Brescia. Giacinta Calini

Il gruppo bresciano di Toponomastica femminile ha richiesto l’intitolazione di una via e/o di uno spazio urbano a Giacinta Calini. Nata a Rovato il 26 giugno 1834, la letterata appartiene a una famiglia bresciana di antica nobiltà. Il padre è medico, non è chiaro se per apertura progressista o a causa di un patrimonio familiare decisamente assottigliatosi, mentre la madre si occupa della numerosa famiglia. Giacinta Calini trascorre la giovinezza e la prima maturità in un ambiente familiare agiato e affettuoso, coltivando un legame profondissimo con la sorella Maddalena, ma studia in modo discontinuo e non sempre sistematico sotto la guida di precettori privati. Influiscono sulla sua formazione culturale le letture di Alphonse de Lamartine, Aleardo Aleardi, Niccolò Tommaseo e, in seguito, William Shakespeare e grandi romantici della tradizione italiana e europea quali Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Lord Byron, Walter Scott. Nella maturità la contessa, costretta a dedicarsi all’insegnamento dalle difficoltà economiche della famiglia, si accosta anche a testi di storici, filosofi e pedagogisti, spinta principalmente da motivazioni professionali. Giacinta Calini è il modello della donna post-risorgimentale non maritata che esercita un’attività intellettuale, benché in un ambito strettamente delimitato. La letterata è ben consapevole della sua origine nobile da parte di entrambi i genitori, ma più che alla stirpe è fortemente legata alla propria famiglia, in particolare alla sorella Maddalena, un po’ come Giovanni Pascoli è legato al suo “nido” familiare, che cerca di ricostruire con le sorelle. Lo studio non sistematico, orientato dal suo prevalente interesse alla poesia, costituisce la sua principale occupazione a partire dagli anni giovanili. Per lei la poesia è analisi introspettiva finalizzata all’autenticità. Sua cifra costante in una produzione eclettica per generi e temi (poesia, critica letteraria, saggistica pedagogica, pagina autobiografica) è una decisa versatilità, unita alla sincerità dell’ispirazione e dell’espressione, poiché l’autrice vuole affidare alla pagina scritta la testimonianza di una vita senza finzioni, per conseguire un riconoscimento pubblico che la renda testimone credibile dei principi di cui si fa promotrice.

La giovane nobildonna inizia il proprio apprendistato poetico negli anni ‘50 dell’Ottocento, mandando proprie composizioni a letterati di fama come de Lamartine. Risale tuttavia al 1870 la sua testimonianza letteraria più significativa, i Componimenti poetici, una raccolta dedicata alla sorella Maddalena costituita da 19 liriche quasi interamente riconducibili a spunti d’occasione, attinti al vissuto familiare oppure a significativi eventi storico-politici. Nella Prefazione al volume Giacinta Calini addita ai lettori i propri limiti tecnico-stilistici che cerca di superare costruendo, attraverso la sua rete di conoscenze personali e relazioni epistolari, una scuola ideale che le possa fornire modelli di riferimento, poiché riconosce nell’imitazione uno stimolo verso la conquista di un bello ideale. Critica dunque severamente le correnti naturalistiche, mentre mostra interesse per il “secondo Romanticismo”, in particolare per Aleardo Aleardi e Niccolò Tommaseo, forse conosciuti nel salotto della zia materna Cassandra Sangervasio, ai quali invia i propri Componimenti poetici, un tentativo di proposta strutturata di conciliazione tra religione degli affetti e passione civile, in una prospettiva di edificazione delle coscienze da parte della poesia. Entrambi i letterati apprezzano la schiettezza della vena sentimentale, pur sottolineando la fragilità del dominio formale. Il Carme Per l’abolizione della pena di morte, pubblicato nei Componimenti poetici, a prima vista appare come uno dei numerosi componimenti d’occasione compresi nella raccolta, ma in realtà è paradigmatico dell’itinerario artistico, professionale e umano di Giacinta Calini. La sua composizione risale al 1865, come parrebbe indicare il sottotitolo, Quando nel 1865 tal legge votavasi dal Parlamento italiano, e trae spunto dal dibattito sulla pena di morte. L’autrice si sforza di definire con un certo rigore il proprio pensiero e sostanzia l’opzione abolizionista con argomenti filosofici, non solo con appelli al sentimento, quali il richiamo alle figure familiari e l’affermazione del valore degli affetti. L’autrice si chiede, retoricamente, Quando sarà che la ferocia induca l’amor della virtù? per negare l’effetto deterrente e esemplare della pena di morte, definendo il patibolo eco sinistro del livore e della vendetta, afferma la certezza della possibilità di conversione degli esseri umani e dichiara la propria fiducia in un moto di indefinito progresso, fino a giungere all’auspicio della definitiva scomparsa della guerra dalla storia. I letterati coevi, sia pure con accenti differenti, non danno giudizi lusinghieri sul Carme. Aleardo Aleardi rimprovera a Giacinta Calini l’eccessiva audacia della scelta tematica, mentre Niccolò Tommaseo critica la presenza sproporzionata di argomenti razionali, spia di un dissidio tra mente e cuore. In realtà, secondo l’autrice “La ragione è lo sguardo dell’anima” e la sua apertura alla sperimentazione di tematiche considerate estranee all’universo femminile nasce dalla rivendicazione del proprio nuovo ruolo di intellettuale impegnata e tesa alla valorizzazione di una cultura di promozione della donna. Il penalista Francesco Carrara, viceversa, individua proprio nell’accesa vis polemica il centro ispiratore del Carme e ne elogia dunque il ricorso all’argomentazione, oltre che al pathos.

