L’amore è il mio orizzonte. Omaggio a Mia Martini

1992 Festival di Sanremo. È ancora nella mia memoria storica. Sul palco dell’Ariston, dopo tre anni di allontanamento dalle scene, Mia Martini canta un brano scritto da Giancarlo Bigazzi, Marco Falagiani e Giuseppe Dati, un testo intenso, struggente, interpretato dalla sua voce straordinariamente graffiante e avvolgente, quasi un grido, un appello, attraverso la musica, ad ogni donna in ascolto: Gli uomini non cambiano / prima parlano d’amore / e poi ti lasciano da sola / gli uomini ti cambiano / e tu piangi mille notti di perché […] / gli uomini non tornano / e ti danno tutto quello che non vuoi / ma perché gli uomini che nascono / sono figli delle donne / ma non sono come noi

Mia Martini – nome d’arte di Domenica Rita Adriana Bertè – era nata il 20 settembre del 1947 a Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria, seconda di quattro figlie femmine, tra cui la brillante e controversa Loredana. Quell’anno al Festival arriverà seconda sul podio, preceduta da una bella ed emozionante canzone di Luca Barbarossa, Portami a ballare, un testo con una donna sempre come figura centrale, nello specifico la figura della mamma, una ballata dolce ma con parole che, a ben vedere, si ricollegano con l’immagine di donna della canzone di Mia: Parlami di te / di quello che facevi / se era proprio questa / la vita che volevi […] e vorrei, vorrei / saperti più felice. Una donna appartenente a quella generazione di eroine – le nostre nonne e le nostre madri – che hanno spesso sacrificato la loro vita in una devozione cieca e coatta ad un uomo che spesso non avevano spontaneamente scelto o che non avevano comunque avuto il tempo di conoscere, conducendo una vita di sottomissione e d’infelicità: chissà – si chiede il cantante – se era proprio questa la vita che avrebbero voluto e se mai avevano provato la felicità di aver compiuto scelte consapevoli e desiderate. 

Le canzoni del Festival italiano nazionalpopolare – al di là di ogni più o meno ragionevole critica – portano sempre al centro delle scene testi che rispecchiano la realtà ad essi contemporanea, che mostrano i sentimenti e gli stati d’animo di uomini e donne dell’epoca di riferimento, ma quelle degli artisti più profondi, più impegnati, tramandano messaggi e immagini universali, manifesto delle variabili situazioni e sentimenti umani che caratterizzano la vita di ogni essere umano. È così che la canzone di Mia Martini diventa un brano unico, indimenticabile, un testo che canta aspetti molto profondi e realistici di tanti rapporti tra uomini e donne. Si comincia dall’infanzia, quando una bambina in genere ha di fronte a sé il suo papà come prima figura maschile di riferimento, con il quale intreccerà un rapporto futuro di odio e/o amore che il più delle volte condizionerà l’evoluzione del suo universo femminile: Sono stata anch’io bambina / di mio padre innamorata / per lui sbaglio sempre e sono / la sua figlia sgangherata, / ho provato a conquistarlo / e non ci sono mai riuscita / e ho lottato per cambiarlo / ci vorrebbe un’altra vita. / La pazienza delle donne / incomincia a quell’età / quando nascono in famiglia quelle mezze ostilità. È la storia della sua vita: suo padre era Giuseppe Radames Bertè, docente di greco e latino, trasferitosi per lavoro nelle Marche, dove Mimì e le sorelle trascorreranno l’infanzia. Il loro rapporto era tempestoso, la musica è stata una passione che le sorelle Domenica e Loredana hanno coltivato sin da subito ed era fortemente osteggiata dal padre. Del resto, il loro rapporto padre-figlia è lo specchio di tante situazioni familiari frequenti in quella generazione: sono gli anni Sessanta e Settanta, epoca di ribellione per eccellenza verso la generazione dei padre-padroni, i quali si imponevano non solo sulle mogli, ma anche sulle scelte e le carriere future dei figli e delle figlie ancor di più, essendo donne. All’LP Oltre la collina dei primi anni Settanta appartiene il brano Padre davvero: Padre, davvero sarebbe bello / vedere il tuo pianto di coccodrillo / […] Padre, davvero sarebbe grande / sentire il parere della tua amante / poi sono venuta e non mi volevi / ero una bocca in più da sfamare / non sono cresciuta come speravi / e come avevo il dovere di fare. La canzone è un’accusa esplicita e dissacrante nei confronti di quel padre descritto sempre dalle sorelle Bertè come violento, accentratore, severo nell’educazione, che un giorno abbandonò la famiglia per andare a vivere con un’altra donna, che ruppe i rapporti con la figlia dopo l’ascolto di questo brano e con il quale Mimì visse una fase di riconciliazione qualche tempo prima di morire. 

