Ester Børgesen Boserup. Un’economista non allineata

Racchiudere la vita e il contributo all’economia politica di Ester Boserup in un articolo è impresa ardua. Forse la strada più semplice è quella di raccontarne il percorso di studiosa e di donna attraverso i suoi occhi, partendo da una serie di conversazioni dal titolo Finding out is my life che rilasciò negli anni Novanta a Jon Mathieu, un docente di storia presso la Facoltà di scienze umane e sociali dell’Università di Lucerna.(1)

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Ester Boserup, nata Børgesen nel 1910 a Copenaghen, è l’esempio di una vita che inizia tutta in salita. Il padre, ingegnere, muore quando lei ha solo due anni, lasciando la famiglia in gravi condizioni economiche. La madre la incoraggia a studiare, perché senza un buon titolo di studio non potrebbe  avere molte prospettive ed Ester ottiene la laurea in Economia teorica nel 1935, occupandosi di sviluppo economico ed agricolo, grazie all’aiuto della famiglia benestante del marito, Morge Boserup, che sposa a 21 anni e con cui avrà tre figli.

Inizialmente affascinata con il marito dagli studi marxiani, ama definirsi comunista, anche se in modo diverso dal Partito comunista danese. Si allontana però ben presto dai circoli marxisti, perché troppo dogmatici. Benché convinta della bontà della critica marxiana e keynesiana alla teoria neoclassica dell’equilibrio, definisce la scuola dell’economista di Treviri una forma di teologia, una Chiesa «i cui seguaci non fanno realmente ricerca, ma si fanno portatori di esegesi dogmatiche ed esami delle rivelazioni del maestro». Ecco il primo segnale di un atteggiamento mentale che farà di lei per sempre un’economista “non allineata”, eretica, non ascrivibile ad alcuna delle scuole economiche affermate.

Dopo l’università non vuole intraprendere la carriera accademica: è affascinata dalla ricerca e dalla scoperta, ma non vuole insegnare e questo non è possibile. Allora inizia a lavorare per il Governo danese, durante l’occupazione nazista nella Seconda guerra mondiale, come responsabile dell’ufficio di programmazione e studi. Come ammetterà negli anni Novanta con Jon Mathieu, questa scelta le consentirà di contestare liberamente gli accademici, senza l’imbarazzo dell’ossequio verso i colleghi di cui sarebbe stata costretta a leggere i testi.  Nel 1947 si trasferisce a Ginevra e comincia a lavorare per la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Europa, a stretto contatto con Nicholas Kaldor e Jan Tinbergen, che riceverà il premio Nobel per l’economia nel 1969. Nel 1957 lavora con il marito in India, in un progetto di ricerca coordinato dal premio Nobel per l’economia (1974 ) Gunnar Myrdal. Il confronto con la vita reale e i problemi concreti fanno di lei un’economista “non ortodossa”, come lei stessa ama definirsi, critica nei confronti della matematizzazione dell’economia, che, non dimentichiamolo mai, è accompagnata dall’aggettivo “politica”, e sempre più convinta della necessità di un approccio interdisciplinare ai problemi affrontati dalla sua disciplina, che avrebbe necessariamente dovuto tener conto della storia, della sociologia, della cultura, della politica. Come avrebbe detto in una conversazione del 1999: «La mia ricerca si è focalizzata sulle relazioni tra fattori economici e non economici nel processo di cambiamento sociale, sia oggi che nel passato, considerando le società umane come relazioni dinamiche all’interno di strutture naturali, economiche, culturali e politiche , invece di cercare di spiegarle all’interno di una o di poche discipline».

Nel 1960 torna in Danimarca, dove, all’Università di Copenaghen, il marito ha ottenuto una cattedra. Ester continua la sua attività di libera ricercatrice e partecipa a progetti delle organizzazioni internazionali nei Paesi in via di sviluppo, fino a quando, nel 1965,  pubblica il suo libro più conosciuto: The conditions of agricultural growth, in cui contesta la teoria malthusiana sulla crisi da sovrappopolazione. Com’è noto, il reverendo Malthus, difensore della classe sociale dei rentiers, sosteneva che  le risorse naturali aumentano secondo una progressione matematica, mentre quelle umane secondo una progressione geometrica. Influenzato dalla sua formazione di scienziato della demografia, l’economista classico consigliava di non far superare ai salari dei lavoratori la soglia della sussistenza, altrimenti i poveri si sarebbero riprodotti indiscriminatamente e non ci sarebbero state risorse per tutti. Comunque la si pensi su questa prescrizione, molto funzionale alla classe dei rentiers, il cui ruolo di consumatori veniva per contro esaltato da Malthus, Ester Boserup la contesta, sul presupposto che si tratti di una teoria formulata da una persona che osserva la realtà da un solo punto di vista, non sbagliata come tale, ma parziale. L’approccio boserupiano parte invece dall’osservazione della realtà nei tanti progetti sperimentati anche in Paesi poveri, in cui ha potuto osservare che «necessity is the mother of invention». Era proprio l’aumento della popolazione ad accrescere il bisogno e a incentivare la ricerca di soluzioni tecnologiche che avrebbero consentito di risolvere il problema della scarsità delle risorse. Una minima densità della popolazione era necessaria e il fattore umano sarebbe stato indispensabile per suggerire cambiamenti di tecnologia e aumenti di produttività in agricoltura. Non so se (la) Boserup aveva letto gli scritti di Genovesi, ma in molte parti del suo lavoro sembrano riecheggiare alcune delle riflessioni dell’abate napoletano che tanto ha scritto di economia “civile”. In questo studio scopre ed evidenzia il ruolo fondamentale delle donne in agricoltura.

