La strage di Avola e i figli della miseria

«Quel maledetto 2 dicembre 1968 mi trovavo infreddolito come tutti gli altri compagni, per la notte passata a presidiare le barricate sulla strada. La polizia già nei giorni scorsi si era dimostrata agguerrita, le cariche si ripetevano, noi rispondevamo con il lancio di pietre. Ad un tratto, i fucili che prima sparavano in aria furono puntati ad altezza d’uomo. A prima vista non ci intimorì, già altre volte la polizia ci aveva sparato addosso a salve. Quando i compagni che ci stavano accanto cominciarono a cadere in terra colpiti, il panico ci prese tutti, ci fu qualcuno che tentò una reazione rabbiosa, ma la violenza della polizia non sia arrestava. Alla fine Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia furono uccisi e tanti altri compagni rimasero feriti.»

FOTO 0. Avola_68

Le parole di Angelo Minnino, testimone del giorno della strage, ci restituiscono a distanza di anni la tragedia che si consumò a danno dei braccianti agricoli di Avola. Il ricordo di questi fatti è legato a dei racconti di famiglia. Mio nonno era vigile urbano presso il comune di Carlentini (un paese in provincia di Siracusa a qualche chilometro da Avola) e in occasione dei funerali dei braccianti aveva portato per tutto il tempo del corteo il pesante gonfalone carlentinese. Era stata una giornata molto fredda e piovosa e il nonno, già in precarie condizioni di salute, ne risentì così tanto che da quel giorno peggiorò rapidamente. Ho sempre chiesto ai miei zii e alla nonna cosa lo avesse spinto a questo sacrificio. La risposta è sempre stata una: orgoglio di appartenere al corpo dei vigili, senso dello Stato, vicinanza ai lavoratori sfruttati. Ho l’immagine del nonno, che non ho mai conosciuto, intento a tirare a lucido i suoi stivali neri e le sue mostrine per uscire di casa una gelida mattina di dicembre.
Ma perché si era arrivati al punto di sparare sui manifestanti?
Spulciando tra gli archivi storici, vedendo le immagini dell’epoca, leggendo gli articoli di giornale e le riflessioni di Pier Paolo Pasolini, ho avuto la netta sensazione che le ragioni di ieri siano ancora, in contesti diversi, quelle di oggi. Purtroppo, non ne abbiamo coscienza perché non abbiamo memoria storica. I volti già vecchi, per la fatica del lavoro, di quei giovani operai della terra ci raccontano di una lotta sindacale trasformata in tragedia ben sintetizzata sugli striscioni che in quei giorni tappezzavano Avola: «Basta con i morti; Via il Prefetto; Basta con la repressione; Polizia disarmata.»
Le forze dell’ordine spararono sui manifestanti per venticinque minuti e i bossoli raccolti furono più di due chili. Giuseppe Scibilia, di quarantasette anni, Angelo Sigona, di ventinove anni, rimasero immediatamente sulla strada sterrata.

