Di rosa vestita. La Puglia, una storia di creatività

Nel pensare un ipotetico viaggio alla scoperta del vino italiano a firma di donne ero consapevole che prima o dopo avrei dovuto affrontare un nodo ostico per chi frequenti e pratichi la questione femminile, ossia quello del colore che più di ogni altro possiede un significato sociale e una forte associazione di genere: il rosa.

La pratica di attribuire un colore a un genere è infatti lo stereotipo più radicato nella società attuale, in particolare nel nostro Paese. È inculcato ai bambini e alle bambine sin dalla nascita, basti pensare alla tinta del fiocco associato al nascituro o alla nascitura: blu se maschio, rosa se femmina. A ben vedere però, non è sempre stato così. Sembra infatti essere una pratica relativamente recente. Nel Settecento, ad esempio, gli uomini indossavano abiti di seta rosa con ricami, i bambini e le bambine fino ai sei anni vestivano abiti bianchi che non permettevano la distinzione tra i sessi. Anzi, era esattamente l’opposto: il rosa era considerato la variante del rosso più adatta alla vita sociale, colore legato alla passione, alla forza, ai combattimenti, mentre il blu rimava con l’azzurro, colore con cui veniva rappresentata il velo della Vergine. Il cambiamento iniziò tra gli anni Trenta e Quaranta, quando gli uomini iniziarono a indossare colori scuri, nell’immaginario collettivo legati al mondo degli affari, e distinti dalle tonalità chiare relative alla sfera domestica. Per una sorta di effetto domino o malsana equazione il colore rosa finì per essere identificato con le donne: se le tinte chiare sono attribuite alla sfera domestica e la suddetta è uno spazio che la cultura patriarcale ha attribuito al destino “naturale” delle donne, relegandole al ruolo di cura, allora il rosa le rappresenta. 

Il colore rosa non in se stesso ma in quanto associato a tale concetto di “femminilità” fu oggetto di contestazione da parte del movimento femminista durante gli anni Sessanta e Settanta. Le militanti optarono per l’uso di colori neutri che non venissero associati ad alcun genere. A partire dagli anni Ottanta, tuttavia, complici il capitalismo e le strategie di marketing, la moda dei colori legati al genere d’appartenenza si impose e si diffuse in tutti i settori, connotando tutti i beni di consumo, fino a radicarsi nelle coscienze come associazione automatica. Solo recentemente, in occasione delle contestazioni del nuovo movimento transfemminista, si sta cercando di superare l’opposizione non solo e non più nella canonica sintesi, ma rivendicando la libertà di scelta.

Anche il mondo del vino non è immune agli stereotipi legati al concetto di “femminile”, e il vino rosato ne è l’emblema. Si rischia ancora di incorrere in associazioni che legano il colore rosa alle donne, le donne al profumo fragrante e a una trama sinuosa, e così si finisce per dare vita a narrazioni distorte, ossia che il rosato rappresenti il vino “femminile” per eccellenza, di pronta beva, aromatico, caratterizzato da un sorso poco impegnativo, privo dell’opulenza e della maschia struttura. Ci si immagina di consumarlo fresco, durante l’aperitivo estivo al tramonto. Insomma, descrizioni degne del fantomatico “genere rosa”.

Com’è possibile, allora, parlare del vino rosato, per giunta prodotto da donne, in termini di professionalità e serietà, relazionandosi a un prodotto di carattere e personalità? Ovviamente guardando all’originario significato del termine, che è avulso dalla sessualizzazione e dagli stereotipi. 

Secondo l’Enciclopedia Treccani il termine rosato, derivato di rosa, appare nel XXX canto del Purgatorio di Dante Alighieri con il significato “Del colore della rosa”, e ricorre nella medesima accezione anche in Petrarca e Leopardi, mentre in Boccaccio si attesta con il significato “Che contiene essenza di rose, aromatizzato con essenza di rose”. E ancora, può essere usato nella funzione appositiva o attributiva per indicare il colorito delle guance o alcune varietà di geranio. E fin qui nulla che rimandi alle donne. Al senso figurato del termine rosa si associa un atteggiamento o un carattere improntato a ottimismo, per lo più eccessivo, a serenità interiore, che traslato nell’ambito letterario, cinematografico o televisivo finisce per indicare un romanzo, un film, un telefilm caratterizzato da una tematica amorosa, di tono sentimentale e leggero. Non vi è insomma nessuna allusione al femminino o al femminile, a riprova del fatto che l’analogia tra il rosa, nei suoi toni languidi e sentimentali, delicati e leggeri, e le donne, è una costruzione della società.

