La versione di Jacinda

Tra i tanti articoli di approfondimento che la rivista Limes offre ogni mese ai suoi lettori e alle sue lettrici, quello che più mi ha colpito del numero di agosto è stato il discorso del 7 luglio scorso della premier neozelandese Jacinda Ardern al Lowy Institute di Sydney, riportato nella traduzione di Fabrizio Maronta con il titolo Solidali, ma sovrani. La Nuova Zelanda snobba il fronte anticinese. L’ho trovato talmente interessante e con uno sguardo e un linguaggio talmente diversi da quelli degli altri saggi della rivista di geopolitica da volergli dedicare una riflessione ad hoc. Non so se l’impostazione di questo discorso possa definirsi «femminista», ma è sicuramente sganciata da quella che impera su Limes e praticamente su ogni rivista di geopolitica di cui sono a conoscenza. E a me che leggo articoli e riviste di relazioni internazionali e ascolto quotidianamente i nostri media provando spesso un senso di frustrazione e di estraneità, le parole della Premier più empatica del Pianeta sono suonate in sintonia. Ardern in questo discorso affronta il tema di quella che Limes definisce La Guerra Grande, intendendo la parola guerra nel senso più ampio e aggiornato del termine, non solo quella che le tv, le radio e i social ci descrivono quotidianamente, ma la cyberguerra, la guerra di propaganda, quella psicologica, quella economica, che coinvolge un grande potenza nucleare, la Russia, da una parte, e, con l’aiuto dei 27 Paesi dell’Unione Europea e della Nato all’Ucraina, gli Usa.
Il rischio che si passi da un conflitto convenzionale a una guerra nucleare è possibile, anche perché la Cina è alleata della Russia e ultimamente gli Usa, come spesso hanno fatto nella loro storia in politica estera, non sembrano essersi mossi in modo prudente, sfidando la Cina, con l’invio della Speaker Nancy Pelosi a Taiwan, “l’altra Cina” che Xi Jingping vorrebbe riprendersi.

Ma esaminiamo i passaggi più importanti del discorso della Premier laburista. Secondo Ardern la politica estera neozelandese si fonda su tre pilastri: i valori democratici; la cooperazione con paesi non necessariamente affini se serve a disinnescare conflitti e ad affrontare problematiche comuni; la geografia. «Perché nessun paese può sfuggire alle costrizioni e alle peculiarità del suo intorno geografico, tra cui ovviamente i propri vicini». Sotto questo aspetto la Nuova Zelanda non può non tenere conto della presenza della Cina, a cui la legano importanti rapporti commerciali, nell’Indo-Pacifico e anche per questo si chiama fuori dal muro contro muro contro Pechino. Pur essendo parte dei Five Eyes, la piccola Terra che ha come Capo di Stato la Regina Elisabetta, non è entrata nel Quad, l’accordo quadrilaterale di sicurezza composto da Usa, Giappone, Australia e India, pensato per contenere Pechino. Con grande intelligenza la premier che invita il suo popolo alla gentilezza si chiede: «In un mondo sempre più polarizzato e conflittuale, dove le relazioni diplomatiche si fanno più dure, come perseguire una politica estera davvero indipendente?».

La forza di questa domanda della «premier della finanziaria dell’empatia» (https://vitaminevaganti.com/2019/06/22/lempatia-al-potere-e-la-finanziaria-del-benessere/) non può non colpire i cittadini e le cittadine italiane ed europee, che sperano di poter avere in futuro a Capo del Governo una persona che, avendo giurato sulla nostra Costituzione, dovrebbe ricordarsi che le limitazioni di sovranità dell’Italia sono contemplate all’articolo 11 solo per realizzare «un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni». E che l’Italia a tal fine «promuove le organizzazioni internazionali dirette a tale scopo», tra cui, a parere di chi scrive, per averlo studiato e letto su Manuali universitari, non rientra la Nato, la cui ragion d’essere dovrebbe essere venuta meno con il crollo dell’Unione Sovietica e che invece si è allargata a dismisura, fino ai confini della Federazione Russa, oltre a essere stata coinvolta in passato in conflitti bellici regionali.

