In montagna con Antonia

Oggi sono a Pasturo, un paesino di montagna in provincia di Lecco, perché è qui che Antonia Pozzi ha voluto vedermi. Al telefono ha detto di rifugiarsi qui ogni volta che può e io sono curiosa di capire cos’ha di così speciale questo posto.

“Buonasera Antonia!”
“Buonasera, accomodati! Scusa l’abbigliamento: vengo direttamente da una faticosa ma bellissima passeggiata su una montagna qui vicino.”

“Cosa ti piace così tanto di Pasturo?”
“Tutto. Per me venire qui è come tornare al nido. Mi piace la gente, mi piacciono le rocce, i vicoli, i prati, le montagne e adoro anche il mio studio, dove posso mettere su carta tutte le sensazioni meravigliose che provo qui.”

“Vieni da tanto tempo?”
“Ho iniziato a trascorrere qui le vacanze a soli sei anni e, diventando grande, l’amore per la montagna è cresciuto sempre di più. Il paesaggio è talmente mozzafiato che mi ha spinto ad allenarmi nella fotografia, nel tentativo di catturare questa luce travolgente. Vuoi vedere qualche foto?”

Scorre davanti ai miei occhi le pagine di un album e ogni foto sembra imprigionare un momento di vita contadina, ancestrale. È davvero brava.

“Complimenti! Sono bellissime… Di base dove hai vissuto?”
“Sono nata e ho vissuto a Milano.”

“Quali ritieni che siano gli anni che più ti hanno condizionata per il resto della vita?”
“Decisamente gli anni del liceo. È lì che ho conosciuto la vera amicizia, con Lucia ed Elvira, la poesia, a cui ho cominciato a dedicarmi con costanza, e l’amore.”

“Come è stata la tua prima esperienza con l’amore?”
“Esaltante e allo stesso tempo dolorosa, anche perché era un amore impossibile, solo che io non me ne rendevo conto.”

“Perché impossibile?”
“Perché mi innamorai del mio professore di latino e greco, non tanto per il suo aspetto, ma per il modo in cui parlava, per la passione che ci metteva. Ci vedevo come estremamente simili: entrambi amavamo la cultura e vedevo nei suoi occhi un dolore profondo, riuscivo a leggergli dentro.”

“E come è finita?”
“Non come avrei voluto io. È stato un amore meraviglioso, tanto intenso quanto tragico. I miei genitori erano impazziti, tentarono di separarci in ogni modo e alla fine la nostra storia si è conclusa nel ’33, non secondo il cuore, ma secondo il bene.”

“Hai sofferto tanto?”
“Sono stata malissimo, non sono mai riuscita a levarmelo dalla testa, ti dico la verità, anche se sono stata con altri uomini io pensavo solo a lui.”

“Mi dispiace molto. Pensi che la poesia ti abbia aiutato a uscire dalla disperazione?”
“Non ce l’ho fatta a uscirne, ma la poesia mi ha aiutato a stare meglio. D’altronde serve a questo, no? A veicolare il dolore e la sofferenza, a trasformarli in arte. Purtroppo non è bastato…”

“Se non te la senti di rispondere a questa domanda non preoccuparti, ma volevo chiederti come mai hai scelto di farla finita, cosa ti ha spinto a non voler andare avanti?”
“Stavo lottando con un mostro più grande di me da tanto, troppo tempo e un giorno mi sono resa conto di aver perso l’unica cosa che ci fa restare al mondo nonostante tutto: l’attaccamento alla vita. Gli affetti non sono bastati a salvarmi, neanche la scrittura è riuscita a tirarmi su, ma una cosa posso dirla con certezza: finché ho vissuto, ho vissuto della poesia come le vene vivono del sangue”.

 

Articolo di Emma de Pasquale

1ZjisCuMEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è attualmente laureanda in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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