Billonia, la fioraia di Catania

Fabrizio De André, quando scrisse La canzone di Marinella, dichiarò: «questa canzone è nata da una specie di romanzo familiare applicato a una ragazza che a sedici anni si era trovata a fare la prostituta ed era stata scaraventata nel Tanaro o nella Bormida da un delinquente. Un fatto di cronaca nera che avevo letto a quindici anni su un giornale di provincia. La storia di quella ragazza mi aveva talmente emozionato che ho cercato di reinventarle una vita e di addolcirle la morte».

Ho conosciuto la storia di Billonia, un misto di realtà e fantasia, un giorno per caso. Mi trovavo in una magnifica sala del B&B Asmundo di Gisira di Catania. Era affrescata con tutti gli elementi caratteristici della mia città: l’elefante di Piazza Duomo, la giostra di Eliodoro della Villa Bellini, i fichidindia, e poi “lei”, una strana fanciulla con un vestito di lustrini variopinti. La storia mi intrigò immediatamente, perché non avevo mai sentito parlare di lei e visto che le notizie (malgrado la ricerca in tre biblioteche etnee) sono poche e frammentarie, farò con questa figura femminile, realmente esistita, ciò che De André inventò per Marinella, per «reinventarle una vita e addolcirle la morte».

Billonia e la madre vissero nella Catania della Bell’Époque. In quel periodo a Parigi si celebrava l’ebbrezza della vita: era l’epoca degli impressionisti, di Proust, delle luci, dei salotti, delle cortigiane, dei teatri e mentre l’Europa si beava sull’orlo del baratro della I Guerra mondiale, negli stessi anni la nostra umile fioraia raccoglieva fiori di campo per venderli agli innamorati.

La Catania di quel periodo era piena di carrozze, circolavano i tram, c’era una parte di aristocrazia che risiedeva nei palazzi nobiliari vicino il centro storico e poi la Signora di Sicilia, l’Etna che da sempre domina una delle vie più importanti della città: via Etnea. Su questa via, come ci dice Pietro Nicolosi avremmo potuto incontrare Billonia «con i fasci di fiori di campo, le margherite, le rose, che offriva alle coppiette di fidanzati sperando di ricevere una ricompensa, e di sera si piazzava davanti ai teatri».

Cosi questa donna minuta, descritta da Domenico Magrì, «tutt’altro che sgraziata, era “la fioraia” della Villa, sfiorita per conto suo, ma con la camicetta ostinatamente sfavillante di dorati lustrini.». Avremmo potuto incontrarla così, davanti al Teatro Massimo Bellini, abbracciata ai suoi semplici fiori, il cui ricavato sarebbe stato il suo pane quotidiano.

Chissà se Billonia, con la sua camicetta color arcobaleno, abbia mai ricevuto un fiore in dono o una parola d’amore. Eppure, quel desiderio, misto di vita e di sopravvivenza, lo raccoglieva nei campi spontanei della Piana di Catania, inginocchiata come in preghiera davanti a un amore, per trasformarsi in un vaso barocco in giro per le strade della città etnea, offrendo un sorriso e il pegno di una promessa.

Negli stessi anni nasceva a Parigi J. Prevert, mi piace accostare le calendule e le margherite di Billonia ai versi del poeta francese:

I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Loro sono altrove ben più lontano della notte
Ben più in alto del sole
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

L’amore ha questo di commovente: nasce e fiorisce sempre, in ogni stagione della vita, anche quando c’è il male, da qualche parte come basilisco spontaneo trova il modo di trovarsi varchi, anche tra muri di tufo.

L’immagine gentile di Billonia che cercava di rendere i suoi abiti meno poveri con i lustrini, ci rimandano alla gentilezza: un bacio come testimonianza di un affetto, un fiore di campo come umile promessa d’amore.

Come racconta Giuseppe Toscano Tedeschi, Billonia «andava spesso in giro con la madre ma gli stenti le avevano rese uguali e sarebbe stato difficile capire, a vederle, chi di esse fosse la più vecchia».

D’inverno trascorrevano gran parte delle giornate sui gradini della chiesa di San Biagio, in piazza Stesicoro, dove si trovano le rovine dell’anfiteatro romano, ma d’estate si trasferivano al giardino Bellini, sempre popolato di catanesi che accorrevano ad ascoltare i concerti della banda: e lì Billonia sperava di guadagnare qualcosina in più.

Della fine delle donne sappiamo poco, scrive ancora Pietro Nicolosi. Scrive che la madre di Billiona morì poco dopo scoppiò del primo conflitto mondiale: «e, mentre il mondo dava addio ai divertimenti e alle spensieratezze di un tempo, neanche Billonia, la semplice e inutile fioraia, travolta dai tempi e dalla guerra, ebbe più motivo di sopravvivere. Nessuno la vide più».

Forse morì di stenti, forse nessuno ebbe più voglia di comprare fiori per gli innamorati, perché la Grande guerra preparava lacrime e crisantemi. Tuttavia, a me piace immaginare Billonia così: una delle tante mattine, mentre andava per campi, si accorse di un fiore nuovo e magico. Era il Tarassaco con la sua cupola bianca pronto ad esaudire il primo desiderio che le fosse venuto in mente.

Raccogliendolo, Billonia sopirò: «quanto vorrei essere libera e spensierata come il vento…amare…riabbracciare mia madre…».

In quel momento, immaginiamo, lo stelo del tarassaco si sarebbe levato da terra e l’avrebbe trasportata nell’aria limpida, leggera come un palloncino. Il suo desiderio di amore trasformato in petali: quel sentimento e la sua muta presenza si potrebbero rinnovare ogni volta che qualcuno dona un fiore a chi ama. In nome di Billiona, la fioraia di strada di Catania.

 

Articolo di  Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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