Mia Martini aveva già cantato nel 1989 un brano molto forte sulla condizione di tante donne costrette a quotidiane umiliazioni e considerate spesso alla mera stregua di oggetti. Il testo, scritto da Enzo Gragnaniello e cantato da Mimì al Festivalbar, le valse il Disco d’oro per le 100 mila copie vendute dell’album che lo conteneva – Martini Mia. Le parole sono taglienti, arrivano come frecce appuntite di denuncia affatto irriverente, ma che ancora oggi sono attualissime, di fronte alla crescente emergenza della disparità di genere, culminante, in tantissimi e tristi casi, nell’eliminazione fisica e psicologica della donna: Donne piccole come stelle / c’è qualcuno che le vuole belle / donna solo per qualche giorno / poi ti trattano come un porno. È presente tutto intero lo stereotipo predominante del maschio macho, dominatore sessuale, spesso capace di avere un approccio galante solo al primo appuntamento, come amo da lanciare per la conquista, ma che successivamente si arroga il tacito e subdolo diritto di considerare la partner come oggetto di realizzazione esclusivamente sessuale anziché come persona che possa brillare al pari delle stelle per i suoi sentimenti e capacità. Non è retorica, non è pedanteria, non è femminismo alla spicciolata, è la realtà di sofferenza di moltissime donne: ce lo confermano ancora oggi la cronaca, i dati statistici (quasi 7 milioni di donne italiane dai 16 ai 70 anni hanno subito almeno una volta nella vita una forma di violenza, principalmente da parte di partner ed ex partner, ma anche colleghi di lavoro, parenti, amici e conoscenti – dati pubblicati il 6 marzo 2019 su www.istat.it/it/archivio/violenza,  le tante associazioni che operano nelle realtà locali per contrastare la violenza di genere, i racconti di tante ragazze sulle loro prime esperienze di contatto con l’universo maschile. Non in ultimo il cliché è confermato da tanta dilagante discografia rap e trap, che spesso mostra un’immagine della donna paragonata a merce di sfruttamento psicologico e sessuale, da voltare e rivoltare a proprio piacimento e poi, perché no, eliminare. A tal proposito, a scopo di esempio, si legga in rete il testo della canzone Yolandi del sedicente rapper Skioffi: non riporto stralci del brano – interamente indicibile per violenza e volgarità – per rispetto a questo spazio dedicato ad un’artista vera, profonda, immensamente donna, come Mia Martini, ma invito a parlarne, a vigilare, ad aprire gli occhi su quanto circola intorno a noi, soprattutto tra i nostri e le nostre giovani. La mia cara amica e collega docente Sara Marsico – docente di Diritto e socia di Toponomastica femminile, nonché curatrice con altre/i delle schede didattiche diffuse dall’associazione no-profit Parole O_Stili per educare le/gli utenti della Rete a scegliere forme di comunicazione non ostile (le schede sono visionabili sul sito https://paroleostili.it/materiale-didattico/) – a scuola ha creato un percorso didattico di riflessione incentrato su testi simili pregni di volgarità, insulsaggini, violenza verbale contro le donne: vi ho aderito anche io e, discutendone in classe con i miei e le mie studenti, è emerso che non bisogna dare del tutto per scontato che questi sedicenti artisti ricevano condanne ferme ed esplicite da parte delle giovani generazioni. 

