Piazza della Passera. Storie e riflessioni di ieri e di oggi

Sul vecchio odonimo fiorentino di piazza della Passera si incentra uno degli eventi realizzati da Toponomastica femminile all’interno del festival dell’Eredità delle Donne, il festival che, con la direzione artistica di Serena Dandini si è svolto nei giorni 4, 5 e 6 ottobre interessando tutta l’area metropolitana di Firenze. Come il titolo stesso suggerisce, la manifestazione ha rappresentato lo spazio per dare testimonianza, e conseguentemente rendere visibile, il patrimonio storico, civile, culturale che le donne hanno costruito.

Il reading-spettacolo è nato proprio dall’osservazione delle intitolazioni delle strade cittadine, dalle quali, come ben sappiamo, è quasi totalmente assente il nome delle donne, e quindi il riconoscimento del loro contributo alla costruzione della nostra società, e mostra invece targhe, come quella di una piazza di Firenze che fu sede di un famoso bordello, dove vi è un esplicito riferimento all’uso della donna come oggetto acquistabile e vendibile.

“Riguardo alle origini del toponimo, si fa riferimento alla presenza in loco di un’antica e conosciuta casa di tolleranza (pare frequentato persino dal granduca Cosimo I de’ Medici), il cui rudere fu appunto demolito negli anni Venti del XX secolo. Peraltro, anche nella vicina Via dei Vellutini fino agli anni Venti del XX secolo esisteva un altro bordello, che potrebbe essere all’origine del nomignolo popolare della piazza. Va detto che questo non è l’unico toponimo “sconveniente” dello stradario fiorentino, basti pensare a Via dell’Amorino (un tempo strada di case di tolleranza), Via delle Belle Donne, Via delle Serve Smarrite (oggi Via del Parlagio) e Via Vergognosa (oggi Via Borgognona; anch’essa sede un tempo di alcuni postriboli)”. Wikipedia

Con l’avvento della dittatura fascista, che imponeva anche di coprire persino le nudità marmoree delle statue, si decise di mutare il nome piazza della Passera, considerato volgare e grossolano, nel più armonico “Canto ai quattro Pagoni”, una storpiatura del nome della famiglia dei Pavoni che aveva molte proprietà nella zona.

L’attenzione e la vigilanza delle donne e degli uomini a questa tematica che condiziona in maniera inconscia la percezione di sé e dei rapporti tra i due sessi è stato sostanzialmente lo scopo dell’iniziativa che si è svolta a Montespertoli domenica 6 ottobre alle 17,30 (presso la Sala Topical, in piazza del Popolo, 27). Un’iniziativa voluta fortemente dall’Amministrazione del Comune di Montespertoli che ha ritenuto fondamentale la riflessione su un argomento oltremodo attuale, viste le derive odierne che vogliono ricondurre la donna a oggetto mercificato sollecitando la riapertura delle Case Chiuse nonché l’uso pubblicitario della “donna in vetrina per il rilancio del turismo” come scandalosamente ha proposto il consigliere della Regione Toscana Roberto Salvini.

“L’accettazione della prostituzione significa accettare l’idea che la donna sia un oggetto acquistabile e questo rende tutte le donne delle potenziali prostitute agli occhi della società”. Così dice Rachel Moran, ex prostituta e giornalista, nel suo libro Stupro a pagamento, denunciando lo stato di schiavitù agito da chi compra l’uso di un corpo e ne sollecita, oggi, la normalizzazione attraverso la regolamentazione di Stato. Uscita dalla prostituzione a 22 anni, Rachel ha ripreso gli studi a 24 e si è laureata in giornalismo all’università di Dublino. È presidente dell’associazione SPACE International, collabora con la Coalizione contro la Tratta delle donne (CATW) e la European Women Lobby.

Le riflessioni della scrittrice sul significato profondo che la prostituzione assume nel vissuto delle donne e nell’immaginario collettivo (tramite la voce di Ilaria Favini), hanno animato il reading nel confronto tra il passato e il presente.

Gli intervalli e le sottolineature musicali del maestro Stefano Cencetti hanno accompagnato le voci narranti nel silenzio partecipato e commosso di spettatrici e spettatori.

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“Questi fatti non sono cambiati. Sono ugualmente veri e rilevanti oggi come lo erano centinaia di anni fa”, dice infatti Antonella Braga, storica e biografa, che in dialogo con l’attrice Tiziana Giuliani, attraverso le testimonianze tratte dal libro Lettere dalle case chiuse di Lina Merlin e Carla Voltolina, ci ha condotto nel cuore della Storia e del vissuto tragico che accomuna il passato e il presente nel perdurare di questa visione della donna.

Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1955 a cura delle stesse autrici, “spalancava” le porte delle Case Chiuse, rendendo manifesta la realtà di miseria e di desolazione morale dell’Italia del dopoguerra, una realtà che coinvolgeva migliaia di donne e i loro figli, che per sfuggire alla povertà materiale restavano imprigionate in una sorta di ghetto sociale da cui era assai arduo uscire (oggi il testo è stato rieditato con il titolo Cara senatrice Merlin. Lettere dalle case chiuse. Ragioni e sfide di una legge attuale, di Mirta Da Pra Pocchiesa, 2018, EGA- Edizioni Gruppo Abele).

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In omaggio a Lina Merlin, autrice della legge per l’abolizione delle case chiuse e per dare continuità al suo impegno politico e civile, la performance è stata integrata dalla mostra sulle Madri Costituenti che fino al 15 novembre resterà esposta nell’Auditorium del centro culturale Le Corti per essere visitata dalla cittadinanza.

Articolo di Paola Malacarne

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Psicologa clinica e di comunità, ex insegnane di scuola dell’infanzia, progetta e realizza percorsi formativi per le P.O. e la prevenzione della violenza di genere e corsi di formazione pittorica per docenti, che hanno come fine, oltre alla formazione stessa, il benessere professionale. Si occupa di cine-terapia e conduce gruppi di incontro e counseling, incentrati sull’esperienza filmica stessa.

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