La Sicilia, le sue voci, i suoi vini: una storia di rispetto e umanità

La Sicilia è una terra di una rara bellezza: quella che deriva dalla commistione di differenti culture e tradizioni. Isola che occupa una posizione centrale nel Mediterraneo, da sempre crocevia di popoli, comprende Ustica, l’arcipelago delle Eolie, delle Egadi, delle Pelagie e Pantelleria.
Attraversando i luoghi della regione è tangibile l’influenza delle civiltà che di lì sono passate
normanna, sveva, romana, ellenica, araba le cui tracce si rinvengono nel patrimonio architettonico e nei siti archeologici: da Taormina a Siracusa, da Ortigia ad Agrigento e la sua Valle dei templi che risale al VI secolo a. C., Palermo, Catania; poi ancora la Val di Noto, dal 2002 patrimonio Unesco poiché mirabile esempio di architettura tardo barocca.
La Sicilia è anche la regione che ha dato i natali a famosi scrittori, tra gli altri Pirandello, Verga, Sciascia, ma anche a numerose scrittrici, le cui esperienze letterarie e culturali sono però rimaste per lungo tempo all’ombra dei primi. Le scrittrici nate o vissute in questa regione, ma anche e soprattutto quelle che da essa hanno preso congedo, guardandola da lontano per coglierne la valenza universale, ci consegnano una rappresentazione differente di questa terra: un’immagine reale e trasfigurata allo stesso tempo delle contraddizioni e delle meraviglie che la caratterizzano, una narrazione che esubera la mera opera elogiativa infarcita di descrizioni, ma che nella concretezza della pagina rivela l’anima nascosta di una terra bella quanto travagliata.
Tracce di una Catania eterna, eppure costantemente in divenire, si ravvisano nell’opera di Goliarda Sapienza, scrittrice anticonformista e ribelle sia nella vita che nell’operazione letteraria, che ha incontrato prima la critica tedesca e francese e sulla scorta di questa è stata pubblicata in Italia. Nel suo capolavoro, L’arte della gioia, la protagonista, di nome Modesta, attraversa tutto il Novecento in un processo di liberazione che avrà origine dallo scavo della parola per assurgere alla verità.

Foto 1. goliarda-sapienza-peritore.jpg

«Ma le promesse di libertà che le onde e il vento andavano ripetendo, si frantumavano lungo i muri dei palazzi fioriti di rose e pampini di lava tagliente. Non c’era libertà in quelle strade, e vicoli, e piazze ambigue, traboccanti di soli uomini con pagliette e bastoni arroganti, spiati da ombre femminili nascoste fra le tendine delle finestre o nel buio dei bassi sempre socchiusi».
Dopo il successo dell’edizione integrale edita postuma nel 1998 da Einaudi nel 1995, le è stata recentemente dedicata una piazza nel quartiere di San Berillo (in foto)

Foto 2. ENOTECA. Catania. Piazza Goliarda Sapienza

Dacia Maraini, di discendenza siciliana per parte di madre, ha raccontato la speculazione edilizia della sua terra, Bagheria, mentre la palermitana Livia De Stefani, attraverso protagoniste che commettono atti estremi, ha affrontato i demoni della Sicilia, e nella sua opera più nota, La vigna delle uve nere, descrive una terra in cui il tempo non segue la dialettica delle ore, ma è scandito da un sentimento atavico di colpa che aleggia su chi la abita.

Foto 3. Dacia

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Altra cantora della Sicilia, in modo assai diverso da come la tradizione ce l’ha consegnata, è Simonetta Agnello Hornby, avvocata e scrittrice palermitana naturalizzata britannica. Scritto assieme a Mimmo Cuticchio, Siamo Palermo rappresenta una sorta di non convenzionale guida turistica che oltre alle bellezze architettoniche, agli aneddoti, alle specialità gastronomiche racconta le varie forme di umanità dei palermitani, la tolleranza e l’inclinazione all’accoglienza e all’integrazione, celebrando personalità religiose e laiche, quali Giacomo Cusmano, don Giuseppe Puglisi, don Cosimo Scordato, Biagio Conte, che lungamente si sono prodigate in questo senso.

