Laura Bianchini. Una scorza ruvida, ma intensa

Dev’essere stato emozionante quel 25 settembre del 1945 varcare la soglia di uno dei palazzi del potere, Montecitorio, da sempre precluso alle donne. «Erano esigue, ma disinvolte», così scrive  il giornale della sezione femminile della Dc, per indicare le tredici donne che entrarono a far parte del primo organo legislativo non elettivo dopo la dittatura fascista, la Consulta Nazionale, che rimase in carica fino all’insediamento della Costituente.

Tra di esse anche Laura Bianchini, una delle nostre madri costituenti, di cui conosciamo poco forse per il suo carattere scostante, burbero e non avvezzo al palcoscenico politico; oppure perché uno studio approfondito sulla sua figura è legato ad una tesi di laurea il cui autore, scomparso prematuramente, non è riuscito a discutere. Il 27 settembre si ricorda la sua morte, avvenuta a Roma 36 anni fa, ed è un’occasione per conoscerla meglio restituendole il posto che le spetta nella storia di un Paese in cui il riconoscimento dei diritti politici alle donne è arrivato tardi e l’accoglienza che è stata riservata loro non è stata delle migliori.

Nel 1946, la donna italiana nell’arena politica era considerata, infatti, nella migliore delle ipotesi, una sorta di ornamento che poteva donare un tocco di eleganza e di armonia, come afferma lo stesso Fanfani che commenta in quel modo l’ingresso delle democristiane alla Costituente. Gli interventi di stampo paternalistico si alternavano con affermazioni più pungenti nei confronti dell’accesso delle donne agli organi democratici. Una cosa però fu subito chiara a tutti: le tredici donne della Consulta prima, le ventuno costituenti poi e le donne che, infine, fecero parte delle prime amministrazioni locali postfasciste, non erano disposte ad accettare tale trattamento. Erano intrepide, coraggiose e ci voleva ben altro per fermarle visto che, per molte di loro, la principale palestra politica non era stata l’occupazione di uno scranno parlamentare, ma la militanza attiva nella Resistenza dove erano state staffette, combattenti e avevano ricoperto incarichi pericolosi e politicamente significativi.

Il problema principale che dovettero affrontare sia le madri costituenti, che le prime parlamentari e le consigliere comunali fu la legittimazione agli occhi dell’opinione pubblica di essere capaci ed utili alla politica. Si scontrarono spesso con alcuni giornalisti, che facevano allusioni al loro aspetto fisico, ai loro abiti e al modo di acconciare i capelli piuttosto che parlare del loro orientamento in merito a determinate questioni politiche determinanti o fare riferimenti alle proposte che avanzavano; e anche con alcuni colleghi troppo galanti e protettivi. Le donne che si affacciavano all’esperienza politica nelle prime istituzioni libere avrebbero voluto invece più attenzione per i titoli di studio, per i loro curricola e per le idee e i progetti contenuti in fogli e documenti che portavano sempre con loro quando si recavano alle riunioni.

È certo comunque che Laura Bianchini non si fece intimorire da tutto ciò, ma fece ricorso al suo carattere poco malleabile e poco remissivo per fronteggiare il clima descritto e per farsi conoscere e apprezzare prima all’interno del partito che rappresentava e poi nell’arena politica nazionale.

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Intitolazione a Castanedolo

Era nata il 23 agosto del 1903 a Castanedolo da una famiglia piuttosto modesta e ciò non le aveva permesso di frequentare in modo regolare la scuola dovendo lavorare precocemente. Continuò comunque a studiare e acquisì prima la patente per l’insegnamento elementare e successivamente la laurea in filosofia presso l’Università del Sacro Cuore di Milano. Durante gli anni milanesi, Bianchini si formò una spiccata sensibilità filosofica avvicinandosi molto al pensiero di Jacques Maritain. Esponente del neotomismo, questo filosofo francese considerava la democrazia e le libertà moderne come presupposti irrinunciabili e teorizzò un nuovo umanesimo, definito “teocentrico”, cioè ispirato ad un nuovo ideale di cristianità che fosse alternativo al marxismo, al liberalismo e al fascismo. Pur riconoscendo il principio fondamentale della democrazia, la sovranità popolare, Maritain lo faceva discendere direttamente da Dio giustificando quindi il fatto che la legge civile dovesse rispettare quella morale della coscienza e quest’ultima la legge eterna.

La costruzione di una nuova cristianità, aperta ai valori dell’umanità contemporanea e meno asservita alla cultura del regime fascista, era l’obiettivo di una corrente sempre più forte all’interno della Fuci (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), guidata da Igino Righetti e Giovanni Battista Montini (il futuro Paolo VI) e del Movimento dei Laureati di cui Bianchini faceva parte, diventando nel 1925 presidente della sezione Fuci di Brescia. Ritornata quindi nella sua città d’origine, intraprese la professione di insegnante prima nelle scuole elementari, poi presso il Liceo “Arnaldo”, dove insegnò filosofia e storia e, infine, divenne preside dell’Istituto Magistrale cittadino. Affiancò all’insegnamento l’attività di pubblicista per riviste pedagogiche e religiose. Fu proficua per lei soprattutto la collaborazione con la Casa editrice La Scuola per la quale scrisse anche delle antologie per le/gli studenti.

