Una nuova forma di schiavitù femminile. La dipendenza affettiva

In Italia è solo da pochi anni che studi clinici e ricerche si occupano di un disturbo mentale che, al contrario, negli Stati Uniti è da più di trent’anni oggetto di ricerca: si tratta della dipendenza affettiva. Recentemente tale disturbo è stato anche inserito nella più ampia categoria delle New Addiction (Nuove Dipendenze) che non prevedono l’uso di sostanze, ma comportamenti ed attività collegate alla vita quotidiana in grado di determinare però conseguenze gravissime sulla salute come ad esempio le dipendenze dal gioco, da internet, dallo shopping, dal lavoro, dal sesso e dalla pornografia e dal cibo. Se si scorrono i dati statistici, è possibile rilevare che la dipendenza affettiva ha un’incidenza nettamente superiore sulla popolazione femminile perciò, pur consapevole del fatto che il fenomeno riguardi in parte il mondo maschile, cercherò di raccontarlo dal punto di vista delle donne.

Questo disturbo mentale può essere definito come una forma patologica d’amore fondata sulla costante e continua mancanza di parità e di reciprocità all’interno della coppia nella quale si può riconoscere la dipendente affettiva, che cerca in qualsiasi modo di soddisfare le esigenze di un compagno con una personalità problematica, il più delle volte patologica, che, non solo non prova un sincero sentimento di attaccamento ed affetto verso la compagna, ma addirittura la sfrutta senza risparmiarle critiche ed umiliazioni al fine di nutrire il proprio smisurato ego, facendola sentire sbagliata ed inadeguata.

La dipendente porta di solito dentro di sé delle ferite affettive legate all’infanzia e/o all’adolescenza che hanno compromesso la costruzione di un’adeguata immagine di sé e ne hanno minato l’autostima. Non è corretto associare l’immagine della dipendente affettiva a quella di una donna socialmente ed economicamente sottomessa, certo chi soffre di questa dipendenza porta dentro di sé un bagaglio di sofferenza emotiva notevole, ma molti psicologi sono concordi nel sostenere che anche donne emancipate, affermate nel loro settore in quanto ottime professioniste, possano presentare un quadro di questo tipo con un’incidenza a volte maggiore.

Al di là delle fragilità emotive più o meno evidenti in soggetti affetti da questo disturbo mentale, bisogna comunque riconoscere la persistenza di alcuni stereotipi di genere che contribuiscono a creare condizioni favorevoli allo sviluppo di una dipendenza affettiva. Se sul vissuto emotivo l’intervento richiede spesso l’ausilio di un/a esperto/a, per neutralizzare l’incidenza degli stereotipi di genere, un ruolo determinante può essere svolto dalla famiglia e dalla scuola e, quindi, da un’educazione che fornisca i giusti anticorpi. Tra gli stereotipi di genere a cui si faceva riferimento, ce ne sono due particolarmente resistenti: la “sindrome della crocerossina” e l’idea “dell’amore sacrificio”. Il primo si può riassumere come segue: 1) con il mio amore lo cambierò; 2) con il mio amore lo salverò; 3) quando non l’avrò né cambiato, né salvato, non l’accetterò e mi autodistruggerò (se non l’avrà già fatto lui, forte del potere assoluto che ormai esercita su di me). L’idea che l’amore richieda il sacrificio di sé e della propria individualità è insita in un’educazione femminile asimmetrica nella quale alla rinuncia viene attribuito un valore diventando l’unità di misura della capacità di amare. Considerato in questo modo, l’amore diventa un meraviglioso tappeto sotto il quale continuare a nascondere a sé stesse le umiliazioni, le bugie, i maltrattamenti verbali ed emotivi, i tradimenti continui e purtroppo anche le violenze fisiche, arrivando addirittura a giustificarli ed accettarli.

Secondo alcuni studi, la dipendenza affettiva nasce prima del rapporto di coppia nella scelta reciproca tra gli individui coinvolti: la persona dipendente affettiva, pur captando dentro di sé dei segnali che le fanno percepire le incongruenze nel comportamento del compagno, invece di allontanarsi si avvicina. A sua volta lui che, spesso, è un soggetto con disturbi connessi alla personalità soprattutto afferenti al Cluster B (personalità antisociale, borderline, narcisista), sceglie con attenzione la futura compagna individuando il suo stato di sofferenza emotiva, ma soprattutto ciò che a lui manca e cioè l’empatia, quella straordinaria capacità umana di percepire lo stato d’animo e i bisogni dell’altro. Il consolidamento di una relazione tossica e abusiva determina la caduta della dipendente in un vortice, un buco nero sempre più profondo dove la posta in gioco diventa sempre più alta: è come se lei volesse riempire con il proprio amore un secchio d’acqua non vedendo la presenza di buchi ovunque e perdendo sempre più energie e il contatto con sé stessa. In cambio di affetto, energie emotive, devozione e rinuncia di sé, la dipendente ottiene solo le briciole donate da un compagno che non è in grado di provare un affetto sincero e disinteressato.

Cosa spinge una persona a proseguire una relazione così sbilanciata e che può diventare pericolosamente abusiva?

