Una giornalista d’assalto di fine Ottocento. Nellie Bly

Elizabeth Cochran ovvero Nellie Bly (Cochran’s Mills, Pennsylvania, 5 maggio 1864 – New York, 27 gennaio 1922)

Visse solo 57 anni la “pioniera del giornalismo d’inchiesta”, ma furono anni intensi e combattuti, già a partire dall’infanzia.

Tredicesima dei quindici figli del giudice Michael Cochran, aveva solo sei anni quando il padre morì e la famiglia cadde in miseria. La madre si risposò con un uomo che si rivelò violento e alcolizzato; riuscirà a divorziare dopo qualche anno anche grazie alla testimonianza di Elizabeth che dichiarerà coraggiosamente al giudice: “Il mio patrigno ha sempre bevuto. Ha un pessimo carattere da ubriaco, ma anche da sobrio”.

Elizabeth amava molto scrivere e amava ancor di più l’indipendenza; per questo a quindici anni si iscrisse all’Indiana Normal School con l’intenzione di diventare maestra, un lavoro “rispettabile” e uno dei pochissimi consentiti alle ragazze dell’epoca. A causa della mancanza di denaro fu però costretta ad abbandonare gli studi molto presto per aiutare la madre a gestire una piccola pensione e, contemporaneamente, per cercare un lavoro e contribuire al mantenimento della famiglia.

Ma ecco la svolta…

Sul giornale locale “Pittsburgh Dispatch” era apparso un articolo intitolato “A cosa servono le ragazze (What Girls Are Good For) di Erasmus Wilson, uno dei più famosi editorialisti di Pittsburgh. L’articolo sottolineava un concetto allora assai diffuso cioè che le donne appartenevano alla sfera domestica e il loro compito era cucire, cucinare e crescere i bambini: quelle che lavoravano al di fuori delle mura di casa erano da considerarsi una “mostruosità”.

Al giornale piovvero molte lettere di protesta. Una, firmata Little Orphan Girl, colpì il direttore Madden per la sua forza e intelligenza. Certo che fosse stata scritta da un uomo, Madden pubblicò un annuncio sul giornale nel quale invitava l’autore a presentarsi per una proposta di lavoro.

E con grande stupore del direttore a presentarsi fu proprio la ventunenne Elizabeth.

Elizabeth riuscì a convincere George Madden ad assumerla ma fu costretta a nascondersi dietro lo pseudonimo di Nellie Bly perché era impensabile, addirittura scandaloso, nella società tardo ottocentesca che una donna potesse ricoprire un incarico così impegnativo e lontano dagli standard dell’epoca.

Lei invece inaugurò un giornalismo nuovo, oggi si direbbe d’assalto, perché realizzò inchieste decisamente rivoluzionarie, raccontando di operaie sfruttate, lavoro minorile, salari bassi, emancipazione femminile e diritto al divorzio.

Chiaramente si fece dei nemici e dei nemici potenti; uomini d’affari e industriali minacciarono di non finanziare più il giornale e Nellie venne “retrocessa” alle pagine di moda e giardinaggio, finché non convinse Madden a inviarla come corrispondente in Messico. Fra il 1886 e il 1887 raccontò le storie di povertà e di corruzione del paese ma dopo soli sei mesi il governo messicano la espulse parchè pubblicò la storia di un giornalista imprigionato dal presidente Porfirio Diaz. Da questa esperienza nacque il libro – testimonianza “Six Months in Mexico”.

Dopo l’esperienza messicana, nel 1887 lasciò il “Pittsburgh Dispatch” e si trasferì a New York dove si conquisterà la fama di pioniera del giornalismo investigativo lavorando per il “New York World”, uno dei più importanti quotidiani della città, diretto da Joseph Pulitzer.

La sua prima e importante inchiesta, oggi si direbbe “sotto copertura”, la portò nell’istituto psichiatrico femminile di Blackwell’s Island. Nellie, fingendosi mentalmente disturbata e ingannando alla perfezione medici e giudice che ne decise l’internamento, riuscì a farsi ricoverare nel manicomio sul quale giravano da tempo voci di maltrattamenti e incuria nei confronti delle pazienti. Nei dieci giorni trascorsi da reclusa sperimentò sulla propria pelle i soprusi e i maltrattamenti a cui tutte le internate erano continuamente sottoposte. All’ingresso le pazienti venivano private dei loro abiti, buttate in una tinozza di acqua gelata e vestite con una “sottoveste di flanella” che non le riparava certo dalla temperatura rigida del locale; in seguito l’abbigliamento era sostituito da una sottoveste di cotone grezzo e un vestito di un tessuto leggero ed economico provenente dall’India (Calicut), sempre inadatti a riparare dal freddo; il cibo era immangiabile, rancido e buono per la spazzatura; i letti erano infestati da insetti di ogni tipo e l’igiene personale era ignorata. Le pazienti venivano letteralmente strigliate con un bagno a settimana in una vasca di acqua gelida che, oltretutto, non veniva mai cambiata tra una e l’altra. Erano frequenti le morti di polmonite, di stenti, o per i continui maltrattamenti fisici e psicologici subìti, complici medici e infermieri convinti che non valesse la pena spendere la loro professionalità per quei rifiuti di umanità.

L’inchiesta comprensibilmente causò grosso scalpore e grazie a essa gli abusi del manicomio sull’isola furono condannati dalla magistratura mentre il governo stanziò un milione di dollari in più per la riforma degli istituti di cura mentale nello stato di New York.