La premier che ha saputo governare con sapienza la pandemia ci ricorda che «l’Europa fronteggia l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e il completo sovvertimento nella propria regione dell’ordine internazionale fondato sul diritto». Si, perché l’Unione Europea nella Carta dei diritti fondamentali dichiara di condividere un futuro di pace. E a proposito della guerra ecco le parole di Ardern: «Questa guerra sta cambiando la nostra nozione di conflitto, rivelando il volto dell’odierna guerra multidimensionale dove gli attacchi informatici e una pervasiva disinformazione si accompagnano alle forme più tradizionali di combattimento». Su questo punto da tempo Ardern sta portando alla riflessione dei suoi cittadini e delle sue cittadine il pericolo della disinformazione e dei social media per le giovani generazioni. E ricorda loro che la democrazia può essere molto fragile e che, come tutte le cose fragili, va trattata con cura. La democrazia è il modo attraverso il quale possiamo dare la stessa voce a chi è debole e a chi è forte, ma la sua forza non si misura dalla sua durata, come può farsi per un matrimonio. Al contrario, può facilmente perdersi, quando vengono a mancare la fiducia nelle istituzioni e nei governanti, il dibattito e il dialogo tra governanti e governati/e.

Poi Ardern ricorda che dopo la seconda guerra mondiale, in cui il suo Paese aveva avuto ingenti perdite, la Nuova Zelanda si era seduta al tavolo delle Nazioni Unite per riuscire a portarci «un senso di collettività e cooperazione globale», altra parola chiave importantissima, che è sparita dalla narrazione occidentale della guerra. Di fronte ai conflitti e alle sfide globali di oggi, la Nuova Zelanda continua a sostenere «un ordine basato sulle regole e perseguito mediante istituzioni multilaterali». E quando cerca soluzioni ai problemi, si tratti di guerra o di altre dispute, si rivolge «a quelle istituzioni perché agiscano da mediatori o, se necessario, da arbitri». Riuscite a sentire la differenza abissale di questo discorso da quelli guerrafondai che ci siamo abituati/e ad ascoltare dalle nostre e soprattutto dai nostri politici?
La critica di Ardern all’Onu, di cui riconosce la debolezza, dovuta soprattutto al meccanismo del diritto di veto dei membri del Consiglio di sicurezza, non è fine a sé stessa, anzi è un invito a rafforzare questa organizzazione internazionale nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale e ad aiutarla a riprendere fino in fondo il proprio ruolo. E come esempi la prima ministra della «Terra di mare» cita le preoccupazioni neozelandesi per le azioni della Cina nel Mar Cinese Meridionale, a Hong Kong e nel Xinjiang; la condanna del colpo di Stato in Myanmar; la minaccia alla pace e alla stabilità regionali posta dai ripetuti test missilistici nordcoreani in palese violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Tutti casi nei quali la Nuova Zelanda non era sola, ma insieme ad altri Stati. «Se una nazione ha a cuore l’ordine basato sulle regole, i diritti umani, il buon vicinato come stabilito dall’Onu, i diritti sovrani a prescindere dalla dimensione, dalla ricchezza e dalla potenza di un paese, il senso di responsabilità condivisa, allora perseguirà i propri interessi in conformità a questi princìpi, spesso con altri Stati che condividono i medesimi valori e interessi».