Laura Bianchini fu anche una vivace interprete del dibattito interno al movimento cattolico dell’epoca in cui educazione civile ed emancipazione femminile si intrecciavano. Progressivamente le sue riflessioni filosofiche e religiose la portarono ad abbracciare le ragioni dell’antifascismo militante cattolico di cui, dopo l’8 settembre 1943, divenne un punto di riferimento fondamentale. Ospitò infatti nel suo appartamento bresciano le prime riunioni del Cln (Comitato di Liberazione Nazionale) locale e si dedicò con astuzia ed abilità alla pubblicazione e diffusione della stampa clandestina, improvvisandosi tipografa. Firmava i suoi articoli con stravaganti pseudonimi (Penelope, Don Chisciotte, Battista) compiendo una scelta diversa rispetto a molte partigiane cattoliche che si erano ispirate invece al culto di sante eroiche per scegliere il proprio nome di battaglia. Il giornale clandestino bresciano, del quale si occupò, era “Brescia-Libera” e dalle sue colonne Bianchini delineò uno dei temi fondamentali di tutte le sue future battaglie politiche: il ruolo sociale e civile dell’insegnamento. Scriveva infatti, rivolgendosi direttamente agli insegnanti, dopo la nascita della Rsi (Repubblica Sociale Italiana): «Voi avete la responsabilità gravissima di averci illusi. Voi che tacevate, che sopportavate, che non avete mai trovato il coraggio di dire a noi, giovani inesperti la parola della verità» e continuava «Se giurate [per la Rsi] non siete educatori di anime, siete dei corruttori di costume». Compito degli educatori, che Bianchini individuava sia nella figura dei genitori che degli insegnanti, era quello di sviluppare nei giovani quella sensibilità sociale e quella responsabilità civile in grado di permettere la formazione di una comunità di individui che riconoscessero reciprocamente il proprio valore per potersi sostenere e conquistare i valori specifici della vocazione di ciascuno.

Accusata di cospirazione e temendo l’arresto da parte della polizia politica nazifascista, Bianchini si trasferì a Milano dove trovò rifugio in un convento e continuò l’attività di opposizione all’occupazione in varie forme. Innanzitutto divenne redattrice e coordinatrice del “Ribelle”, foglio fondato da Teresio Olivetti e organo di stampa delle Fiamme Verdi (formazione partigiana di orientamento cattolico) e poi si occupò dei collegamenti tra il Cln milanese e le formazioni partigiane diventando staffetta partigiana di Enrico Mattei; quest’attività le valse il riconoscimento del grado di maggiore dell’esercito partigiano. Inoltre organizzò i soccorsi per i detenuti di San Vittore e per i perseguitati politici ed ebrei per i quali progettava l’espatrio in Svizzera.

Subito dopo la Liberazione, Bianchini venne scelta dalla Dc per la Consulta, essendo molto apprezzata soprattutto per la sua profonda conoscenza maturata nei confronti dei problemi relativi all’educazione e alla scuola, non a caso fece parte della commissione istruzione e belle arti. Nel 1946, fu eletta alla Costituente e, per poter partecipare più agevolmente ai lavori dell’assemblea, prese in affitto un appartamento in via della Chiesa Nuova in uno stabile di proprietà di due intellettuali romane, le sorelle Pia e Laura Portoghesi. Come era accaduto a Brescia nei mesi immediatamente successivi all’armistizio, ancora una volta la casa di Laura Bianchini divenne il punto di riferimento di un gruppo di politici democristiani che, saputa la disponibilità di altri appartamenti in affitto nello stesso stabile, vi si trasferirono. Fra di essi c’erano Dossetti, Fanfani, Lazzari, Glisenti che, insieme alla deputata, formarono quella che passò alla storia come la “Comunità del porcellino” perché Vittorino Veronese, vicepresidente delle Acli, invitato ad un pranzo dalla Bianchini, vi si presentò con un porcellino.

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La Comunità del porcellino, 1946

Tutti i politici democristiani aderenti al gruppo, a cui si aggiunse anche Giorgio La Pira, si trovavano di solito all’ora dei pasti e utilizzavano questo momento conviviale per discutere di politica e di Costituzione. Essi diedero infatti un contributo fondamentale alla stesura della prima parte dei testo costituzionale. Non mancarono comunque ospiti d’eccezione alla “mensa del porcellino” fra cui Aldo Moro, padre Gemelli, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e lo stesso filosofo Maritain.

Laura Bianchini amava la buona cucina e approfittava dei pasti per esporre in modo deciso e determinato le sue posizioni e proposte politiche tanto da meritarsi l’aggettivo intensa da parte di Concetto Marchesi che rimase colpito dalle abilità oratorie della deputata.

Venne riconfermata alla Camera nelle elezioni politiche del 1948 e, nonostante fosse stata inserita in una commissione sulla miseria in Italia, continuò il suo impegno a favore delle politiche scolastiche nella difesa della scuola privata in nome del pluralismo sociale e per il riconoscimento della scuola dell’infanzia non come semplice luogo di assistenza, ma di formazione. Sempre durante la prima legislatura, partecipò al progetto di riforma della scuola di Gonella che prevedeva l’istituzione della scuola media e l’obbligo scolastico fino ai 14 anni, ma che non venne approvato. Dopo la mancata rielezione alle politiche del 1953, Laura Bianchini riprese la sua precedente attività, ricoprendo la cattedra di storia e filosofia presso il Liceo Classico “Virgilio” di Roma fino al 1973 e si spense, sempre a Roma, nel 1983.

La scorza ruvida che portò alcuni a paragonarla ad un vecchio alpino non offuscò la profonda passione civile e politica di una delle nostre madri costituenti che fece delle battaglie per l’educazione una delle ragioni principali della propria vita lasciandoci in eredità l’alta funzione sociale dell’insegnamento come forma di resistenza civile.

A lei sono state dedicate strade in molte città italiane.

Foto 3. Roma. laura bianchini1.jpg
Roma. Intitolazione ottenuta attraverso un progetto didattico di Toponomastica femminile, sostenuto dal Comune di Roma.

 

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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