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Dal punto di vista vitivinicolo la Sicilia vanta una tradizione che risale all’ottavo secolo a. C., quando i greci importarono il sistema d’impianto ad alberello e vitigni come malvasia, corinto nero e grecanico.
La storia viticola della regione fu basata per lungo tempo sull’aspetto quantitativo più che qualitativo: si producevano milioni di ettolitri di vino ricco di alcol, a causa dell’esposizione alla luce che favoriva la concentrazione di zucchero, che poi era venduto alle cantine situate in Italia settentrionale per arricchire la struttura dei loro prodotti. Negli anni Settanta la Francia divenne il mercato principale cui destinare le esportazioni di circa metà del prodotto. In seguito, con la perdita del mercato francese, per smaltire le quantità di vino in eccesso, si ricorse alla distillazione. Solo negli anni Novanta si è formata una vera e propria moderna enologia in Sicilia. Con l’impianto dei vitigni nero d’Avola, chardonnay, syrah, merlot e cabernet sauvignon in zone particolarmente vocate, è stato possibile arginare gradualmente la vastissima produzione di trebbiano toscano e catarratto, e convertire le tecniche di produzione nell’ottica della qualità, anche attraverso l’uso della barrique.

Foto 6. Carta dei vini siciliani
Carta dei vini siciliani

 La Sicilia è però da sempre terra di vini bianchi: il più diffuso è il Catarratto, seguito da Grillo e Inzolia, mentre fra i rossi, si distinguono il Frappato e il Nero d’Avola. La provincia di Trapani è la zona più produttiva della regione, con denominazioni di origine controllata, per citarne una su tutte, Marsala. Il Marsala è un vino liquoroso, ossia è prodotto a partire da un vino base con aggiunta di alcol etilico, acquavite o mosto cotto e prodotto con il metodo soleras, procedimento tipico e molto utilizzato nella produzione di Sherry e Porto. Questo vino ha favorito la conoscenza della Sicilia in tutto il mondo, sull’onda della moda diffusasi nell’Inghilterra ottocentesca grazie a un commerciante inglese di Liverpool, John Woodhouse, che dopo una sosta nel porto di Marsala decise di riportare nella sua madrepatria del vino cui aveva aggiunto alcol per evitare che si deteriorasse durante la navigazione. Se durante gli anni Trenta il Marsala era considerato un ingrediente da aggiungere alle ricette, bisognerà aspettare gli anni Ottanta affinché alcuni produttori investissero nella valorizzazione di questo prodotto, ottenendo un vino di assoluta qualità. Il Marsala secco si abbina a formaggi erborinati, mentre quello dolce con il cioccolato, soprattutto per la persistenza aromatica che caratterizza entrambi.
L’Etna è altra zona particolarmente vocata, alle cui pendici scure si coltivano carricante, nerello cappuccio e mascalese. Altri vini prodotti in Sicilia sono il Moscato di Siracusa e di Noto. Nell’arcipelago delle Eolie si produce la Malvasia delle Lipari, vino dolce ottenuto dall’omonimo vitigno dopo un processo di appassimento, o nella versione liquorosa. Pantelleria è invece nota per il Moscato di Alessandria, detto anche Zibibbo, dall’arabo zabib, ossia “frutta appassita al sole”, vitigno coltivato ad alberello e interrato nelle caratteristiche conche per evitare che il vento o le ondate di calore possano attecchirvi. Tra Caltanissetta e Ragusa si produce il celebre Cerasuolo di Vittoria, unica Docg siciliana, realizzato con uve nero d’Avola e frappato, e caratterizzato, come rimarcano le lettere del suo nome, dal tipico color ciliegia.
Proprio qui, nel cuore di Vittoria, si trova l’azienda vinicola di Arianna Occhipinti (http://www.agricolaocchipinti.it/it/company) proprietaria, enologa e agronoma della cantina dal 2004, anno di fondazione. I vigneti sono situati in quattro contrade storiche del territorio: da Fossa di Lupo a Bastonaca e Pettineo, sino a Bombolieri. I vigneti sono situati a ridosso di una strada statale, SP68, che un tempo collegava Gela a Kamarina, la più antica strada del vino mai attestata, utilizzata dai contadini per trasportare il vino sino alla costa. Nell’esperienza di Arianna, questa strada ha assunto una connotazione simbolica legata al suo destino.
La storia di Arianna colpisce profondamente. Crede in un rapporto rispettoso con la terra per mantenere l’equilibrio della natura in tutti i passaggi, a partire dalla coltivazione sino alla lavorazione del frutto. Lavora a mano la terra. Non utilizza prodotti chimici, praticando i principi di una viticoltura biologica. Favorisce la biodiversità, perché ogni elemento della natura rappresenta una risorsa e contribuisce ad arricchire il terreno. Mantiene i vecchi cloni delle uve perché ha fiducia nella forza che deriva «dal sapersi portare dentro un passato e un futuro allo stesso tempo». Raccoglie i grappoli manualmente, attraverso un’accurata selezione che permette di ottenere uve sane e risparmiare ulteriori interventi durante il passaggio in cantina: le fermentazioni avvengono spontaneamente in vasche di cemento, utilizza lieviti indigeni e un basso contenuto di anidride solforosa. Realizza vini naturali e riconoscibili perché rispettosi dell’identità territorio. Del resto, solo dalla bontà di un progetto può nascere un buon prodotto, in questo caso un vino buono e sano.