Mi sia consentita, a questo punto, una breve digressione dovuta alla deformazione della mia professione di docente.

Quando si studia la storia del pensiero economico, nei Manuali di Economia politica, dopo i mercantilisti e i fisiocratici, si affronta la scuola classica: Smith, Ricardo, Malthus, con qualche accenno a Marx, per i più e le più coraggiose di noi che se la sentano di correre il rischio di essere definite, per questa scelta, dai cosiddetti benpensanti un po’ ignoranti, delle pericolose comuniste. Nessuno mai ricorda che la teoria di Malthus fu completamente capovolta da una donna, Ester Boserup. Come mi è capitato più volte di ricordare, le economiste non compaiono quasi mai nei corsi di economia delle scuole superiori, se si toglie qualche sporadico cenno a Joan Robinson, quando si parla di concorrenza imperfetta. Eppure sarebbe interessantissimo accostare alla teoria Malthusiana la sua contestazione ad opera di Boserup. Servirebbe a far capire alle nuove generazioni che certi campi del sapere non sono patrimonio esclusivo degli uomini, ma soprattutto potrebbe suscitare un dibattito all’interno delle classi, rendendo la “triste scienza” molto più accattivante e vicina alla vita delle persone di quanto non siano le aride lezioni fatte di grafici e formule matematiche.

Le sue teorie, fondate su osservazioni empiriche, sono immediatamente formalizzate in un modello, il Boserup Model,  come è consuetudine nei libri di economia. L’economista danese  ne è particolarmente contrariata perché contesta da sempre il pensiero unico neoclassico imperante, pieno di teorie irrealistiche elaborate da economisti ortodossi rinchiusi nelle loro torri d’avorio ed è  avulso da rapporti con le altre discipline.

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In tutti i suoi lavori  ribadirà l’importanza dell’interdisciplinarità nella trattazione di temi economici e l’apporto fondamentale di discipline come la storia, l’antropologia, la geografia, le scienze umane.

Ester Boserup non è però soltanto una scienziata. La sua personalità poliedrica e la sua curiosità la spingono a trasformare in politiche internazionali le sue scoperte scientifiche.  Negli anni è delegata dell’Unido, della Fao e dell’Ilo. Molte tracce del suo lavoro si trovano negli archivi di queste organizzazioni. Il suo grande interesse nel comprendere le interrelazioni tra la crescita della popolazione, le questioni di genere, lo sviluppo rurale, l’agricoltura e i problemi ambientali sono guidati sia dalla sua curiosità accademica che da preoccupazioni pratiche.

Ma dove l’economista danese dà il contributo più importante è nell’approfondimento delle questioni di genere nel mondo rurale, nel lavoro agricolo e nello sviluppo economico.

Nel 1970 scrive il primo lavoro che indaga sulla vita delle donne nel processo di crescita economica e sociale nel cosiddetto Terzo mondo, Woman’s role in economic development, un vero e proprio manifesto per il programma Wid, Women in Development delle Nazioni Unite nel decennio dal 1976 al 1985. In questo studio racconta e descrive il sistema di produzione agricolo dei Paesi in via di sviluppo in cui gradualmente le donne erano state costrette a passare da sistemi di produzione autogestiti che davano loro l’indipendenza economica a sistemi imposti dai colonizzatori europei, in cui le donne finiscono alle dipendenze dei coniugi, lavorando senza retribuzione.

Le idee di Boserup ispireranno anche i successivi programmi delle Nazioni Unite, sia il Wad (Women and Development) che il Gad (Gender and Development) e il suo approccio interdisciplinare consentirà d’ora in avanti di collegare tra loro temi come la questione di genere, lo sviluppo rurale, lo sviluppo umano, la sostenibilità e le problematiche ambientali.

Sia i Millennium Goals che i Sustainable Development Goals dell’Onu hanno sicuramente risentito del pensiero di questa economista visionaria, che “ha fatto parte per se stessa” ed è stata sostenitrice accanita dell’interdisciplinarità. Nel corso della sua vita riceverà tre lauree honoris causa, significativamente in tre diverse discipline: scienze agricole, economia e scienze umane.

Ester Boserup si spegne a Ginevra il 24 settembre del 1999, lasciandoci un’eredità preziosa, che nessuno, nel triste, maschile e paludato mondo dell’economia formalizzata, dimenticando l’aggettivo “politica” per consegnarsi all’astrazione della matematica, aveva neppure intuito: in una società complessa tutto è interrelato e  gli studi troppo specialistici e teorici corrono il rischio di restituirci una visione miope e parziale della realtà. Non solo, ma i modelli e l’interpretazione dei fenomeni economici sono in continua evoluzione e non sono mai statici, come dimostra l’immagine di copertina di uno dei suoi ultimi libri: My Professional Life and Publications 1929-1998. Se oggi le questioni dello sviluppo economico, della parità di genere, della sostenibilità ambientale sono considerate non più separabili, dobbiamo ringraziare lo spirito libero, curioso ed ingenuo di questa economista visionaria, fiduciosa nella capacità dell’umanità, e delle donne in particolare, di trovare sempre una strada per la risoluzione dei problemi, perché «il potere dell’ingenuità supererà sempre quello della domanda».

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Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

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