Viaggi voluti, necessitati, imposti

Il viaggio, la scoperta, l’avventura, la possibilità di contemplare orizzonti vasti e ignoti sono state a lungo ritenute prerogative della dimensione maschile come, al contrario, l’immobilità, la sedentarietà, l’immutabilità degli orizzonti ristretti e conosciuti lo sono state per il mondo femminile.
Il mito ha rappresentato questa contrapposizione nei personaggi di Ulisse e Penelope, archetipi immutati nel tempo.
Su Penelope riflette Maria Romana de’ Angelis, nell’introduzione al suo Sotto un cielo senza stelle. L’autrice la immagina su un’imbarcazione pronta a lasciare Itaca, l’azzurro del suo mare e la sua vita accanto a Odisseo; a Femio, l’aedo che l’accompagna e che le promette di “cantare di lei, dopo aver cantato tanto di Ulisse”, Penelope risponde con gentilezza: “No Femio […] sarò io a raccontare la mia storia”.
La mostra di Toponomastica femminile sulle viaggiatrici è un racconto a più voci su alcuni dei molteplici aspetti dei viaggi e degli spostamenti delle donne che, come sempre accade, faticano a essere conosciuti e a diventare Storia; è un percorso di ricerca volto a svelare le contraddizioni da sempre presenti dietro all’archetipo femminile dell’immobilità, dietro a Penelope. Voci femminili si intrecciano sul tema del viaggio che, metafora della vita, in molti casi è raggiungimento dell’autonomia, definizione della propria identità, appropriazione degli spazi e del tempo a lungo negati alle donne; in molti altri casi, invece, lo spostamento è dolore, ulteriore negazione di spazi, tempo, identità.
Nell’immaginario il viaggio è una grande avventura, l’espressione massima di libertà e di autodeterminazione, fonte di appagamento della curiosità e del desiderio di conoscenza dell’essere umano.
Per le donne è stato a lungo un tabù che le imprigionava e le stringeva nella rete della società patriarcale fatta di divieti, limitazioni, convenzioni e condizionamenti sociali; alcune il tabù l’hanno infranto per conoscere, per scoprire, per accedere a quella libertà che all’uomo è stata sempre assegnata per diritto di nascita e di esistenza.
Per viaggiare, come in molte altre esperienze della vita, le donne sono state costrette a nascondere la loro vera natura e a vestirsi da uomo, sia per ingannare sulla loro condizione sia per potersi muovere più agevolmente, libere anche dalle oppressioni fisiche dei loro faticosi abbigliamenti, inventati e costruiti per chi deve restare immobile.
Alcune, le donne dell’alta aristocrazia che hanno potuto esercitare il potere, hanno viaggiato per ragioni politiche, talvolta come accompagnatrici dei loro potenti consorti, altre volte, raggiunti i vertici della sfera privata e pubblica, rappresentando in giro per il mondo le corti e gli Stati da cui provenivano.
Hanno sfruttato la rete dei loro legami familiari, la forza dei loro cognomi e del loro casato costruendo relazioni e azioni diplomatiche di cui, però, sono rimaste poche tracce nella Storia. Antesignane della moderna politica estera, le loro esperienze sono state considerate eccezioni, capaci di confermare e avvalorare l’unicità dei ruoli di potere maschili, senza riuscire a creare una tradizione femminile nel mondo della diplomazia. Alle donne, infatti, sono state aperte le porte verso la carriera diplomatica nei primi anni del ‘900 – in Italia solo nel 1967 ‒ e, nonostante i progressi, ancora oggi il divario di genere appare evidente.
In nome della religione le donne hanno compiuto viaggi ancor prima delle viaggiatrici del XVIII secolo, sostenute dalla loro fede e dalla devozione che legittimava ciò che la società condannava, anche se non mancavano moniti volti a impedire al genere femminile tali imprese.
Fin dai primi secoli del Cristianesimo le grandi vie dei pellegrinaggi o gli itinerari più brevi verso i santuari locali hanno visto le donne muoversi senza la “scorta” degli uomini; alcune di loro erano suore, altre erano laiche, popolane, borghesi o nobildonne, hanno percorso itinerari sacri lunghi o brevi, hanno potuto assaporare, non senza pericoli e incognite, la libertà di movimento, l’ampliamento dei confini visivi e conoscitivi, il valore della condivisione con altre donne, l’audacia di vivere gli spazi e il tempo senza impedimenti.
Si tratta di viaggi volontari, come sono volontari quelli delle esploratrici, delle scienziate, delle giornaliste, delle atlete, delle pilote, delle artiste alla ricerca di ispirazioni e suggestioni, delle fotoreporter in caccia di eventi e personaggi da immortalare.
I momenti di questi viaggi sono fatti di ricerca e curiosità, gli ambiti geografici e i confini sono spazi da attraversare e conoscere, il tempo una dimensione scandita dalla scoperta e dall’incontro con l’alterità. Questi viaggi guardano al mondo con lenti diverse da quelle maschili perché le donne, al contrario degli uomini, definiscono il senso di questa esperienza umana come coscienza (e autocoscienza) e non come conquista.
Se i viaggi volontari sono l’espressione della libertà e dell’emancipazione raggiunte, altri viaggi e altri trasferimenti sono dominati dalla fatica dello spostamento, dalla lacerazione della separazione, dal vuoto dello sradicamento, dall’incertezza del tempo, dal timore degli spazi vasti e ignoti, dalla paura di ciò che attende.
