Nun ce stamme zitte e aizammo a voce. Le Quattro giornate di Napoli

«La stradina che conduceva all’albergo era bloccata da una piccola folla di persone, in silenzio davanti a una scuola. Non era una fila per il cibo: tutti avevano in mano soltanto il cappello. Restai in attesa, in fondo al gruppo. Entrando all’interno della scuola, fui subito avvolto da un odore dolciastro di fiori e di morte. Nella stanza c’erano venti piccole bare, fatte alla buona, coperte a malapena dai fiori e che non riuscivano a contenere anche i piedi sporchi di alcuni bambini, già abbastanza adulti da combattere i tedeschi ed esserne uccisi ma troppo grandi per venire sepolti in casse così piccole.

Questi bambini di Napoli avevano rubato armi e proiettili e combattuto i tedeschi per quei giorni durante i quali eravamo rimasti immobilizzati al valico di Chiunzi. I piedi di questi bambini furono il mio autentico benvenuto all’Europa, la terra dove ero nato. Molto più vero dell’eccitata accoglienza gridata dalla folla di persone incontrate lungo la strada e molte delle quali, soltanto un anno prima, avevano urlato “Viva il Duce!”.

Mi tolsi il berretto e presi la macchina fotografica. Puntai l’obiettivo sui volti delle donne distrutte dal dolore, che stringevano in mano le foto dei loro bambini morti. Scattai fino al momento in cui le bare furono portate via. Queste foto sono la testimonianza più vera e sincera della vittoria: immagini scattate al semplice funerale di una scuola» (Robert Capa, Slightly out of focus, 1947).

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Il grande Robert Capa, ungherese di nascita ma ormai naturalizzato statunitense, è al seguito dell’esercito alleato in lenta, troppo lenta, risalita lungo la penisola dopo lo sbarco di Salerno. E a Napoli, il 2 ottobre 1943, scatta una fotografia memorabile: in un bianco e nero di assoluto realismo, incide i visi urlanti, le mani contratte delle madri degli studenti del liceo classico “Jacopo Sannazaro”, storico liceo napoletano del quartiere Vomero. Venti giovani dai quindici ai diciassette anni che – guidati da un anziano insegnante napoletano, Antonino Tarsia in Curia, storico militante comunista – si costituiscono nel Fronte Unico Rivoluzionario e prendono le armi per fermare la vendetta tedesca: e appriesso a lloro militari, intellettuali, donne, femminielli e giovanissimi ancora bambini (song ‘e guagliune e Napule, song ‘e scugnizze).

2. Napoli, Campania, Italia. 2 ottobre 1943. Immagine presa da Robert Capa.jpg

Tra il 27-28 settembre e il 1° ottobre 1943 – quando gli angloamericani entreranno in città – al porto, per le vie, in collina, la gente di Napoli sceglie di decidere della propria vita, a costo della vita: ecco  le Quattro giornate di Napoli.

È luogo comune che Napoli sia città di contraddizioni: lo è anche riguardo all’adesione al fascismo, perché il fascismo napoletano è precoce e ribelle (da Napoli parte la marcia su Roma, e di Napoli è Aurelio Padovani, che nel 1923 è definito da Mussolini «il fascista certamente più indisciplinato d’Italia») e perché l’antifascismo popolare vi è largamente diffuso e duramente represso (ed è trasversale alle classi sociali e alle appartenenze politiche). E se è vero (come afferma l’Atlante storico della Resistenza italiana, edito nel 2000 a cura dell’Istituto Nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia) che per le Quattro giornate di Napoli è corretto parlare non di insurrezione, ma di rivolta – «il termine insurrezione presuppone l’esistenza di un piano, di obiettivi, di comandi, che non sono invece rintracciabili nel moto partenopeo» –, è altrettanto vero che la rivolta non nasce per caso e trova ben presto personalità in grado di trasformarla in organizzazione: perché …si chi ce cummanna nun ce piace / nuje nun ce stamme zitte e aizammo a voce (così il testo di Eugenio Bennato Canto allo scugnizzo, dedicato alla resistenza della città).

Dopo lo sbarco a Salerno, il 9 settembre 1943, la risalita degli Alleati è ritardata dal violento contrattacco tedesco, dieci giorni di combattimenti ininterrotti accompagnati da sollevazioni di civili campani e militari italiani, duramente represse.

