J come Jeans

L’abito è uno strumento fondamentale per la relazione tra il corpo e il mondo, e non c’è nulla di naturale nell’abbigliamento, checché ne dicano i fanatici antigender.

Storicamente stoffe, fogge e pratiche differenti indicavano gruppi territoriali, sociali e religiosi diversi. Dai particolari dei vestiti e dei copricapo era possibile comprendere l’origine, l’età, la mansione e lo status di una persona. In epoche in cui la parola rappresentava una barriera, il linguaggio dell’abito comunicava in modo immediato e comprensibile.

Distinzione non universale è quella tra abbigliamento femminile e abbigliamento maschile, ma la presenza di un doppio standard concernente visibilità e invisibilità appare evidente sin da tempi antichissimi.

Se il vestiario crea un gioco di alternanze tra copertura e scopertura, questo gioco è orientato secondo il genere, a ribadire una desiderata identità tra fatto biologico e fatto sociale: il corpo femminile genera una matrice di senso che è concepita come diversa da quella maschile e che in realtà è fondata non tanto sul corpo che si veste, quanto sulla reazione degli altri al suo vestire. Questa è la causa della “modestia” imposta alle donne. A fine ‘700 il codice vestimentario occidentale codifica le diversità tra i sessi in modo sempre più rigido. Soprattutto tra gli uomini il divieto di emulare la vivacità e la varietà dell’abbigliamento femminile diviene la norma.

L’800 vittoriano, che con le sue rigide distinzioni ha esteso la sua influenza al secolo successivo, appare esemplare: è più che mai l’epoca delle sfere separate, basate su differenze definite “naturali e biologiche” tra uomo e donna. Il primo va in fabbrica o in ufficio, fa politica, agisce nel mondo; la seconda sta in casa, si occupa della sfera privata, custode dell’ordine e della moralità.

Nelle società contemporanee il diverso standard fra i generi si è pian piano affievolito e si limita alle differenze anatomiche più rilevanti fra il corpo maschile e quello femminile: in molti contesti ad esempio non è spudorato mostrare le gambe nude in pubblico né per una donna né per un uomo, mentre permane quasi sempre la differenza relativa al seno.

Capi unisex per eccellenza sono oggi i pantaloni e in particolare i jeans, che hanno fatto la storia di intere generazioni e rappresentano l’icona del casual: indossati prima solo dai ragazzi e dai giovani adulti sotto una spinta egualitaria, i pantaloni di tela blu, cui con gli anni sono state introdotte innumerevoli varianti, occupano un posto negli armadi di chiunque.

Ben pochi ricordano che sono nati come indumenti da lavoro, grazie alla robustezza del tessuto denim usati dai cercatori d’oro e dai minatori, dai cowboy, dagli operai e dai contadini, dai meccanici e dai muratori.

L’indifferenziazione tra gli abiti dei due sessi ha però un’origine precedente (benché fossero già sostanzialmente unisex molti indumenti dei secoli antichi, ad esempio le tuniche nel bacino del Mediterraneo). È il 1850 quando una giovane attivista, Amelia Bloomer, professa un ruolo più centrale della donna nella società americana, anche a partire dall’abbigliamento. Nascono così i bloomers, detti anche pantaloni alla turca.

Le donne cominciano a indossare i pantaloni, a partire dagli sport ma anche sul lavoro, per ragioni non solo di contestazione dei confini prefissati ma anche di una vita più dinamica.

La prima gonna pantalone fa la sua comparsa in Italia negli anni ’10 del secolo scorso, ed è scandalo.  Il Corriere della Sera parla di donne assalite, molestate e ingiuriate per strada perché “colpevoli” di vestirsi come i maschi. 

Agli esordi, nei rivoluzionari anni ’60 e ’70, l’abbigliamento unisex (Pierre Cardin, André Courrèges, Paco Rabanne) aspirava a “sfocare e attraversare i confini di genere”, ma alla fine – complici gli stessi grandi marchi – l’uniformità si è espressa attraverso una decisa inclinazione al maschile dell’abbigliamento femminile – e basta.

Sebbene la moda riduca nei fatti al minimo le differenze di genere, di solito ha l’effetto opposto sull’immaginario. Parte del fascino è infatti il contrasto sexy tra chi li indossa e gli abiti, che in realtà richiamano l’attenzione su  parti considerate erotizzanti del corpo femminile.

Coco Chanel passeggia in riva al mare con i pantaloni dell’amante; il look androgino e i capelli corti vengono immortalati da Francis Scott Fitzgerald; Marlene Dietrich  indossa lo smoking nel film Marocco. Tutte queste piccole rivoluzioni hanno portato la moda femminile a convergere su quella maschile, ma non viceversa.

I tentativi di femminilizzare l’aspetto maschile si sono rivelati di breve durata: le donne portano quasi tutte i pantaloni in ufficio, ma gli uomini si attengono rigidamente alle giacche – magari alleggerite o colorate – e alle cravatte. Fa eccezione il solo kilt tradizionale scozzese, nato per ragioni di comodità poi diventato segno identitario.

Jean Paul Gaultier, couturier francese amante della trasgressione, ha provato a mettere in scena a più riprese modelli con la gonna nelle sue sfilate, ma non ha avuto il successo che sperava.  «Men must learn to deal with their fragility», ha detto inascoltato. «Vogliono cancellare il maschio!» gridano i giornali reazionari.

Nessuno, se non il pregiudizio omofobo, ha stabilito che gli uomini non possano indossare le gonne. Uno psicanalista avrebbe gioco facile a spiegare perché.

L’inclusione e la fluidità di genere restano fatti di élite, tematiche portate avanti soprattutto dai modelli delle passerelle e dal mondo del cinema, con personaggi di spicco che decidono di indossare sul red carpet abiti che rompono gli schemi e mescolano codici stilistici.

Ammirati, ma non copiati.

 

Illustrazione di Marika Banci

1--BExhxDopo la laurea in Lettere moderne, Marika si iscrive al corso triennale di Progettazione grafica e comunicazione visiva presso l’ISIA di Urbino. Si diploma nel 2019 con una tesi di ricerca sulle riviste femministe italiane dagli anni ’70 ad oggi e la creazione di una rivista d’arte in ottica di genere dal nome “Biebuk”. Designer e illustratrice, ha dedicato alle tematiche femministe molti dei suoi ultimi progetti.

 

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...