Gentilezza

Il 13 novembre è la Giornata mondiale della gentilezza. La data coincide con la giornata d’apertura della Conferenza del World Kindness Movement tenutasi a Tokyo nel 1997, che si chiuse con la firma della “Dichiarazione della gentilezza”. Questo movimento ha una sezione italiana: www.gentilezza.com.
È bello che una giornata simile ci sia, ma è anche terribile perché mostra la desolazione dei tempi in cui viviamo. Ci ricorda quanto siamo disabituati/e alle persone gentili.
Non si tratta di galateo, ma di cultura diffusa. Non è una faccenda di educazione formale: è un problema politico, di frustrazione individuale e di anomia sociale. Un valore sommesso, discreto, invisibile, gratuito non paga nel mondo dei selfie, dei palcoscenici e dei like. 
Siamo circondati da odiatori, o almeno da arrabbiati cronici, da emozioni negative. Cresce la paranoia. La logica «gentile=perdente», «aggressivo=vincente», è alla base di moltissima infelicità e di molto sciagurato marketing, di molte carriere in politica e non solo. Legioni di persone sono attente solo agli interessi personali. “Noi contro loro” è slogan apprezzato. La capacità di farsi carico della vulnerabilità degli altri, e implicitamente di riconoscere la propria, è diventata segno di debolezza. C’è un vento di violenza e di sopraffazione nell’aria, circolano sentimenti feroci: il linguaggio lo segnala.
Cominciamo dalle parole. Non sono strumenti inerti: noi siamo le parole che usiamo, la lingua ci fa dire le parole cui la società l’ha abituata. Può essere usata per rispettare o per disumanizzare, per stimolare comportamenti civili o incivili: bisogna prestarvi attenzione, perché è il mezzo privilegiato attraverso cui costruiamo i significati. Una società in cui si possa insultare o denigrare un essere umano senza essere mal giudicati è a rischio di barbarie, testimonia un fallimento delle agenzie regolative.
Mentre ci abituiamo allo stravolgimento e all’uso aggressivo del linguaggio il nostro palato si fa più insensibile, la nostra soglia di disagio si abbassa. Alla fine, sopporteremo di tutto. A forza di dosi quotidiane siamo già assuefatti/e? Anche le persone più educate rischiano di diventare più scortesi e meno concilianti, rinunciando alla ricerca di una comunicazione pacifica. 
Il contrario di assuefazione è ‘reazione’. Ci mancate, parole buone. Tornate a dirci chi siamo e come siamo. Il termine “gentilezza” abbraccia una gamma di sentimenti descritti con parole diverse: solidarietà, generosità, altruismo, benevolenza, umanità, compassione, pietà, empatia, cooperazione. Rimanda in generale all’atteggiamento di chi è aperto e disponibile verso gli altri. Quanto è terapeutica la gentilezza, quanto ci fa stare bene. Rimaniamo folgorati da chi ci mostra con delicatezza attenzione per i bisogni anche più elementari. Un sorriso, un abbraccio, una frase dolce, un favore non richiesto, un’offerta di ascolto. Come sarebbe il mondo, se la gentilezza diventasse uno stile di vita? Quanto staremmo meglio noi facendo star meglio gli altri? «La volgarità vende più del buon gusto, va incontro alle richieste del mercato»: quel mercato siamo noi, è il nostro Paese, sono i nostri figli.

 

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

 

 

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