Non fermarsi alla considerazione dei rapporti di forza, ma agire insieme ad altri Stati per il perseguimento di risultati in linea con i principi che sono alla base della propria nazione è ciò che caratterizza la concezione di politica di Jacinda Ardern. Un passaggio molto importante, una idea di politica proattiva, in cui la sovranità di uno Stato non si declina in contrapposizione allo straniero, come accade spesso ai nostri partiti sovranisti, ma come parità di posizione e di potere tra tutti gli Stati, dal più piccolo al più grande, con pari voce nel consesso internazionale. E proprio perché sovrana, Ardern in merito all’operazione militare speciale di Putin si pronuncia così, con grande onestà intellettuale: «La guerra in Ucraina è senza dubbio illegale e ingiustificabile. La Russia dev’essere chiamata a risponderne e tutti noi abbiamo un ruolo nell’assicurare che ciò avvenga.
Per questo la Nuova Zelanda sosterrà l’azione di Kiev contro la Russia presso la Corte penale internazionale affinché i crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Ucraina siano pienamente accertati e perseguiti. Ma nel compiere ogni sforzo possibile per rispondere all’aggressione russa e inchiodare Mosca alle sue responsabilità dobbiamo tenere a mente che questa è essenzialmente una guerra della Russia. E sebbene alcuni sostengano direttamente l’aggressione russa, come la Bielorussia che dovrà risponderne, non dobbiamo cadere nell’errore di dipingere il conflitto come una guerra tra Russia e Occidente, tra democrazia e autocrazia.

Non lo è. Né dobbiamo scorgervi la premessa di un inevitabile sviluppo in altre aree di confronto geostrategico. Di fronte all’aumento delle tensioni anche nella nostra regione indo-pacifica, lo strumento principale dev’essere la diplomazia, la de-escalation l’obiettivo primario». L’intelligenza politica e l’appello alle regole e alle istituzioni del diritto traspaiono in modo evidente da questo discorso e sarebbero state benissimo in bocca ai rappresentanti delle istituzioni di un Paese che in uno dei suoi principi fondamentali «ripudia la guerra […] come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Ma ci vuole coraggio e qualcuno obietterà che la Nuova Zelanda non è l’Italia e che le ragioni della geopolitica prescindono dal diritto. Allora mi chiedo a che cosa serva la disciplina a cui ho dedicato moltissimi anni della mia vita e della mia professione, a che cosa serva avere formato generazioni sui principi della Costituzione, dell’Unione Europea e sui diritti umani. Era forse solo una favola da raccontare ai bambini e alle bambine, ma quando si diventa adulti/e si deve prendere atto della realtà dei rapporti di forza tra le Nazioni e del fatto che il nostro è, come spesso ripete Lucio Caracciolo, «un Paese a sovranità limitata»?
Forse questa narrazione sta bene a una parte dell’umanità, quella che si riconosce nella cultura della guerra, ma dimentica le ragioni, il coraggio e la forza di una parte molto numerosa, quella delle donne e degli uomini che non si sono mai riconosciute/i nella cultura patriarcale, che si sono sentite/i da sempre estranee/i alla guerra (come ci ricorda Virginia Woolf ne Le tre Ghinee) e che hanno creduto in altri valori, quelli scritti nelle Costituzioni più avanzate e nelle Dichiarazioni e Convenzioni dei diritti umani. Il discorso della Prima Ministra di Aotearoa si chiude con il forte richiamo a questioni dirimenti come il cambiamento climatico (citato quasi sempre di sfuggita dai nostri politici politicanti, soprattutto dopo la crisi energetica seguita alle sanzioni e alla guerra) e la denuclearizzazione. «Stiamo ora aprendo la strada alla prossima generazione di accordi con iniziative come l’Accordo sul cambiamento climatico (https://vitaminevaganti.com/2020/01/25/a-scuola-per-governare-lansia-imparare-ad-ascoltarsi-e-diventare-attivisti-ambientali-il-curriculum-neozelandese-), il commercio e la sostenibilità che mira a far circolare più liberamente beni e servizi a valenza climatica, o il Partenariato per l’economia digitale. (…) Il commercio costruisce ponti, è veicolo di una cooperazione (…) che trascende lo scambio di beni e servizi.