Foto 1.Avola

Ma cosa chiedeva questa gente? Lo leggiamo in un articolo pubblicato sull’”Espresso” a firma di Mauro de Mauro: «il riconoscimento di un elementare diritto fino ad oggi negato. La parità di trattamento salariale tra addetti ad uno stesso lavoro in due zone diverse della stessa provincia». Infatti, la provincia di Siracusa era stata divisa in due zone, quella A (Lentini, Carlentini e Francofonte), quella B (Siracusa e tutti i comuni a sud). Questo significava una disparità sia di trattamento economico, sia di quantità di ore lavorate. I braccianti della zona A mediamente lavoravano sette ore con una paga giornaliera di 3.480 lire, quelli della zona B più di otto ore con una retribuzione di 3.110 lire.
Da un suggestivo documentario realizzato da Sergio Zavoli, dal titolo I Giardini di Avola, apprendiamo come avveniva il reclutamento dei lavoratori. C’era una parte legale, attraverso l’ufficio di collocamento, in cui il datore di lavoro comunicava l’inizio e la fine dell’attività lavorativa, chiamata a Ingaggio bloccato, e un altro sistema detto a Ingaggio in bianco, ovvero l’imprenditore agricolo presentava una lettera in cui dichiarava la presa di servizio del lavoratore, ma senza essere obbligato a comunicare la durata della prestazione. Quest’ultimo sistema, nei fatti, non solo favoriva abusi ma molto spesso privava i braccianti dei contributi realmente versati in quanto, il più delle volte, non erano dichiarati. Più diffuso era, invece, il sistema di ingaggio del mercato di piazza. I caporali radunavano al mattino presto la folla dei braccianti che venivano scelti in base alla muscolatura e alla giovane età. Chi rimaneva fuori da questa asta, i più minuti e disagiati, accettava il lavoro al prezzo più basso, senza contributi, senza limite all’orario di lavoro. Questa scena del caporale che prelevava la manodopera sulla pubblica piazza strideva con la situazione ben più agiata di un nord industrializzato, con le piazze luogo delle contestazioni giovanili, con una modernità che era visibile solo in una parte del Paese mentre il Mezzogiorno continuava ad essere agricolo e, in parte, arretrato.
Scrive Pasolini: «io non saprei dire se sono più infelici i due morti o i due poliziotti che hanno sparato». Lo scrittore sostiene che il Potere ha creato due tipi di carne umana: quella dal prezzo più alto (la polizia) e quella dal prezzo più basso rappresentata dai braccianti siciliani colpevoli di appartenere ad un’area preindustriale e preistorica nonché alla più povera delle categorie povere di lavoratori. Per questa ragione mi ha molto colpito l’amara considerazione di uno studente che diceva di partecipare allo sciopero per ricordare l’eccidio, in quanto lui era il figlio della stessa miseria.
Per uccidere due persone, ferirne altre quarantotto e sgombrare i manifestanti, la mattina del 2 dicembre 1968 arrivarono ad Avola novanta uomini con il mitra, il tascapane pieno di bombe lacrimogene, l’elmetto di acciaio con il sottogola abbassato. Un assetto antisommossa contro chi chiedeva 300 lire in più!

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Cosa resta di quella storia? La bella Avola con le sue dolcissime mandorle pizzute, il mare cristallino, gli Iblei, il chiarore tutto speciale della luce, il turismo, quasi che la bellezza dei luoghi avesse cancellato la miseria e la fatica delle braccia che hanno dissodato la terra e raccolto arance e ulivi.
Nessuno ha mai pagato per quei fatti. L’inchiesta venne archiviata due anni dopo. Il Prefetto che aveva le più gravi responsabilità non solo non fu rimosso ma, in seguito, promosso. Nessun colpevole tranne i morti.
A tutti noi, dovrebbe restare l’inquietante interrogativo di certa politica contemporanea che parla di autonomia differenziata, di salari differenti tra persone che svolgono lo stesso lavoro solo perché residenti in parti diverse dell’Italia. Non c’è niente da fare: ci inventiamo sempre un Nord e un Sud. Dovremmo pensare ai nuovi caporali che  reclutano e sfruttano i lavoratori autoctoni e gli immigrati irregolari nella medesima indifferenza. Un esempio per tutti. Un imprenditore di Melito di Napoli teneva segregati quarantatré operai italiani, tra i quali una donna incinta e due minorenni, per lavorare pellami per varie griffe di moda. Dovremmo pensare ai giovani rider e a tutti quei lavoratori che, sprovvisti di tutele sindacali, sono alla mercé di un mercato del lavoro senza regole.
Io voglio restare con l’immagine del nonno con il suo gonfalone, la schiena dritta, fiero del suo essere comunista, mentre la pioggia inzuppava la sua divisa e il freddo gelava le sue ossa.

 

Articolo di Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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