La canzone Donna prosegue con il suo testo graffiante ma reale, un faro di verità su una condizione sempre troppo sottovalutata: Donne piccole e violentate / molte quelle delle borgate / ma quegli uomini sono duri / quelli godono come muli. / Donna come l’acqua di mare / chi si bagna vuole anche il sole / chi la vuole per una notte / c’è chi invece la prende a botte. Un testo fortissimo, esplicito, un urlo di denuncia sociale – non lascia indifferenti l’accenno alle donne delle borgate come segnale di attenzione alle periferie della società – di fronte al quale non si può fare a meno non solo di indignarsi, ma soprattutto di riflettere profondamente se ancora oggi a distanza di trent’anni la visione della donna è rimasta perlopiù immutata e se trovare un uomo che valorizzi e rispetti la sua compagna fa gridare al miracolo. A questa condizione di fragilità e amara consapevolezza delle donne nel loro rapportarsi al sesso maschile fanno ancora riferimento le parole di Gli uomini non cambiano: Piansi anch’io la prima volta / stretta a un angolo e sconfitta / lui faceva e non capiva / perché stavo ferma e zitta / ma ho scoperto con il tempo / e diventando un po’ più dura / che se l’uomo in gruppo è più cattivo / quando è solo ha più paura. Al di là delle possibili interpretazioni, quel verbo in prima posizione nel terzo verso, faceva, è a mio avviso mantenuto volutamente generico, perché ogni aspetto del condizionamento femminile è importante, sia psicologico che fisico; l’associazione all’altra voce verbale non capiva, poi, crea un binomio di azioni che rappresenta spesso il nucleo principale della sofferenza di una donna di fronte ad un uomo che agisce ogni intento e desiderio ma senza mai capire profondamente di dover tenere conto, al di là del suo ego, dell’altro essere umano fuori di sé e di pari dignità. Ciò che non comprende nell’immediato sono l’immobilità e il silenzio, spesso le uniche armi possibili alle donne di fronte al cieco dispiegarsi della sopraffazione maschile.   

Mia Martini ha cantato la delusione, la rabbia, il senso di vuoto e di fragilità provati dalle donne sin nell’intimo delle loro viscere di fronte ai fallimenti sentimentali (diversi ne aveva sperimentati lei), è stata voce forte e nello stesso tempo sensuale, grintosa e appassionata dell’amore vero, incondizionato, dono di sé all’altro, spesso totalizzante e sofferente, ma unico e radicale, come tante volte nella vita è capitato ad ogni donna e uomo di provare. Nel 1972 canta: Piccolo uomo, non mandarmi via / io, piccola donna, morirei / è l’ultima occasione per vivere / vedrai che non la perderò, no / è l’ultima occasione per vivere / avrò sbagliato, sì lo so / ma insieme a te ci riuscirò […] / io, piccola donna, muoio se mi lascerai. Sembra non esserci via d’uscita, la vita di questa piccola donna, che canta disperata per riconquistare l’animo del suo piccolo uomo, è agganciata al suo amato. Alla fine, invece, il grido diventa di incitamento a se stessa, alla sua voglia di rinascere e di vivere: Io posso, io devo, io voglio vivere / e insieme a te ci riuscirò / io devo farlo / è l’ultima occasione per vivere / vedrai che non la perderò / perché io posso, io devo, io voglio vivere / ci riusciremo insieme. Posso, devo, voglio, il motto che ogni persona dovrebbe avere nei momenti di debolezza, quando l’orizzonte sembra ricolmo di tenebrose nubi che non permettono di intravedere alcuna fonte di luce. 

Nel 1973 Franco Califano le scrive un brano unico, incentrato sull’ultima delusione sentimentale di Mimì ma dalle parole universali, uniche, di fuoco, dolenti e veritiere. È la canzone Minuetto, un successo straordinario, un sound tra il classicheggiante e il moderno, una voce, quella di Mimì, incredibilmente adatta a questo canto di disperazione e consapevolezza, lo sfogo di una donna che, pur essendo infelice per una relazione a senso unico, non riesce a liberarsi dalla sudditanza fisica e psicologica del suo uomo. Parole come sassi nell’animo fragile di chi versa nella stessa condizione, parole come amara verità, una chirurgica disanima psicologica del gioco delle parti in una difficile relazione che si rivela come una gabbia per la donna: È un’incognita ogni sera mia / un’attesa pari a un’agonia / troppe volte vorrei dirti no / e poi ti vedo e tanta forza non ce l’ho / il mio cuore si ribella a te, ma il mio corpo no / le mani tue, strumenti su di me, / che dirigi da maestro esperto quale sei. Le serate, trascorse nell’attesa di lui che forse verrà o forse no, diventano metafore di una vita vissuta senza un orizzonte ben delineato, come una lenta agonia alla quale la donna rapita dalla passione non sa dire di no: E vieni a casa mia, quando vuoi, nelle notti più che mai / dormi qui, te ne vai, sono sempre fatti tuoi / tanto sai che quassù male che ti vada avrai / tutta me, se ti andrà per una notte / e cresce più la solitudine / nei grandi vuoti che mi lasci tu […] continuo ad aspettarti nelle sere per elemosinare amore. Lei elemosina amore, lui lascia solitudine e grandi vuoti: come non ritrovare in questa storia le nostre tante storie di schiavitù sentimentale? Il cuore è diviso dal corpo soggiogato solo dalla passione che si accende alla vista di lui, noncurante dei suoi egoistici andirivieni. Ma lei è consapevole, con estrema lucidità, che la responsabilità della sua sofferenza è nell’incapacità a dire di no, a lasciar andare chi è causa di vuoto e solitudine, a staccare la spina ad un amore unidirezionale: ora ammetto che la colpa forse è solo mia / avrei dovuto perderti, invece ti ho cercato / Minuetto suona per noi, la mia mente non si ferma mai / io non so l’amore vero che sorriso ha / pensieri vanno e vengono, la vita è così.