La Calini approda alla scuola in età matura, a causa di un dissesto finanziario familiare, prima come istitutrice privata e poi come insegnante, dopo aver conseguito nel 1874 il diploma necessario all’insegnamento a Pavia, accompagnato da una menzione pubblica al Ministero dell’Istruzione. Nel 1875 comincia a insegnare storia e geografia alla Scuola Normale di Brescia, che forma le future maestre elementari, e affida a testimonianze autobiografiche e interventi pedagogici la documentazione del suo ideale canone educativo, che tende a coniugare l’affermazione dei principi alla base della sua attività letteraria con le esigenze formative degli/delle studenti/studentesse. Accanto alla centralità dell’alunno/a viene ribadita l’importanza del ruolo di mediatore/mediatrice di valori e conoscenze dell’educatore/educatrice. Fondamentale risulta un equilibrato rapporto insegnante/studente e insegnante/studentessa, basato sulla fiducia che si manifesta nell’esposizione del programma degli studi, nel rifiuto dell’autoritarismo e delle pratiche volte a aumentare la rivalità fra gli /le studenti/studentesse, nella disponibilità costante e nella pazienza. Le discipline scolastiche non costituiscono, nella visione dell’autrice, un repertorio indifferenziato di contenuti, ma uno strumento di formazione, e, sul piano del metodo, sono ricorrenti gli inviti a una presentazione essenziale degli argomenti e alla chiarezza nella comunicazione. Nel 1876, sempre alla Scuola Normale di Brescia, Giacinta Calini inizia a insegnare italiano, proponendo l’esperienza di un modello di lingua parlata, caratterizzato da proprietà formale e semplicità dell’espressione, che si accompagna a una rigorosa analisi degli stili e registri differenti della produzione letteraria e, in particolare, alla ricostruzione degli snodi logico-concettuali del pensiero degli autori esaminati, allo scopo di affinare le capacità critiche degli/delle studenti/studentesse. L’attività di insegnante rafforza in Giacinta Calini la volontà di affermare il proprio ruolo di poeta civile e, contemporaneamente, la avvicina alla prosa saggistica, in particolare con il Mio programma per l’educazione e l’istruzione di un fanciullo, che peraltro riprende alcuni nuclei tematici del Carme quali la fiducia nel progresso e nell’illimitata possibilità umana di miglioramento, e il rifiuto delle pene corporali nell’educazione, che seppur in un contesto differente, ripropone l’argomento abolizionista della violenza come generatrice di violenza. L’attività dell’insegnamento si accompagna in Giacinta Calini alla collaborazione a riviste femminili, in particolare “La missione della donna”, che ha contribuito a fondare e su cui pubblica inizialmente il Trattenimento letterario. Della morale nella poesia, uno dei suoi scritti più significativi, in seguito riedito nelle Prose. L’autrice cerca di indagare il rapporto tra morale e estetica, ma non sempre è chiara la sua definizione di morale, prima intesa come “nozione del bene” e poi come “ordine intrinsecato nel bello”. Nel saggio vengono contrapposti due campioni della poesia religiosamente ispirata, quali Petrarca e Shakespeare, a due autori “laici” come Leopardi e Byron, per verificare l’eventuale necessità di una censura in nome della morale. L’identificazione della morale con l’estetica porta a concludere che la “bestemmiatrice poesia” di Leopardi e quella di Byron, a condizione di essere attentamente mediate dall’educatore, possono rientrare nel canone scolastico, che deve essere coerente con le finalità dello studio della letteratura, ovvero l’attenzione al pensiero e al messaggio morale degli autori. È centrale nella sua concezione la lode del “cuore” con cui si conclude l’opera, che verrà ripresa nel successivo Mio programma ideale per l’educazione e istruzione di un fanciullo, importante scritto di didattica, basato sulla sua diretta esperienza, che contiene un giudizio assai duro sulla famiglia, “picciolo regno ove non mancano gli arbitri, le tirannie, le servilità”. Nonostante questa accesa critica, Giacinta Calini non è interessata a alcun disegno di trasformazione sociale; piuttosto ingenuamente ripone invece la propria fiducia in un progetto educativo globale, propedeutico al “riscatto della società”. Per la scrittrice-docente la scuola resta il vero ambito in cui può pienamente esprimere se stessa, intrecciando rapporti intensi con le allieve e sperimentando innovazioni didattiche che a un certo punto le costano perfino il posto di lavoro e che si trova a dover difendere strenuamente, pubblicando nel 1882 Invocazione. Prose, un’appassionata autodifesa, in cui motiva le proprie scelte educative e emerge, ancora una volta, la impegnata ma parzialmente frustrata volontà di partecipazione di Giacinta Calini, cifra della sua intera attività letteraria e professionale. Lo scacco vero che provoca l’amarezza della contessina è la sua mancata gloria letteraria. Non riesce a dimenticare il prestigio del suo ceto, che va declinando nell’Italia post-unitaria, e a riconoscersi le sue personali qualità di donna, educatrice e intellettuale.

 

Articolo di Claudia Speziali

mbmWJiPdNata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia.

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