La parola ci rende uguali?

L’8 settembre verrà celebrata la Giornata mondiale dell’alfabetizzazione istituita dall’Unesco il 17 novembre del 1965 per ricordare che la comprensione di sé stessi e del mondo è possibile solo attraverso le abilità della lettura di un testo di qualunque tipologia. Infatti, etimologicamente, alfabetizzare significa liberare dall’analfabetismo, insegnando a leggere e a scrivere.

Il manifesto della Giornata internazionale dell’alfabetizzazione del 2015 così recita: «il processo di alfabetizzazione è considerato centrale per la risoluzione delle grandi problematiche mondiali come la povertà, la mortalità infantile, le malattie sessualmente trasmissibili, la violazione dei diritti umani e il mancato raggiungimento della parità di genere.»

Ogni frase andrebbe analizzata per capire in che modo quelle parole ci inducono a riflettere su un nome, cioè risoluzione (rendere chiaro qualcosa difficile da comprendere e interpretare, sciogliere). Dunque, possedendo adeguate competenze di letto-scrittura, chiunque di noi dovrebbe essere in grado di entrare criticamente dentro le problematiche della povertà, della mortalità infantile, delle malattie sessuali, dei diritti umani e della parità di genere….., ma è veramente così? Se lo fosse, allora, il possesso delle parole sarebbe la realizzazione della più grande forma di democrazia planetaria!

Facciamo un piccolo esempio: quali strumenti linguistici e culturali servono per comprendere il significato di violazione dei diritti umani? Intanto, partiamo sempre dal significato del verbo VIOLARE: usare violenza a persone trasgredendo norme morali e di rispetto della loro integrità fisica e dignità umana. Poi bisognerebbe sapere che il 10 dicembre del 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che all’articolo 1 recita:« tutti gli essere umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti, essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.» Fatto il primo passo, la persona dovrebbe confrontare queste asserzioni con le proprie letture, la propria formazione culturale ed etica e, infine, esprimere la propria opinione partecipando, si spera educatamente, al dibattito che avviene in ogni Paese in un momento delicato come questo, in cui la questione dei migranti, per esempio, è utilizzata per spostare consensi elettorali.

Cosa accade oggi? Si parla sempre con maggiore preoccupazione di analfabetismo di ritorno (ci si riferisce a quella quota di alfabetizzati che, senza l’esercitazione delle competenze alfanumeriche, regredisce perdendo la capacità di utilizzare il linguaggio scritto per formulare e comprendere messaggi) e di analfabetismo funzionale (cioè l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana). Come dire, saper riconoscere delle parole non significa automaticamente afferrarne il senso, poiché l’analfabeta funzionale non comprende il senso di un testo; non costruisce analisi articolate; paragona il mondo solo alle sue esperienze dirette.

Come si è arrivati a tutto questo? Intanto, la progressiva perdita della quantità  e qualità del lessico: normalmente si comprendono, alcune per approssimazione, solo 300 parole!, troppo poche per entrare nella complessità del mondo. La parola non è neutra, la sua ricchezza polisemica costruisce strutture cognitive più o meno complesse. A ciò si aggiunge lo scarso interesse verso libri, saggi, mostre, luoghi di dibattiti, giornali, surclassati dai social dove l’opinione si forma rapidamente e senza la fatica di pensare e /o di approfondire. Aprire la pagina facebook, scorrere con un dito, aggiungere un like, leggere sommariamente il titolo di un articolo, evita la fatica di comparare fonti, impiegare tempo e silenzio; ed è più semplice.

In questo senso un compito cruciale è affidato alla scuola, il luogo per eccellenza deputato all’istruzione. Invece? Come dice Tullio De Mauro in una intervista: «lo sviluppo adeguato della conoscenza mette in crisi i gruppi di potere stessi. A parte Gentile, non c’è più stata una vera riforma della scuola.»

Entrare nel merito sulla politica scolastica dell’Italia degli ultimi venti anni meriterebbe un articolo dedicato; qui basti dire che una carsica destabilizzazione della scuola pubblica unita allo screditamento della classe insegnante ha portato alla quasi insignificanza da un punto di vista culturale e legale del titolo di studio. Qualcuno dovrebbe porsi qualche domanda.

L’alfabetizzazione, tradizionalmente intesa, dovrebbe andare di pari passo con quella emotiva, intesa come la capacità di gestire le proprie ed altrui emozioni per potere stabilire relazioni sociali positive. Questo eviterebbe le reazioni cosiddette di pancia, a favore della capacità, attraverso la corretta comprensione della parole, di stabilire appropriate relazioni empatiche, solidali e democratiche.

Propongo un piccolo esercizio. Pensate ad una parola che vi sta a cuore. Cercatela sul vocabolario etimologico e mettetela in relazione al vostro vissuto, alle vostre esperienze personali e poi proiettatela verso l’infinito. Vi stupirete di quanto le parole siano capienti.

Inizio io con campagna: dal francese campagne, dal latino campus. Distesa di terre coltivate. Metaforicamente, serie delle operazioni compiute in una guerra propriamente combattuta in campo aperto; spedizione militare. Immediatamente, penso alla regione Champagne- Ardenne famosa per i laghi, i parchi naturali e il vino; rivedo la corte medievale di Maria di Champagne che ospitava poeti ed artisti; sento l’odore della zagara e quello pungente delle erbe aromatiche, con la fantasia attraverso le campagne della mia Sicilia che, specie tra le fenditure dei monti Iblei, nascondono le meraviglie di una vegetazione spontanea fatta di pero selvatico, giovani carrubi, timo e menta, ma più ancora quei tramonti infuocati che ti sospendono tra cielo e terra come se si potesse afferrare un frammento di infinito. La campagna è soprattutto cammino come scrive Robert Walser: «senza passeggiate e la relativa contemplazione della natura, senza questa raccolta di notizie, che allieta e istruisce insieme, che è ristoro e incessante monito, io mi sento come perduto e realmente lo sono.»

Ricordare con una ricorrenza la Giornata dell’alfabetizzazione è come un monito dal sapore kantiano: l’essere umano deve attribuire solo a sé stesso se precipita in uno stato di minorità. È estremamente importante rendersi conto che la più autentica forma di libertà è quella della mente, che non si acquisisce scaricando una app ma con la consapevolezza critica di uno studio rigoroso e di buoni nutrimenti per l’anima. Essere persone libere, insomma, non equivale ad essere social.

In copertina. Myanmar. Bimbe a scuola. Foto di Maria Pia Ercolini

 

Articolo di Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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