Crea connessioni, obblighi reciproci, interessi condivisi, benefici comuni e in tal modo riduce i conflitti favorendo pace, stabilità e prosperità. Niente di strano, dunque, se il commercio resta centrale nella politica estera della Nuova Zelanda. La nostra relazione commerciale con la Cina, ad esempio, continua a crescere sostenuta dagli accordi di libero scambio siglati in passato. Anche se Pechino diventa più decisa nel perseguimento delle sue priorità, restano interessi comuni sui quali possiamo e dobbiamo cooperare. L’ordine postbellico basato sulle regole ha favorito l’ascesa cinese e in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu la Cina può svolgere un ruolo chiave nel sostenerlo.

Nel 1986 abbiamo istituito insieme la Zona denuclearizzata del Pacifico e la Nuova Zelanda è una nazione fieramente denuclearizzata. Non possiamo infatti permettere che tra le conseguenze del conflitto in Ucraina vi sia un’ulteriore proliferazione nucleare: dopotutto, la distruzione reciproca assicurata è pur sempre distruzione. La Nuova Zelanda ha pertanto accolto con favore l’Australia come osservatore al primo incontro degli Stati membri del Trattato per la proibizione delle armi nucleari. Siamo fermi sostenitori di questo trattato, al quale possono aderire solo paesi privi di armi atomiche. Cinquant’anni dopo Kirk (primo ministro laburista neozelandese dal 1972 al 1974 n.d.r.), il disarmo nucleare resta per noi una priorità. Quando c’è l’impegno a collaborare, a far sì che il nostro benessere non sia a spese di altri e a rispettare la geografia altrui, allora si pongono le basi dell’amicizia e del progresso. (…)».

Nei suoi discorsi, (a cui seguono provvedimenti concreti a essi conseguenti, come, tra i tanti, in merito alla parità di genere, il congedo retribuito alle donne dopo un aborto spontaneo), Ardern dimostra di possedere quel «potere di unire», tipicamente femminile, di cui parla la grande filosofa politica, recentemente scomparsa, Elena Pulcini nel suo libro, che porta lo stesso titolo, potere di unire di cui siamo alla ricerca per proporre modelli di figure politiche convincenti, diverse da quelle imposte dal patriarcato imperante, a volte incarnato anche da donne. Non smetteremo mai di cercarle e di portarle a conoscenza di un’opinione pubblica distratta, disinformata o male informata e perciò spesso rassegnata all’esistente.
«Un caso di studio quello di Jacinda Ardern – come ci ricorda Lucio Lussi della Luiss – che ha rappresentato l’ennesima prova di una leadership femminile solida che non ha bisogno di “maschilizzare” i propri tratti paradigmatici per sopravvivere e reggere le sollecitazioni di una cultura lavorativa nettamente improntata al maschile». E ancora: «Molto spesso, infatti, la leadership femminile rischia di autodefinirsi come stereotipo, quando invece sarebbe più opportuno delineare un modello alternativo a quello maschile, un modello capace di valorizzare le differenze di genere e dare rilevanza ad alcune caratteristiche tipicamente femminili, come la capacità di ascolto, di collaborazione, di motivazione e, non ultima, l’empatia». Dopo questo discorso di Jacinda Ardern aggiungerei a queste sue doti fondamentali la grande autorevolezza e credibilità che si fondano sul ricorso alle fonti giuridiche internazionali e costituzionali a sostegno delle proprie scelte.

Per approfondire:
https://www.limesonline.com/cartaceo/solidali-ma-sovrani-la-nuova-zelanda-snobba-il-fronte-anticinese
https://www.lasvolta.it/2053/in-te-reo-maori-il-discorso-sulla-gentilezza-di-jacinda-ardern

In copertina: la prima ministra neozelandese Jacinda Ardern a Wellington, il 16 marzo 2020. (Hagen Hopkins, Getty Images).

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Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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