Eleonora Duse, una donna

Io mi metto con loro e per loro e le frugo”

Chi come me ha frequentato l’ultimo anno di superiori in quel 1999/2000, che segnava la fine di un secolo, forse si ricorderà di un calendario, realizzato da alcune case editrici scolastiche, che celebrava il Novecento ricordandone per ogni mese i principali eventi del secolo. Era in formato poster e fu per tutto l’anno scolastico posizionato di fianco al mio banco; al centro c’era l’immagine color seppia di colei che per me diventò un’icona di quel sentirsi donne tra due secoli: Eleonora Duse.

I lineamenti del viso marcati, in netto disaccordo con l’estetica dell’epoca, facevano da sfondo a due occhi penetranti ed intensi incorniciati da una folta chioma di capelli scuri che ricadevano sciolti sulle spalle, celebrati fra l’altro in una delle pagine memorabili del Piacere di D’annunzio. Una bellezza anticonformista e rivoluzionaria come del resto fu tutta la vita di una donna che passeggiò tra due epoche trasformando radicalmente l’arte del teatro con una grazia ed un fascino che le valsero il titolo di Divina.

Già la sua nascita testimonia il suo essere di passaggio: Eleonora Duse nacque su un treno, che stava attraversando il territorio pavese, nei pressi di Vigevano, il 3 ottobre 1858. I genitori erano due attori che gestivano una compagnia teatrale di dilettanti girovaghi e le fecero trascorrere un’infanzia avventurosa e nomade. Il suo debutto avvenne precocemente: a quattro anni interpretò Cosetta dei Miserabili di Hugo, a 12 sostituì la madre malata nella parte di Francesca nella Francesca da Rimini di Pellico e a 14 anni calcava le scene interpretando la Giulietta di Shakespeare. Il ruolo che però la consacrò come un’attrice adorata dal pubblico e apprezzata dalla critica fu Teresa Raquin di Zola, opera che interpretò come protagonista a soli vent’anni.

Le sue scelte artistiche furono audaci e trasformarono il modo di fare teatro dell’epoca: innanzitutto la decisione di interpretare personaggi della narrativa contemporanea francese, dai naturalisti a Dumas e Sardou, ma anche i veristi come Verga di cui portò in scena la Cavalleria Rusticana nel ruolo di Santuzza; poi il rifiuto dell’enfasi eccessiva e delle caricature barocche dei personaggi nonché dell’uso di un trucco troppo pesante e di parrucche. Eleonora Duse recitava spesso tenendo i capelli sciolti e senza eccedere con ciprie e ombretti, anzi a volte proprio non li usava, inoltre scelse sempre opere che fossero in grado di esplorare l’interiorità femminile che, nella società perbenista e ipocrita di fine secolo, era spesso alienata e frustrata da costrizioni sociali e dalla mancanza di emozioni sincere. Era solita affermare infatti che: «le donne delle mie commedie mi sono talmente entrate nel cuore e nella testa che mentre m’ingegno di farle capire a quelli che m’ascoltano, sono esse che hanno finito per confortare me». Un altro elemento che caratterizzò il teatro di Duse fu la recitazione sempre in lingua italiana che si accompagnava ad una gestualità provocatoria, ma priva di enfasi e platealità; prediligeva invece l’intensità emotiva dei movimenti, l’uso di una voce naturale e spontanea e la ripetizione delle battute ricorrendo al sussurro. Anton Cechov, dopo averla vista recitare nella Cleopatra di Shakespeare, pur non conoscendo una parola di italiano, dichiarò di aver compreso tutto e non poté che rimanere ammaliato dal fascino artistico della Divina Duse.

Oltre ad un’innata capacità di entrare nell’intimo dei personaggi che interpretava, tanto che spesso i drammaturghi riscrivevano le battute dopo le prove dell’attrice perché lei forniva loro spunti per migliorarli, c’era in lei la convinzione che recitare fosse un sentire dentro, un istinto che presto però non le bastò più e questo grazie anche agli incontri determinanti che fece negli anni Ottanta. Dopo un primo matrimonio con un attore della compagnia per la quale lavorava, Tebaldo Marchetti, in arte Checchi, dal quale ebbe la figlia Enrichetta, Eleonora Duse si legò sentimentalmente con Arrigo Boito che la introdusse nell’ambiente della Scapigliatura. Lo conobbe una sera di maggio del 1884 in un ristorante milanese ad una cena offertale da alcuni frequentatori del Teatro Carcano che già l’ammiravano come interprete straordinaria, tra di loro anche Giovanni Verga e Luigi Gualdo. Inizialmente i due mantennero una corrispondenza epistolare che portò poi alla passione: lui aveva 45 anni, lei 28 e il loro legame sostenne l’arte di entrambi. Boito le trasmise il gusto per la lettura, le insegnò a studiare perché ciò l’avrebbe portata ad appassionarsi ed amare ancora di più le opere che interpretava, insomma stimolò in lei quell’irrequietezza artistica che porta a non essere mai appagati dei risultati raggiunti, a non avere più pace. Ma a lei non bastava: alla fine degli anni Ottanta, Boito aveva esaurito la sua creatività e il suo spirito polemico e dissacrante; Eleonora Duse cercava una causa a cui dedicarsi, un poeta a cui legare il proprio nome perché in lei c’era la consapevolezza che la sua arte non fosse eterna, ma evanescente. Scriveva, infatti, allo stesso Boito nel novembre del 1890: «Per me non esiste che qualche attimo, nel momento immediato del lavoro: una frase, un pensiero che rendo, lo so, come meglio non è possibile renderlo, ma sfumata la parola, amen, un pugno di mosche». Fu allora che arrivò Gabriele D’Annunzio.