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Il Frappato rappresenta il vino di punta dell’azienda, quello che raggiunge l’armonia pur avendo in sé tutte le asperità di un’anima ribelle. Di veste rosso sangue, al naso regala un bouquet di violette, piccoli frutti rossi e confettura, arricchendosi di note speziate e tostate. Il sorso è opulento ma vivace, caratterizzato da un tannino sinuoso e un tratto di acidità ben bilanciato dalla scia sapida finale. Matura per un anno in botti grandi di rovere austriaco. Altra espressione del territorio è il Siccagno, Nero d’Avola di colore rubino, in cui dapprima emergono sentori di confettura e ribes, erbe rinfrescanti, poi vira su note di tabacco e spezie pungenti su un fondo minerale. In bocca il tannino non ancora in equilibrio, come tutte le grandi cose, necessita di tempo per esprimere il meglio di sé e quindi fa presagire una buona possibilità di affinamento. Interessante anche il Passo Nero, ottenuto dall’appassimento del nero d’Avola, proprio come si faceva una volta per conservare l’uva durante la stagione invernale.
Alla strada che tanto ha segnato la sua vita e il suo percorso professionale, Arianna ha dedicato due vini: SP68 Bianco, prodotto con sessanta percento di zibibbo e quaranta di albanello, caratterizzato da profumi di frutta a polpa gialla e le tipiche note minerali e ammandorlate, mentre nella versione rossa coniuga le caratteristiche di frappato e nero d’Avola, rispettivamente con settanta percento del primo e trenta del secondo.
Il vino più ambizioso è però Grotte Alte, nome che rimanda alla roccia calcarea su cui si erge Vittoria. Questo Cerasuolo di Vittoria Docg è prodotto da frappato e nero d’Avola coltivati in un’area che coniuga i benefici della vicinanza del mare e la salubrità dell’aria dei monti Iblei. Vino dalla marcata impronta sapida, è destinato a vivere a lungo e raggiungere la sua massima espressione negli anni a venire.
La passione di Arianna per la sua terra, che considera un dono da amare e curare in modo generativo e produttivo, come racconta nel suo libro Natural woman. La mia Sicilia, il mio vino, la mia passione, edito da Fandango, ricorda molto il modo di essere e stare al mondo delle donne, soprattutto delle scrittrici: si discosta dalla norma, non procede in modo assertivo ma si colloca e si sostiene sul dialogo, che si rinnova a ogni stagione proprio perché si fonda non su delle convinzioni, ma sulla concretezza dell’esperienza.

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Un’esperienza che nasce dalla sua sensibilità per le cose autentiche, dall’attenzione che pone in ogni suo gesto: quella stessa attenzione che Simone Weil riteneva essere «la forma più rara e più pura della generosità». La generosità di Arianna risiede anche nelle sue bellissime parole, che sarebbe un peccato parafrasare:
«Il primo gesto che ho imparato facendo vino è stato accettare. Accettare la diversità dei suoli, dell’inclinazione del terreno, dell’altitudine, e l’originalità di un vigneto. Accettare vuol dire rispettare. Rispettare la terra e il suo equilibrio. Rispettare la vigna con i gesti sapienti di un’agricoltura sensibile. Rispettare la fermentazione grazie all’uso di lieviti indigeni. Rispettare il vino come se fosse una persona. Una persona che si porta dietro un mondo, una storia, un’atmosfera».
Accettare, rispettare e accogliere con gratitudine ciò che è altro e diverso da sé. Questo è l’insegnamento più significativo che potesse consegnarci attraverso i suoi vini: vini che ci ricordano l’importanza di essere e restare umani.

Letture Consigliate
Livia De Stefani, La vigna delle uve nere, Mondadori, Milano 1953
Simonetta Agnello Hornby, Mimmo Cuticchio, Siamo Palermo, Mondadori, Milano 2019
Dacia Maraini, Bagheria, Rizzoli, Milano 1993
Arianna Occhipinti, Natural woman. La mia Sicilia, il mio vino, la mia passione, Fandango Libri, Roma 2013
Goliarda Sapienza, L’arte della gioia, Einaudi, Torino 1998

Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_nEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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