di microcriminalità rurale, ma si inserisce pienamente nel contesto drammatico della ribellione contadina contro lo Stato sabaudo tra il 1862 e il 1864. In quegli anni di transizione violenta, la Puglia fu un laboratorio di resistenze silenziose, dove il rifiuto della militarizzazione piemontese e della miseria agraria passò inevitabilmente attraverso le mani e le scelte delle donne.

Raccontare questa terra significa aver scardinato solo il primo tassello di un mosaico molto più ampio e complesso. La specificità logistica pugliese, infatti, dialoga costantemente con le traiettorie e le biografie di altre ribelli del Mezzogiorno, figure che hanno vissuto la latitanza e la militanza sul corpo e sulla propria pelle, sfidando apertamente l’ordine giuridico e patriarcale dell’Ottocento.
Nomi come quello di Elisabella Blasucci, detta “Pignatara”, con il suo radicale rifiuto delle logiche proprietarie della nuova Italia; o come Chellina (Michela), custode di segreti e di dinamiche di banda che la storiografia ha spesso liquidato con troppa fretta; fino alla stessa Filomena Pennacchio, la cui complessa parabola biografica, tra l’Irpinia e le terre pugliesi, merita uno spazio autonomo di decostruzione e analisi.
Le loro storie, i loro processi e le loro scelte di libertà e di rottura non si esauriscono qui. Saranno proprio queste figure, con le loro eccezionalità e le loro contraddizioni, le protagoniste dei prossimi articoli di approfondimento di questa serie. Monografie necessarie per continuare a scrivere, insieme, una genealogia della rivolta che parta dalle donne, dalle loro alleanze e dal loro irriducibile conflitto con la storia ufficiale.

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Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.

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