Quando si cita il nome di Eleonora Duse, alcuni rispondono: “Ah sì quella di D’Annunzio”, ma bisognerebbe correggerli con: “Ah D’Annunzio, quello della Duse” perché lei non fu per lui solo una Musa o una delle sue tante e fugaci passioni, ma fu colei che plasmò il “vate” della nostra letteratura sostenendo la sua vena poetica – si dice che durante i momenti di grande sintonia fra i due, lui scrivesse 6000 versi l’anno; rischiando di finire sul lastrico per finanziare le imprese teatrali di lui e per pagare i debiti di un giocatore patologico quale lui fu; interpretando le protagoniste delle sue opere dando loro carattere e personalità e amandolo di una passione intensa, tormentata e distruttiva, sopportando infiniti tradimenti ed umiliazioni. Uno dei dolori per il quale, come lei stessa confessò, non riuscì mai a trovare pace, fu la sua sostituzione per malattia, voluta dallo stesso D’Annunzio, per il debutto del dramma La figlia di Iorio con l’attrice Irma Gramatica, reduce da una presunta relazione  con Tebaldo Checchi che decretò la fine del matrimonio.

Dopo dieci anni vissuti tra separazioni e riappacificazioni, tradimenti e intensi ritorni, il legame tra D’Annunzio ed Eleonora Duse si concluse nel 1904 per volontà della stessa attrice. Rimangono le pagine del romanzo Il Fuoco, ispirato a questa lunga relazione, e i versi delle liriche di Alcyone fra cui la famosa Pioggia nel pineto dove Eleonora diventa Ermione e accompagna il poeta in una passeggiata pomeridiana nella pineta di Marina di Pietrasanta in Versilia. Sorpresi da un fresco temporale estivo, i due si inoltrano ancora di più nel fitto della vegetazione e godono dei rumori, dei profumi e delle sensazioni della pioggia fino a fondersi con la natura e a trasformarsi in creature silvestri. Durante questa metamorfosi, il poeta si rivolge alla donna amata ripetendo, alla fine di ogni strofa, alcuni versi: «E piove sui nostri volti/silvani,/ piove sulle nostre mani/ignude,/su i nostri vestimenti/ leggeri,/ su i freschi pensieri/ che l’anima schiude/ novella,/ su la favola bella/ che ieri/ m’illuse, che oggi ti illude,/ O Ermione». L’amore è un sogno, una fiaba, un illusorio gioco di prestigio destinato a finire come la momentanea fusione panica dei due amanti con la natura.

La “vita inimitabile” di Eleonora Duse non si concluse con la fine di un amore, anzi lei continuò ad essere artefice di sé stessa e a praticare la propria arte non solo nel ruolo di attrice, ma come capocomica: già nel 1887, la Divina aveva creato una compagnia teatrale a suo nome e continuò a farlo dimostrando di essere un’inflessibile e consapevole manager in grado di compiere imprese rischiose e audaci sperimentazioni: pianificava le tournée estere, sceglieva personalmente e dirigeva gli attori nelle prove. Dopo il momentaneo abbandono del teatro, nel 1909, si lanciò in una nuova ed entusiasmante impresa: il 28 maggio 1914 inaugurò a Roma la Casa e la Biblioteca delle Attrici, uno spazio accogliente dove le giovani artiste e le donne potessero leggere, studiare, rilassarsi, incontrarsi e dialogare insieme. Fu un sogno che le costò fatiche fisiche, investimenti economici e una grande delusione perché le artiste non accolsero il suo appello e importanti avvenimenti stavano cambiando il mondo fra cui la Grande guerra che avrebbe dato inizio a quello che Hobsbawm ha definito il “Secolo breve”.

Eleonora Duse continuò comunque sempre a credere in quella grande forza rappresentata dalla sorellanza femminile che l’aveva già portata a intrattenere profonde amicizie con artiste e scrittrici dell’epoca come Isidora Duncan, Ada Negri, Sibilla Aleramo e che l’avvicinò anche a Lina Poletti alla quale fu legata da un’altra intensa e tormentata passione amorosa conclusasi con una tragica rottura per entrambe. Partecipò inoltre nel 1917 al Congresso Nazionale delle Donne presso il Teatro Argentina di Roma sposando la causa dell’emancipazione femminile, ma non nascose mai la sua disapprovazione per l’eccessiva aggressività di alcune femministe.

Tornò a recitare per motivi di carattere economico prima impegnandosi nella nuova arte cinematografica nel film Cenere, tratto dall’omonimo romanzo di Grazia Deledda; e poi riprendendo la sua attività teatrale nel 1921. Si spense sola, in una camera d’albergo a Pittsburgh, il 21 aprile 1924, durante una tournée negli Stati Uniti, minata da una tubercolosi che da tempo l’affliggeva.

Aver avuto come compagna di banco l’immagine color seppia di Eleonora Duse è stato un conforto e uno stimolo per quella me stessa diciottenne in cerca e quelle parole a cui legai quell’immagine lo sono ancora oggi: «Io non guardo se hanno mentito, se hanno tradito, se hanno peccato – o se nacquero perverse – perché io sento che hanno pianto, hanno sofferto per sentire o per tradire o per amare. Il mio compianto femminile è più grande e dettagliato, è più dolce e più completo che il compianto che mi accordano gli uomini».

A lei sono state dedicate importanti vie e piazze in molte grandi e piccole città italiane (in foto: intitolazione a Cornuda).

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Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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