In relazione al vino, il rosa è utilizzato in numerose declinazioni: rosato, rosatello, o nella variante francese rosé, a significare un vino di colore rosso chiaro fatto con uve rosso chiare o miste. Ci si è spesso domandate, anche e soprattutto tra le personalità esperte del settore vinicolo, il motivo per il quale si chiami vino rosato e non rosa, dal momento che gli altri sono definiti bianco e rosso, e per giunta non esiste il verbo “rosare” su cui costruire il participio passato. Ebbene, per rispondere al quesito si potrebbe invocare un’altra accezione che Treccani fornisce del termine rosa: colore intermedio tra il bianco e il rosso, da cui il termine derivato. La motivazione si potrebbe addurre anche alle modalità di vinificazione. In alcuni casi, infatti, si esegue lo stesso procedimento applicato nei vini rossi, e cioè a partire da bucce di uva a bacca rossa lasciandovi il mosto a contatto, ma per un limitato periodo di tempo a seconda del grado di colorazione che si desideri ottenere nel gergo tenue, rosa, chiaretto (in modo ossimorico il più scuro) metodo denominato saignée o salasso; in altri, si miscelano uve bianche e rosse; o ancora, ma questo è un sistema meno diffuso – e proibito dal disciplinare italiano e francese, se si eccettua la regione della Champagne – tramite l’assemblaggio di un vino bianco e uno rosso. Un rosato, tuttavia, è molto di più che una via intermedia tra il vino bianco e quello rosso: è dotato di una storia, un’identità e una dignità.

A questo proposito, la regione italiana che maggiormente si è distinta per una rivendicazione in tale senso è la Puglia, terra particolarmente vocata per la produzione di rosati. Regione dell’Italia meridionale rivolta più di tutte all’Oriente, di cui ha fortemente risentito l’influsso nel corso dei secoli, si dispiega tra colline, pianure e scogliere a picco sul mare, a nord-est Adriatico, a sud-ovest Ionio. A ridosso di questo suggestivo profilo geografico si stagliano molte delle attrattive che la regione offre: dalle chiese arroccate alle cattedrali romaniche, dai santuari al castello di Federico II e ai reperti barocchi; e ancora i trulli, i parchi nazionali del Gargano e delle Murge, le riserve marine delle Isole Tremiti e di Torre Guaceto. La Puglia è inoltre la culla di una delle manifestazioni più significative della cultura popolare in Europa: la Notte della Taranta, dedicata ai balli tradizionali della taranta e della pizzica salentina. Tra i prodotti tipici si annoverano il pane di Altamura Dop, il capocollo di Martina Franca, le bombette di Cisternino, molte varietà di olio extravergine di oliva. 

Dal punto di vista vitivinicolo, si distinguono tre zone principali: Daunia e Alta Murgia, a nord, Bassa Murgia e Valle d’Itria, al centro, Salento al sud. Tra i principali vitigni coltivati ci sono gli autoctoni Bombino Bianco e Nero, il Bianco d’Alessano, con cui si produce il Locorotondo, il vino bianco più noto della regione, poi ancora la Malvasia Nera di Brindisi e Lecce, l’uva di Troia, coltivata nei pressi di Bari, il Primitivo e il Negroamaro a sud, anche se in tutta la regione permangono tracce di Aglianico, Montepulciano e Sangiovese. Insomma, a seconda delle diverse aree vinicole e dei vitigni impiegati si realizza un’ampia gamma di vini con delle caratteristiche estrinseche e intrinseche proprie e diverse dalle altre.

Non si può non menzionare il Salento, e in particolare il comune di Salice Salentino, ove dal 1665 è situata l’antica cantina Leone de Castris, culla del primo vino rosato a essere imbottigliato e venduto in Italia, nel 1943, e da subito esportato negli Stati Uniti. Il nome Five Roses vino realizzato con il novanta per cento di Negroamaro e il restante dieci per cento di Malvasia Nera, frutto del lavoro dei coniugi Lisetta e Piero deriva dall’anglicizzazione del nome di una contrada nel feudo di Salice Salentino, chiamata appunto “Cinque Rose” (voluta da un commissario per gli approvvigionamenti delle forze alleate, che sul finire della guerra richiese una grossa fornitura di vino rosato), ma anche dal fatto che per molte generazioni ogni Leone de Castris ha avuto cinque discendenti.

