K come Kilo

Fu in un grande magazzino americano, nel corso di un fallimentare tentativo di comprarmi una gonna di cotone, che mi sentii dire che i miei fianchi erano troppo larghi per la taglia 42. Ebbi allora la penosa occasione di sperimentare come l’immagine di bellezza dell’Occidente possa ferire fisicamente una donna e umiliarla tanto quanto il velo imposto da una polizia statale in regimi estremisti quali l’Iran, l’Afghanistan o l’Arabia Saudita.

Scriveva così Fatema Mernissi nel suo L’harem e l’Occidente.

Calcola il tuo peso forma! Più che un invito l’imperativo è un obbligo.

Per le donne oggi essere sovrappeso non è una caratteristica del proprio corpo, ma uno stigma. Si cerca di parlarne il meno apertamente possibile usando termini come ‘curvy’, ‘in carne’, ‘formosa’, ‘morbida’, ‘rotonda’, ‘burrosa’, mentre l’aggettivo ‘grassa’ viene considerato quasi un insulto.

Gli insulti veri e propri, poi, sono feroci: chiappona, trippona, panzona, culona, vacca, balena… Come tutte le altre categorie di termini spregiativi, anche lo scherno fisico è un modo di dire non vai bene, non ti accetto, mi sei inferiore, mi fai ribrezzo. Questi giudizi si trasformano in azioni, hanno pesanti effetti sociali: l’esclusionel’emarginazione, l’isolamento.

La body positivity è bellissima, ma facile sulla carta e difficile nella vita vera.

Il fat shaming è annoverato tra le prime cause di bullismo, specie a scuola: una moda tremenda, una persecuzione che si accanisce ogni giorno contro adolescenti e perfino contro bambini e bambine. Dal web, poi, non c’è via di scampo: basta uno smartphone per rendere le persone costantemente al centro di un mirino. E sono migliaia coloro che ridono di fronte ai video derisori e denigranti che ogni giorno trovano audience e like nei social.

Ne sono vittime anche i maschi, ma è indubbio che quando si parla di corpo e aspetto esteriore le pressioni sulle donne sono molto più forti.

Attacchi violenti, sprezzanti ma anche subdoli, velati. “Sei così bella in viso, pensa se dimagrissi!”, “hai messo su qualche chilo di troppo?”, “ti stai trascurando”, “forse sarebbe meglio se ti mettessi a dieta”, “non pensi alla tua salute?”, “lo dico per il tuo bene”.

La bilancia diventa un’ossessione, la dieta un calvario, la tavola un campo di battaglia; l’autostima scende a zero.

Un servizio di Abc news riporta il fatto che circa la metà delle bambine già dai tre ai sei anni si preoccupa di essere grassa. In un sondaggio della rivista Glamour il 97% delle adolescenti intervistate ha dichiarato di provare odio verso il proprio corpo (su di loro si esercita un doppio controllo: quello delle altre ragazze e quello dei ragazzi).

Secondo Naomi Wolf (Il mito della bellezza) la fissazione culturale sulla magrezza non è un’ossessione sull’estetica ma un’ossessione sull’obbedienza. Le diete come i corsetti strettissimi dell’Ottocento sono un sedativo potente: una popolazione di maniaci tranquilli è manipolabile.

Ogni società insegna ai propri membri la lettura del corpo. Una volta il potere interveniva sui corpi nelle scuole, nelle caserme, nei monasteri, negli ospedali, nelle prigioni attraverso regimi disciplinari; oggi la loro docilità è garantita dalle tecnologie da un lato, dalla moda, dal consumismo e dalla pubblicità dall’altro. Sono messaggi che fanno molto di più che vendere prodotti: si sono incaricati di fornire criteri di autovalutazione che i/le destinatari/e interiorizzano. Nonostante le donne siano consapevoli delle alterazioni delle immagini presenti sui media, il confronto con questi modelli genera una pressione sul modo di essere che incide sull’insoddisfazione generale della propria vita.

Dalla civile Svezia arriva un messaggio alternativo: modelle senza ritocchi fotoshop, al naturale. Questa è la scelta di un popolare brand d’abbigliamento per la promozione della linea costumi per l’estate 2019, in cui ha selezionato ragazze con pancetta, cellulite e smagliature.

La scelta è comunque nostra: siamo disposte a cambiare punto di vista per ottenere un mondo in cui essere imperfette rispetto ai canoni imposti non sia reato? Siamo davvero libere da lenti deformanti?

Illustrazione di Marika Banci

1--BExhxDopo la laurea in Lettere moderne, Marika si iscrive al corso triennale di Progettazione grafica e comunicazione visiva presso l’ISIA di Urbino. Si diploma nel 2019 con una tesi di ricerca sulle riviste femministe italiane dagli anni ’70 ad oggi e la creazione di una rivista d’arte in ottica di genere dal nome “Biebuk”. Designer e illustratrice, ha dedicato alle tematiche femministe molti dei suoi ultimi progetti.

 

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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