I viaggi definiti “necessitati” sono quelli intrapresi dalle donne costrette a emigrare per cercare una vita dignitosa, abbandonando il proprio paese, la propria lingua, anche i propri affetti. L’emigrazione per stato di necessità ha riguardato moltissime persone partite dalle zone più povere d’Italia verso il Nord e il Sud America, l’Australia, i Paesi del Nord Europa o le regioni settentrionali italiane, in cerca di fortuna. Si tratta di viaggi che hanno riguardato, oltre alla dimensione spazio-temporale, anche le gerarchie sociali nella speranza di “un vantaggioso spostamento della propria posizione nella società”.
Sono partite per stato di necessità le balie, che crescevano prole altrui vendendo l’unica cosa preziosa posseduta, il proprio latte; sono partite verso le grandi città molte donne per svolgere lavori di domestica, guardarobiera, cameriera, cuoca.
Sono partite le operaie verso i nuovi insediamenti industriali e le mondine che, ciclicamente ogni anno, si spostavano verso le zone della coltivazione del riso.
Sono partite da Bagnara Calabra “le bagnarote”, che hanno attraversato lo stretto di Sicilia per contrabbandare il sale, viaggiando a piedi giorno dopo giorno, dall’alba al tramonto, per guadagnare il pane; sono partite le ambulanti della Carnia quando, all’inizio dell’autunno, scendevano lungo le rive del Livenza e del Piave col loro carico di càndole, candolini, sculièri, menèstri di legno, restando fuori casa fino a quando tutta la mercanzia non era venduta.
Sono partite per stato di necessità, fuggendo una esistenza fatta di fame, stenti e senza prospettive, le ragazze divenute modelle negli atelier dei pittori, alle prese con un’attività che, se non espressamente proibita, era universalmente giudicata immorale.
Sono partite le tante maestre rurali che, affrontando immensi sacrifici, la separazione dalla famiglia e obbligate a continui spostamenti di sede, hanno contribuito al miglioramento sociale e culturale della popolazione italiana, diffondendo l’alfabetizzazione anche in località sperdute e in comunità economicamente deboli.
Sono partite dal Meridione italiano alla volta dell’America le 38 giovani operaie che, invece di un futuro migliore, il 25 marzo 1911 hanno trovato la morte nella Triangle Shirtwaist Company, al nono e decimo piano del Asch Building di New York.
Il fenomeno migratorio italiano fra XIX e XX secolo è stato a lungo raccontato soprattutto come un fatto maschile e l’epopea dei migranti ha trascurato il ruolo svolto dalle donne; le storie femminili risultano meno approfondite, le loro immagini sono rimaste sullo sfondo, la loro realtà meno conosciuta è rimasta esclusa a lungo dal dibattito sull’emigrazione.
Ancora oggi, di fronte ai flussi migratori dall’Africa e dall’Asia, abbiamo la percezione che il fenomeno riguardi soprattutto gli uomini, adulti e minori; ancora oggi, come in passato, esiste una marginalizzazione delle donne, rese meno visibili dei loro figli, dei loro compagni, dei loro padri.
Questi viaggi obbligati e coatti hanno riguardato molte donne.
Esistono già nella narrazione del mito: diventa schiava di Agamennone Cassandra, principessa troiana, violata e condotta forzatamente a Micene; con lei Andromaca, schiava di Neottolemo, Ecuba, schiava di Odisseo, e tutte le donne troiane sopravvissute al saccheggio della città. Sono rapite dai Romani le donne Sabine e su queste deportazioni si basa l’atto fondativo della civiltà romana.
Una parte del Continente americano ha mutato il proprio scenario demografico e culturale a causa del traffico di essere umani provenienti dall’Africa tra XVIII e XIX secolo. Le donne sono state deportate insieme agli uomini, sfruttate nel lavoro e pressoché sistematicamente usate sessualmente.
Schiavitù e deportazioni proseguono nei secoli, in condizioni storiche simmetriche fra mondo islamico e mondo cristiano, fra Oriente e Occidente del mondo.
Le donne sono vittime quanto gli uomini ma con una tragica particolarità: sui loro corpi, spesso stuprati, si gioca la partita della distruzione dell’identità e della cultura di un popolo; le donne, per la loro importanza nella struttura familiare legata alla capacità di procreare, diventano il bersaglio privilegiato di un rituale collettivo volto a ristabilire insieme gerarchie di genere e supremazie etniche.
Schiavitù sessuale e deportazione non esistono solo a causa delle guerre.
La tratta delle schiave bianche è stata un fenomeno, dal XVIII secolo, associato alla prostituzione di giovani costrette, tramite l’inganno o il rapimento, a prostituirsi nei bordelli del vecchio continente; esiste la tratta delle donne di colore o delle asiatiche e ne sono piene le pagine di cronaca anche oggi. Il fenomeno riguarda le donne asiatiche e africane ridotte a schiavitù domestica o costrette a lavorare senza retribuzione e sequestrate in casa. Le prime prostitute giunte in Italia negli anni ’80 erano latino-americane, ma già negli anni ’90 sono arrivate albanesi, nigeriane, moldave, ucraine, lettoni, rumene, queste ultime prevalentemente minorenni.
La tratta si delinea come un crimine contro l’essere umano ma può avvenire in modo apparentemente legale sotto la spinta dei processi di globalizzazione: ingaggiate con l’inganno sulla reale natura del lavoro di cuoca o cameriera, se non di attrice o modella, le ragazze restano intrappolate nella rete della criminalità organizzata. Nonostante i numerosi provvedimenti legislativi nazionali e internazionali, un rapporto Eurostat del 2013 ha evidenziato come la condizione delle donne coinvolte nella prostituzione legalizzata non sia affatto migliorata.

 

Articolo di Barbara Belotti

Belotti.400x400.jpgDopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

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