Canzoni indimenticabili, incise nella memoria, dalle parole taglienti, soavi, crude, sensuali, reali. 

Canterò se vuoi ma non credermi / stelle nelle tasche più non ho […] canterò per noi che non siamo più / più forti di quel po’ di gioventù […] Dimmi che vuoi che puoi darmi felicità / e sotto la mia pelle nascerà / per te un dolce fiume che canterà / la mia speranza d’esser donna / e la tua bocca poi lo berrà (Inno, 1974);

Eri giusto, diverso, eri tu, / eri vivo e mi davi qualcosa di più / e fu la prima volta che mi son sentita / donna, donna, donna con te […] e vicino a te sono corte le ore / perché sei un uomo che sa essere uomo / e sai rendere bella la vita / tu sei giusto, diverso sei tu / tu sei vivo e sai dare qualcosa in più (Donna con te, 1975);

L’ho imparato da mia madre che lo / diceva sempre a mio padre che / tutti gli uomini sono bugiardi / bevono giocano e tornano tardi / Tutti uguali, tutti uguali. […] Il primo bacio a tredici anni l’ho / dato a uno che aveva vent’anni / a lui soltanto ho detto ti amo e / allora ho pensato che forse non siamo / Tutti uguali, tutti uguali. / E se con lui è durato poco è / stato giusto non era che un gioco / ma senza amore il mio calendario è / una sfilza di giorni come un Rosario / Tutti uguali, tutti uguali (Tutti uguali, 1975); 

Libera di parlare, libera di cercare / di fare e di disfare, di esser soltanto me / libera di capire, libera di sentire / realizzare un fine e sbagliare da me […] scoprirmi innamorata ma non a te legata / donna abituata a camminar da sé […] libera di provare, libera di esser madre / peccare o non peccare e di pagare da me (Libera, 1977);

La costruzione di un amore / spezza le vene delle mani / mescola il sangue col sudore / se te ne rimane / La costruzione di un amore / non ripaga dal dolore / è come un altare di sabbia / in riva al mare […] e la fortuna di un amore / come lo so che può cambiare / dopo si dice l’ho fatto per fare / ma era per non morire (La costruzione di un amore, 1978); 

Quante volte lo lascerei / sai quante volte di nuovo io lo inventerei / io porto i segni del suo dolore / e lui respira seguendo il ritmo del mio cuore (Quante volte, 1982);

Viva l’amore / anche solo teorie brevissime / viva l’amore / quando finisce con le sue ombre lunghissime / […] strano è l’amore / che più ci fa male e più ci manca / e più è tranquillo e più ci tormenta / più è bugiardo e meno ci spaventa (Viva l’amore, 1994);

E non finisce mica il cielo / anche se manchi tu / sarà dolore o sempre cielo / fin dove vedo / chissà se avrò paura / o il senso della voglia di te / se avrò una faccia pallida e sicura / non ci sarà chi rida di me / se cercherò qualcuno / per ritornare in me (E non finisce mica il cielo, 1982).