Elizabeth continuò il suo lavoro con inchieste sulle condizioni di vita e lavorative di donne occupate nelle fabbriche o come domestiche e serve, sottopagate o non pagate affatto, sulla “compravendita” dei bambini indesiderati, sulle false agenzie di collocamento. Ma il suo “modus operandi” era decisamente innovativo: diventò ladra per descrivere lo stato delle prigioni, facendosi imprigionare così come si era finta malata di mente per entrare in manicomio; si presentò come ragazza madre indigente per introdursi nel losco giro del traffico dei bambini; si fece assumere come operaia in una fabbrica di cartone al fine di denunciare le condizioni delle lavoratrici e addirittura si finse prostituta per raccontare il mondo delle case chiuse.

In quel periodo un altro quotidiano, il “New York Journal”, la incoronò “migliore reporter d’America”.

Amante delle sfide e all’apice della fama, nel 1889 sulla suggestione del “Giro del mondo in ottanta giorni” di Jules Verne, Pulitzer decise di finanziarle il giro del mondo. Il 14 novembre 1899 Nellie Bly lasciò New York e viaggiò via nave, treno e a dorso d’asino. Il “New York World” pubblicò ogni giorno i suoi articoli e più di un milione di persone partecipò alla lotteria istituita da Pulitzer per indovinare l’attimo in cui Nellie avrebbe rimesso piede a New York.

Il 25 gennaio 1890 alle 15.51 migliaia di persone festeggiarono la fine del viaggio e il suo record: in 72 giorni, 6 ore, 11 minuti e 14 secondi Nellie Bly aveva completato il giro del mondo.

Si sposò con un magnate dell’acciaio molto più vecchio di lei che presto la lasciò vedova e con un’azienda da mandare aventi. Probabilmente non era tagliata per la conduzione di industrie ma nelle sue fabbriche c’erano ambulatori medici, biblioteche e corsi per insegnare agli operai a leggere e a scrivere. Dopo pochi anni però dichiarò bancarotta e per sfuggire ai creditori si rifugiò in Svizzera.

Nel 1914 allo scoppio della prima guerra mondiale Nellie Bly ritornò al giornalismo come inviata di guerra per il “New York Evening Journal”, vivendo in trincea con i soldati, scivolando nel fango coperta con pesanti mantelli militari, raccontando gli orrori dei corpi spezzati, il terrore quotidiano sotto i bombardamenti incalzanti. Una passione per il vero e per la denuncia delle ingiustizie, degli abusi sui più deboli che non l’abbandonerà mai, fino alla morte avvenuta nel 1922 per una polmonite. Riposa in una modesta tomba al Woodlawn Cemetery nel Bronx.

RICONOSCIMENTI

A Nellie Bly sono stati intitolati il Nellie Bly Creek, in Oklahoma; la Nellie Bly Mine in Colorado e la Nellie Bly Mine in New Mexico; la Nellie Bly Lane-Stormville a New York.
Inoltre, a Brooklyn, New York City le era stato intitolato il parco tematico Nellie Bly Amusement Park sul giro del mondo. Il parco è stato recentemente riaperto sotto una nuova gestione, ribattezzata “Adventurers Amusement Park”.
All’inizio del ventesimo secolo fino al 1961, la Pennsylvania Railroad gestiva un vagone espresso solo tra New York e Atlantic City che portava il nome Nellie Bly.
Il New York Press Club conferisce annualmente un premio giornalistico “Nellie Bly” per giovani reporter coraggiose.
Infine, nel 2015 è stato tratto il film 10 Days in a Madhouse riferito alla sua inchiesta sui manicomi.

PER SAPERNE DI PIÙ

Nellie Bly, Dieci giorni in manicomio, Edizioni Clandestine, 2018, Quattordicesima ristampa 2019. Titolo originale Ten days in a madhouse;
Nellie Bly, Six Months in Mexico, New York, American Publishers Corporation, 1888 (si trova on line);
David Blixt, A cosa servono le ragazze. L’incredibile storia vera di Nellie Bly, La Corte Editore, Torino, 2018;
Luisa Cetti (a cura di), Nellie Bly, Il giro del mondo in 72 giorni, Editore Mursia, 2014;
Marta Desantis, L’evoluzione del giornalismo d’inchiesta femminile nell’America di fine Ottocento attraverso la vita e le opere di Nellie Bly, tesi di laurea, Dipartimento di Scienze Politiche, Cattedra di Giornalismo Politico-Economico, LUISS Guido Carli, Roma, a.a. 2016-2017;
Martha Groppo, Uncovering Nellie Bly in Kaleidoscope, August 2012 Volume 10,  https://uknowledge.uky.edu/kaleidoscope;
Pénélope Bagieu, Indomite, Vol. 2: Storie di donne che fanno ciò che vogliono, BAO Publishing, Milano, 2019.

Articolo di Marina Antonelli
zjHdr1YM.jpegLaureata in Lettere, appassionata di ricerca storica, satira politica e tematiche di genere ma anche letteratura e questioni linguistiche e sociali, da anni si dedica al volontariato a favore di persone in difficoltà ed è profondamente convinta dell’utilità dell’associarsi per sostenere i propri ideali e cercare, per quanto possibile, di trasformarli in realtà. È autrice del volume Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849.

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