Nel vasto e variegato panorama vitivinicolo pugliese, si distingue un’azienda agricola che si è rivelata essere una perla di Only Wine Festival, il salone dedicato alle migliori cento piccole cantine italiane “under 40” selezionate dall’Associazione Italiana Sommelier, che si tiene ogni anno alla fine di aprile a Città di Castello, in Umbria. L’azienda Famiglia Pepe, situata nell’agro di Poggiorsini, in provincia di Bari, nasce tre anni fa come naturale estensione della più grande e longeva cantina di proprietà di Raffaele Pepe. La conduzione è stata ereditata dalle quattro figlie: Caterina Pepe, agronoma; Valentina Pepe, sommelière presso l’Associazione Italiana Sommelier; Micaela Pepe, laureata in Economia e consulenza professionale per aziende, si occupa della gestione amministrativa e organizzativa; Raffaella Pepe, che gestisce logistica, ordini e contabilità. Non ultima, un’enologa esterna, Valentina Ciccimarra, va a corroborare un team di sole donne che condividono un preciso progetto innovativo volto a conferire un respiro dinamico alla filosofia produttiva: a partire dalle lavorazioni dei vigneti, rigorosamente realizzate nel rispetto del territorio, guarda alle tradizioni ma si allinea con le tecniche enologiche d’avanguardia.

 

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Le sorelle Pepe

Lo spirito d’iniziativa delle quattro sorelle si distingue anche per una mirabile pratica di supporto sociale che ben incarna il motto “Pensa globale, agisci locale” a cui ci si dovrebbe ispirare per realizzare un progetto sistematico, strutturato ed efficiente, e riproporlo su vasta scala. Nel tentativo di creare opportunità lavorative per le donne, selezionano un personale prevalentemente di genere femminile, volto anche a creare un ambiente di lavoro stimolante e propositivo. Inoltre, propongono orari flessibili per consentire alle lavoratrici di disporre di tempo libero in base alle necessità, e a coloro che sono anche madri è consentito portare le figlie e i figli sul campo, non solo per necessità logistiche, ma anche per infondere loro dei valori, come il rispetto per l’ambiente circostante e il lavoro. 

L’apporto decisivo del team si riconosce anche e soprattutto nella volontà di realizzare vini di eccellenza e artigianalità, con particolare attenzione alla materia prima. Per questo motivo, nel 2015, la tenuta è stata ampliata, attraverso l’acquisto di due ettari di terreno per la coltivazione dell’Aglianico, con il quale si realizzano circa 5000 bottiglie. Dedicato alle autrici di questa intraprendente scelta, che ha prodotto un vino rosso dall’alto profilo qualitativo, dalla sottile trama tannica e una lunga persistenza, si chiama “4uattrossorelle”. Nella versione rosata, sotto il nome di Rosé di San Cataldo, è caratterizzato da una vasta gamma olfattiva che va dai piccoli frutti rossi alle note minerali, ma soprattutto si distingue per grande struttura e corpo che lo rendono adatto a sostenere un intero pasto, il tutto in una veste luminosissima di colore rosa vivido che racchiude tutta la forza e lo spirito d’iniziativa delle donne che lo producono.

L’esperienza delle sorelle Pepe e delle tante altre professioniste nel mondo del vino che si impegnano a riqualificare il colore rosa, realizzando vini di grande carattere e personalità, rivendica la volontà  delle donne di riappropriarsi, nel senso umanistico del termine, del suo significato originario, e di liberarlo dai condizionamenti della società e della cultura patriarcale. E proprio un anelito di libertà va a sugellare la decennale e singolare storia del rosa, quello che Virginia Woolf, la mente tra le più geniali del suo tempo ma anche del nostro! ha definito come ideale androgino: «In ognuno di noi presiedono due poteri, uno maschile, uno femminile. La mente androgina è risonante e porosa, naturalmente creativa, incandescente e completa».

Insomma, né uomo né donna, né femminile né maschile, né forza né delicatezza, celebriamo piuttosto il rosa come il modo più creativo di essere e stare al mondo. Quello di tutte le donne, a cui virtualmente brindiamo con un calice del vino che simbolicamente porta il nome di tutte le sorelle del mondo!

 
Per saperne di più:
https://www.facebook.com/profile.php?id=100011770775384
http://www.pugliainrose.it/
https://www.leonedecastris.com/

Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_nEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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