L’empatia al potere e la finanziaria del benessere

Chi si interessa, anche solo a livello amatoriale, di economia politica sa come, da molto tempo, persino sui Manuali degli Istituti tecnici, il PIL, prodotto interno Lordo o Gross Domestic Product, non sia più considerato come indicatore attendibile della ricchezza di un Paese. Finanche l’OCSE ha elaborato, nel 2011, un suo Report del Benessere di un Paese, mentre, dal 2012, ogni anno l’Onu pubblica il suo Report sulla felicità mondiale.

Le radici di questa svolta nel pensiero economico sono da ricercare in un bellissimo discorso di Bob Kennedy, pronunciato in Università nel 1968, in cui il senatore statunitense che sarebbe stato assassinato tre mesi dopo a Los Angeles, sferrò una critica durissima al Pil, sostenendo, tra l’altro, che” il PIL misura tutto, fuorché ciò che rende la vita degna di essere vissuta.” Prima di lui proprio l’inventore del Pil, Simon Kuznets, aveva ammesso, nel 1934, per i pochi cultori della “triste scienza”, che il Pil non può calcolare la felicità e il benessere di un Paese.

Eredi recenti di questo pensiero sono stati alcuni intellettuali in seminari e conferenze, ma soprattutto due Premi Nobel, Amartya Sen e Joseph Stiglitz, il primo inventore dell’Indice di Sviluppo Umano e il secondo Vicepresidente e Capo Economista della Banca Mondiale, insieme a Jean Paul Fitoussi. I tre studiosi, incaricati dal Presidente francese Sarkozy, hanno elaborato nel 2009 un indice alternativo al Pil per misurare la ricchezza di un Paese in termini di benessere. Molti altri indici sono stati proposti da studiosi, come il Bes, benessere economico sostenibile, che ha tra i suoi ispiratori l’inventore della Tobin Tax e che recentemente, nel 2013, è stato fatto proprio dall’ISTAT nel nostro Paese. Fino a questo punto però, ci si trovava nel campo delle speculazioni e degli studi scientifici, territorio sconosciuto ai più e soprattutto non “pericoloso” per il pensiero unico dominante, il neoliberismo. L’esperimento del Regno del Bhutan fa storia a sé e se ne parlerà in un prossimo articolo.

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Jacinda Ardern

C’è voluta una donna, la Prima Ministra neozelandese Jacinda Ardern (qui in foto), per passare dalle parole ai fatti e proporre, per la prima volta nella storia, la cosiddetta “finanziaria del benessere”. La salute e la felicità dei cittadini sono diventate per la ministra laburista le vere priorità.

Questa donna determinata e volitiva aveva già dimostrato doti politiche notevoli con la messa al bando delle armi semiautomatiche dopo l’attentato terroristico di Oautahui Christ Church e il divieto delle borse di plastica.

Ma adesso ha fatto di più.

Jacinta Ardern ha detto che la sua politica si ispira all’empatia, cioè al vero ascolto dei bisogni dei cittadini, al mettersi nei loro panni, senza alcun giudizio valutativo, una virtù, quella dell’empatia, sempre più richiesta nel mondo del lavoro e delle relazioni, ma quasi del tutto sconosciuta alla politica.

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L’abbraccio, opera di un writer

Quanto sia rivoluzionario questo approccio è di immediata evidenza, in un’epoca in cui una politica prevalentemente esercitata al maschile ha allontanato le popolazioni dalle cosiddette élite, che ormai non sono più in sintonia con il sentire del corpo elettorale. Per avere una democrazia consolidata, secondo i più recenti studi della scienza politica, non basta avere affermato il suffragio universale. Democrazia consolidata è quella in cui la società civile riesce a far pervenire le proprie istanze alle istituzioni e in cui le istituzioni sono davvero in grado di interpretarle e darvi risposta.

Il bilancio del benessere ha cinque priorità: sostenere la salute mentale, ridurre la povertà infantile, supportare le popolazioni indigene Maori, governare la transizione verso un’economia a basse emissioni di gas serra e infine far prosperare un’economia digitale. I valori che la politica economica e fiscale di Arden vuole sostenere sono il senso della comunità, l’equità tra le generazioni, la riduzione delle disparità economiche e sociali.

Per misurare questi obiettivi, la Nuova Zelanda utilizzerà ben sessantuno indicatori, dalla solitudine, alla fiducia nelle istituzioni e nella polizia, al capitale ambientale, al capitale sociale, al capitale umano, fino a indici più tradizionali come la qualità dell’acqua.

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Il bilancio del benessere

E che non si tratti solo di una dichiarazione di intenti lo dimostra l’investimento di 200 milioni di dollari per il sostegno alle vittime sopravvissute a episodi di violenza sessuale e domestica. Questa notizia stupirà chi legge, ma la Nuova Zelanda è, tra gli Stati appartenenti all’OCSE, quello che ha il più alto tasso di violenza domestica. Non sono notizie che finiscono sulle prime pagine dei giornali, come peraltro quella del Giappone, che ha il più alto tasso di molestie sessuali alle donne.

Un’attenzione particolare viene posta da questo bilancio alla salute mentale. In Nuova Zelanda, come in molti Paesi capitalisti, sono in aumento i tassi di suicidi ed è altissima la spesa per psicofarmaci, quasi che questo modello di sviluppo, fondato sul cosiddetto “homo consumens”, non sia più in grado di fornire agli esseri umani la capacità di sopportare il dolore e l’ansia che fanno da sempre parte dell’esistenza. In questo campo il Governo può svolgere un ruolo fondamentale.

Non sono mancate le critiche dell’opposizione conservatrice a questa politica, giudicata da alcuni un’operazione di marketing, da altri velleitaria, da altri ancora utopistica, liquidata con un sorriso ironico, nella migliore delle ipotesi o con forti preoccupazioni per l’incapacità di affrontare una crisi economica mondiale che per alcuni è alle porte.

Il pregio di questa finanziaria sta nell’avere previsto investimenti in settori che non danno risultati immediati, come la creazione di case per senzatetto o di spese per la riduzione del numero dei Maori nelle prigioni o della povertà infantile; sta, quindi, nella sua capacità di visione e nella sua lungimiranza, lontane anni luce dalle politiche nostrane dalla “veduta corta”, come avrebbe detto Tommaso Padoa Schioppa.

Prendere esempio dalle politiche di Arden, certamente più facili in uno Stato piccolo e con una crescita economica accettabile in un Paese a capitalismo maturo e ben piazzato(all’ottavo posto) nel Report della felicità, potrebbe forse essere un buon antidoto al populismo montante nei Paesi dell’Unione Europea, e una via da seguire per i partiti tradizionali, che da tempo sembrano avere perso il contatto con le persone che dovrebbero rappresentare.

Non dimentichiamoci che la Nuova Zelanda è lo Stato che per primo ha riconosciuto il diritto di voto alle donne, nel lontano 1893, non senza una fortissima opposizione in Parlamento. Deriverà forse anche dalla più antica partecipazione alla vita politica del Paese delle donne una diversa attenzione e più profonda consapevolezza delle esigenze vere della popolazione?

In copertina: rifugio per homeless

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

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