Anche per la risposta a questa domanda, le ricerche di settore proliferano a dismisura indagando le cause di un fenomeno ormai molto diffuso. Alla base della dipendenza affettiva, come per tutte le altre, ci sono reazioni chimiche che, in questo caso, sono provocate dal continuo alternarsi di momenti di sintonia e grande passione, abilmente creati dal partner abusante per tenere legata a sé la compagna, con l’allontanamento, lo scarto e l’abbandono. È come vivere costantemente sulle montagne russe e ciò determina il rilascio di sostanze come la dopamina, l’ossitocina e l’adrenalina dalle quali si diventa dipendenti e senza le quali si sente di non poter vivere tanto che l’insopportabile senso di mancanza, che si prova nei periodi di svalutazione e scarto, costringe ad affrontare vere e proprie crisi di astinenza. Un altro elemento che rende molto complessa e problematica la consapevolezza di essere vittime di una dipendenza e di un abuso emotivo è la dissociazione cognitiva. Essa è la tendenza, di fronte all’esistenza di due idee incompatibili, ad eliminare o evitare quella che risulta più destabilizzante per le proprie convinzioni. Questo processo, che porta la dipendente a sentirsi progressivamente sempre più alienata e distaccata dalla realtà, come se fosse un drone che guarda le cose pilotata da un compagno che la sta manipolando, fa in modo che lei accetti incondizionatamente la verità preconfezionata per lei da lui piuttosto che perderlo. Tra le forme di manipolazione più subdola messe in atto e che determinano lo stato di dissociazione cognitiva, ci sono il gaslighting e la triangolazione. Il primo che, di solito, segue una fase di intenso corteggiamento in seguito al quale la dipendente sviluppa un sentimento forte e profondo per il compagno di cui si fida ciecamente, è una forma di violenza psicologica nella quale le vengono date delle false informazioni in netto contrasto con quello che lei dice di aver visto, sentito, letto o compreso. Più lei si mostra convinta delle sue percezioni, più viene messa in discussione la verità di cui è testimone e questo la fa sprofondare in una crisi dilaniante che può sfociare nella follia dal momento che non riesce ad accettare che colui che fino a poche ore prima si dichiarava tanto innamorato e devoto possa mentirle e svalutarla in quel modo e, in definitiva, si condanna ad accettare le bugie dell’altro e a mettere in discussione le proprie verità. La triangolazione, invece, è una forma di svalutazione che consiste nell’utilizzare relazioni vere o presunte con altre donne per mettere in discussione la dipendente affettiva. I tradimenti che, nei rapporti tossici e abusivi sono piuttosto ricorrenti da parte dell’abusante, non vengono tenuti nascosti, ma svelati e utilizzati per minare ancora di più l’autostima della dipendente alla quale viene attribuita la responsabilità di ciò giocando sui suoi sensi di colpa e sulle presunte mancanze nei confronti del compagno; insomma la logica è quella del «ti ho tradita per colpa tua». A questo si aggiunge anche il confronto con l’altra donna presentata come più intelligente, sensuale, insomma migliore della dipendente affettiva che, oltre a sentirsi sempre più inadeguata e sbagliata, giustificherà e perdonerà il tradimento considerandolo una sua responsabilità.

La dipendenza fisica e la dissociazione cognitiva compromettono la salute della dipendente e la portano a sviluppare una serie di disturbi che vengono oggi inseriti in quello che è stato definito Disturbo Post Traumatico da Stress e che si manifesta con una serie di sintomi, a volte associati fra loro, quali stanchezza costante e prolungata in grado di compromettere lo svolgimento delle abituali attività quotidiane; ansia e paura croniche; depressione; disturbi alimentari; insonnia e addirittura lo sviluppo di malattie autoimmuni come lupus e fibromialgia. È spesso l’insorgere di questi sintomi a portare la dipendente ad intraprendere un percorso di recupero che, a seconda del soggetto, della durata della relazione patologica e della determinazione ad uscirne, ha una durata differente e si configura come un processo complesso e doloroso, ma assolutamente necessario perché la possibilità di guarire liberandosi da questa forma di dipendenza c’è. Il primo passo è la consapevolezza e l’accettazione di essere affette da un disturbo che, come sosteneva Freud con il suo principio della coazione a ripetere, è destinato a riprodursi in quanto la dipendente affettiva ritiene inconsciamente di non meritare nessun altro tipo di relazione se non quella con uomini abusanti. Leggere e documentarsi, studiando le dinamiche che si attivano con la dipendenza, diventa propedeutico e necessario al fine di individuare nella propria relazione tutte le bugie, le manipolazioni e gli abusi di cui si è o si è state oggetto: è un percorso molto doloroso, che richiede l’aiuto di persone esperte, nonché quella lucidità e quel distacco emotivo che solo la lontananza e la mancanza di contatto con l’abusante può garantire. Il recupero di sé, della propria identità è un atto di coraggio e determinazione perché significa riaprire quelle cicatrici dell’anima, con cui la persona che si credeva di amare ha giocato di continuo, per poterle chiudere definitivamente. Oltre all’ausilio di uno/a specialista, ci sono altri importanti alleati in questo percorso: la pazienza verso quella parte di sé fragile e dipendente che spesso riaffiora, e che va rassicurata ed accolta, ma mai assecondata perché è quella che riattiverebbe la dipendenza; la determinazione con cui si combattono le battaglie più difficili; la fiducia nei confronti di sé stesse.

C’è poi la sorellanza femminile, quella capacità tutta femminile di creare ponti e reti fra donne per vivere e condividere il dolore e le ferite e per combattere una nuova forma di schiavitù che si nutre della disuguaglianza, della disparità, della subordinazione e dell’abuso all’interno di una relazione in cui l’amore, uno dei sentimenti umani più forti e potenti, viene sfruttato in modo subdolo da chi vuole togliere energia, tempo e vita.

 

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...