Mia Martini, con la sua voce e grazie ad autori che le hanno prestato le parole più belle ed incisive (tra cui vale solo la pena di ricordare Ivano Fossati – grande e travagliato amore della Bertè –, Bruno Lauzi e Franco Califano), ha disegnato in musica il caleidoscopico mondo femminile ed il suo sguardo sugli uomini, senza filtri, senza maschere. In lei e nelle sue canzoni ritroviamo le storie, i dolori, i sentimenti, le fragilità, i risentimenti, le contraddizioni delle donne ma anche degli uomini: per questo Mimì è a pieno titolo una stella della musica di ogni tempo, come un classico della letteratura che diventa tale perché in esso è contenuto il genere umano con tutte le sue caratteristiche universali, in cui tutti e tutte si possono ritrovare.

Ha sofferto molto Mimì, non solo per amore, ma per una serie di vicissitudini che hanno costellato la sua non troppo lunga esistenza e l’hanno profondamente segnata. A partire dai burrascosi rapporti all’interno del soffocante ambiente familiare, l’arresto per possesso di hashish nel 1969 e la detenzione per quattro mesi, nei quali tenterà il suicidio, nel 1971 l’uscita del primo concept album completo, Oltre la collina, è accompagnato da un evento che la segnerà per sempre: due musicisti della sua band in tournée perdono la vita in un incidente stradale. La tragica fatalità unita all’immagine dell’abbigliamento estroso in uso dalla cantante contribuisce ad alimentare il fuoco delle dicerie sulla presunta sfortuna emanata dalla persona di Mimì, voci destinate a crescere nel tempo e a condizionare pesantemente la futura vita artistica della Bertè. Seguiranno gli scontri con la casa discografica RCA, che la citerà in tribunale per la rottura anticipata del contratto, riempendola di debiti, l’intensa ma travagliata e sofferta relazione con Ivano Fossati, due interventi chirurgici alle corde vocali, l’acuirsi dell’ostracismo da parte di tanti colleghi nei suoi confronti e delle dicerie sulla sfortuna da lei portata – tra scongiuri, emarginazione, offese e pregiudizi senza senso –, la conseguente depressione e il ritiro dalle scene. 

Ancora una volta è l’amico di una vita Renato Zero, tra i pochi sinceri ed affezionati, ad interessarsi per un ritorno sulle scene di Mimì: è il 1989 e la Bertè canta a Sanremo la straordinaria Almeno tu nell’universo, che le vale il Premio della Critica. La carriera artistica di Mia si rimette in moto, confermando il suo straordinario e raffinato talento, oggetto da sempre di invidia e maldicenze. Nel 1992 otterrà il secondo posto a Sanremo – come precedentemente ricordato – con Gli uomini non cambiano e nel 1993 ritornerà sul palco del Festival con la canzone Stiamo come stiamo, in un duetto con la sorella Loredana, alla quale si era riavvicinata nonostante il persistere di un clima di tensione dovuto ai loro contrasti personali mai del tutto sopiti. 

Il 14 maggio del 1995 l’artista viene trovata morta nel suo appartamento a Cardano al Campo, nel varesotto, dove si era trasferita per stare più vicina al padre, con il quale aveva avuto una recente riconciliazione. Era deceduta già da due giorni in quell’appartamento: secondo l’autopsia la morte è stata causata da un arresto cardiaco per overdose da cocaina, ma ancora oggi alcuni aspetti della vicenda sono messi in discussione da dichiarazioni successivamente rilasciate delle sorelle Loredana e Leda. Non mi soffermo su critiche, illazioni, dicerie, malignità, pettegolezzi: non è prioritario per chi, come me, adora la voce e l’arte di Mia Martini, conoscere gli aspetti misteriosi degli ultimi momenti di vita di Mimì, che non gettano alcuna ombra ai nostri occhi sull’immensità della sua musica. Mia ha vissuto per essa, le si è dedicata in modo assoluto e ha cantato di donne e uomini, di padri e madri, della società, della libertà, della forza e fragilità dei giovani, della gioia, del dolore, dei rimorsi, delle cadute e delle riprese. Dopo anni di assenza dalle scene a causa dei veleni e delle maldicenze che l’avevano provata profondamente nel corpo e nell’anima, ritorna al pubblico nel 1989 con una canzone immensamente emozionante, Almeno tu nell’universo, scritta da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio diciassette anni prima e rimasta inedita poiché destinata a Mimì, che la porta sul palco di Sanremo e ne fa un gioiello inestimabile della canzone italiana. Scandite dalla sua voce acuta e appassionata, vivida e viscerale, le parole di questa canzone hanno un peso specifico in termini di insegnamento universale e di verità su sentimenti e persone: Sai, la gente è strana / prima si odia e poi si ama / cambia idea improvvisamente / prima la verità poi mentirà lui / senza serietà / come fosse niente. / Sai, la gente è matta / forse è troppo insoddisfatta / segue il mondo ciecamente / quando la moda cambia / lei pure cambia / continuamente, scioccamente / […] Sai la gente è sola / come può lei si consola / per non far sì che la mia mente / si perda in congetture, in paure / inutilmente e poi per niente