A Napoli, il 10 settembre si compie la rappresaglia per gli scontri nella centralissima piazza Plebiscito (i tedeschi sparano sulla folla e danno fuoco alla Biblioteca Nazionale); il 12, sulle scale dell’Università degli Studi (a cui pure gli occupanti danno fuoco), avviene l’esecuzione di un marinaio, «un bel ragazzone alto e robusto» (scrive lo storico napoletano Antonio Ghirelli, che alla rievocazione delle Quattro giornate dedica pagine emozionanti), alla quale migliaia di cittadini sono costretti ad assistere, in ginocchio. Nei giorni successivi, il bando per il servizio del lavoro obbligatorio (il 22 settembre), l’intimazione di sgombero della fascia costiera cittadina fino alla distanza di trecento metri dal mare, che coinvolge trentacinquemila famiglie (il 23), l’appello per la mobilitazione generale a sostegno dell’esercito occupante (il 24) esasperano la popolazione, già duramente provata dalla guerra, che nella notte tra il 27 e il 28 settembre si impadronisce delle armi abbandonate dai nazisti in caserme e depositi militari dell’area urbana.

La mattina del 28 iniziano gli scontri: nel quartiere Vomero (ove si trova il liceo “Sannazaro”), nell’area tra via Foria e piazza Carlo III (tra rione Sanità e Spaccanapoli, zone popolari della città, fitte di vicoli e bassi), alla salita Moiarello (verso Capodimonte) e a Capodichino (nella periferia settentrionale) si alzano le prime barricate, che colgono di sorpresa i tedeschi. Il 29 settembre la rivolta abbraccia ormai tutta la città, con combattimenti violentissimi, in particolare al Vomero (qui sono uccisi gli adolescenti liceali, e qui avviene il tentativo, riuscito, di espugnare il campo Littorio, ove sono prigionieri quarantasette ostaggi civili) e sull’asse tra Capodimonte – piazza Dante – via Roma (ora via Toledo): i mezzi corazzati e le truppe tedesche causano numerose vittime nel tentativo di ricongiungersi al comando tedesco alloggiato nel lussuoso albergo Parker in corso Vittorio Emanuele. Dopo aver trattato la resa, il 30 settembre i tedeschi lasciano Napoli, non senza compiere altre violenze contro persone e beni culturali: danno infatti alle fiamme i fondi dell’Archivio di Stato, che erano stati trasportati nella villa Montesano di San Paolo Belsito, a pochi chilometri dal capoluogo.

La mattina del 1° ottobre, quando gli angloamericani entrano in città, inaspettatamente la trovano già libera; e Robert Capa può scattare le fotografie che sono «la testimonianza più vera e sincera della vittoria»: il funerale degli studenti del liceo “Sannazaro”. Pure il 1° ottobre, i partiti antifascisti si costituiscono nel Comitato di Liberazione Nazionale e assumono la rappresentanza della città.

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Pè ‘e quatte jurnate / Chi nun tene ‘o fucile votta ‘e prete / E quanne sta città s’è liberata / Pe vicule e quartiere e abbascio ‘o puorto / ‘Nce restano ‘e scugnizze ca so’ muorte. Il più giovane di questi è Gennaro Capuozzo (Gennarino), medaglia d’oro al valor militare alla memoria: aveva undici anni.

Le figure del bimbo Gennarino, dello sventurato marinaio Andrea Mansi, del professor Antonino Tarsia in Curia si ritrovano nel bel film di Nanni Loy Le Quattro giornate di Napoli, girato nel 1962 su soggetto di Vasco Pratolini, Massimo Franciosa, Pasquale Festa Campanile e dello stesso Loy, sceneggiatori della vicenda insieme con lo scrittore napoletano Carlo Bernari.

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Un’opera di straordinario impegno civile: «i molti attori, italiani e stranieri, che parteciparono alla realizzazione del film [Gianmaria Volontè, Lea Massari, Jean Sorel, ai quali si uniscono validi rappresentanti della tradizione teatrale partenopea], ne vollero sottolineare la straordinaria coralità, e con un gesto semplice ma significativo chiesero alla produzione di omettere la citazione dei loro nomi dai titoli di testa e di coda della pellicola» (Antonio Frattasi).

Un film corale, dunque, caparbiamente girato in presa diretta per le piazze e i vicoli della città («nel dedalo di vie intorno a Piazza Carlo III, in una stazione della Funicolare di Montesanto, alla Sanità, a Piazza San Luigi, ai Ventaglieri, a Largo Tarsia, a Salita Pontecorvo, a Vico Rosario a Porta Medina, al Rettifilo»), al quale fa da colonna sonora la celebre Tarantella tragica di Carlo Rustichelli: popolare e dolente, proprio come Napoli.

 

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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