C’è la sua vita ma anche quella dell’umanità in queste parole: la gente strana, matta, sola, in un climax descrittivo prima ascendente, dalla stranezza alla pazzia, che poi degrada verso la solitudine, grande male dell’umanità (a tal proposito come non ricordare la canzone che l’anno successivo vinse la kermesse canora, Uomini soli dei Pooh: A volte un uomo è da solo / […] perché la vita l’ha già messo al muro / o perché in un mondo falso è un uomo vero / […] quaggiù non siamo in cielo e se un uomo / perde il filo è soltanto un uomo solo); le contraddizioni dell’essere umano, che prima si odia e poi si ama, che cambia idea improvvisamente, che spesso considera la menzogna senza serietà, come fosse niente; l’insoddisfazione che spesso rende le persone cieche, sciocche, brancolanti dietro a mode che cambiano, prive di solidi punti di riferimento; la solitudine, approdo finale di una vita condotta tra le onde oscillanti dei mutamenti, delle illusioni, degli inganni. Ma questa non è l’ultima parola, non è l’unica conclusione possibile. In un ritornello intenso ed emozionante, Mimì ricorda che il fine ultimo della nostra esistenza può e deve essere l’amore: Tu che sei diverso / almeno tu nell’universo / un punto sei che non ruota mai intorno a me / un sole che splende per me soltanto / come un diamante in fondo al cuore / […] non cambierai, / dimmi che per sempre sarai sincero / e che mi amerai davvero / di più. È un messaggio che ci lascia il cuore ricolmo di speranza e gratitudine: l’amore, quello per il quale vale la pena lottare una vita intera, spendersi, non arrendersi, è sincero, diverso per la sua bellezza e limpidezza, come un punto lucente, unico in tutto l’universo, un sole di riferimento, un gioiello prezioso come un diamante da custodire e difendere in fondo al cuore.

Grazie Mimì, per tutta la passione, la verità, il dolore, l’amore, il femminismo concreto, sincero, mai naif, che ci hai lasciato con la tua musica. Facciamo nostre le tue parole: Io non voglio essere schiava / e neppur esser padrona / voglio essere soltanto / una donna, una persona. Noi te ne saremo tutti e tutte grate per sempre.

Nota dell’autrice

Questo breve articolo vuole essere il mio personale omaggio, semplice e sincero, da ammiratrice della musica di Mia Martini, senza alcuna pretesa di completezza e veste critica musicale, ma solo un ricordo appassionato e una lettura delle sue canzoni alla luce delle tematiche di genere – e non solo – contenute in esse. Per un approfondimento della sua vita e carriera artistica rimando al dettagliato lavoro di Menico Caroli (artefice di CD e DVD con inediti di Mia Martini) e Guido Harari (fotografo, collaboratore e amico della cantante, autore di sue fortunate copertine), intitolato L’ultima occasione per vivere, edito nel 2009 dalla casa editrice TEA, corredato di fotografie e documenti, in una ricognizione puntuale e doverosa della parabola discografica e privata dell’artista. Invito, inoltre, chi non l’avesse fatto a guardare il film Io sono Mia, a lei dedicato, prodotto da Luca Barbareschi e Rai Fiction e diretto dal regista Riccardo Donna, andato in onda su RaiUno il 12 febbraio 2019: al di là delle critiche (la sorella Leda Martini non era d’accordo con la sceneggiatura e la scelta di Serena Rossi come interprete), qualche polemica (poca cura nell’invecchiamento dei personaggi) e prese di distanza (né Ivano Fossati né Renato Zero hanno voluto essere citati), è un film che restituisce dignità e verità ad una donna distrutta dall’opportunismo di chi le ruotava intorno per interesse e dalle maldicenze, figlie dell’ignoranza, in un ambiente che è stato per lei una giungla di sopravvivenza, a mio avviso ben interpretato e sempre molto delicato e rispettoso delle gioie e delle sofferenze di Mimì. 

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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