La sventurata rispose

Marianna de Leyva, la Monaca di Monza (Milano, 4 dicembre 1575 – 17 gennaio 1650).

In Sei personaggi in cerca d’autore Pirandello sosteneva che la nascita di un personaggio conferisce a quest’ultimo un’indipendenza tale da consentirgli di acquistare un significato differente da quello che avrebbe voluto per lui l’autore e di fissarsi in modi diversi e inaspettati nell’immaginario collettivo del pubblico. Se poi il personaggio è stato anche persona e la vita reale si sovrappone a quella in parte inventata da chi con indiscutibile maestria ne ha scritto la storia, il risultato può essere quello di plasmare una personalità unica e singolare in grado di lasciare un segno nella memoria collettiva e questo è il caso di una figura in cui, credo, un po’ tutti ci siamo imbattuti: la Monaca di Monza di Alessandro Manzoni.
Nasceva a Milano il 4 dicembre 1575 Marianna de Leyva, la donna a cui Manzoni si ispirò per creare il suo indimenticabile personaggio. Era nata veramente “dalla costola d’Adamo”, come scrisse il famoso autore lombardo in uno dei due capitoli dei Promessi Sposi che le dedicò, chiamandola però Gertrude, modificando alcuni dati biografici ed evitando di fornire precise informazioni sulla sua residenza per pudore, ma anche per timore del prestigio che la famiglia della donna ancora aveva nel territorio lombardo. Quella di Marianna era infatti una potente famiglia spagnola che aveva dato a Milano alcuni governatori e ottenuto dal duca Francesco Sforza un feudo presso la città di Monza. Il padre, il conte don Martino De Leyva, a seguito della morte prematura della moglie, Virginia Maria, affidò la figlia ad una zia affetta da grave mania religiosa e, dopo averle sottratto una cospicua parte dell’eredità materna che le spettava ed essersi risposato, la costrinse ad entrare nel convento delle Umiliate Benedettine di Santa Margherita a Monza e a prendere i voti. La giovane rispose sempre sì, educata all’obbedienza e alla rinuncia dalla zia e dalle monache che l’accolsero ancora bambina nel convento, e prese il nome della madre diventando Suor Virginia Maria de Leyva.
Sull’infanzia del suo personaggio Manzoni indugia molto nel romanzo, omettendo il dato biografico della morte della madre e preferendo insistere sull’educazione della sua piccola Gertrudina, preludio dell’inganno di cui fu vittima. Già nel ventre materno, il destino della creatura era stato deciso, bisognava solo attendere di conoscerne il sesso: appartenere ad una famiglia nobile nel XVII secolo significava doversi piegare alla legge del maggiorasco che imponeva di conservare intatto il patrimonio familiare per trasmetterlo integralmente al figlio maschio primogenito. Per tutti gli altri figli la soluzione più conveniente era quella di far prendere loro i voti, avviandoli alla vita ecclesiastica o monastica e rivendicando per loro un ruolo di spicco all’interno delle gerarchie religiose. Nei Promessi Sposi, l’educazione di Gertrude è tutta concentrata sul tentativo di inculcarle una vocazione che non sentirà mai e di trasmetterle quel senso di superiorità aristocratica necessario per poter rivendicare un giorno il ruolo di badessa. Le bambole vestite da monaca dovevano essere per lei regali ambìti e l’assecondare la volubilità del suo carattere non correggendo un’indole spesso aggressiva e poco rispettosa furono gli strumenti di chi aveva già scelto per lei un destino ineluttabile. Sempre nel romanzo, Manzoni descrive i primi anni passati in convento da Gertrude che, a sei anni, come tutte le bambine delle famiglie aristocratiche a prescindere dal loro futuro, era entrata in quello che sarebbe diventato l’unico luogo a lei destinato. Le monache, conniventi con il principe padre, proseguono l’opera di convincimento della famiglia, la ingannano con moine e coccole, ma giunta nell’età della ribellione, Gertrude si oppone a quel destino, non vuole, si batte per quello che può, ma è costretta a piegarsi a ciò che è stato deciso per lei. Nessuna imposizione esplicita, nessuna costrizione palese si manifestano, ma un’abile e sottile strategia psicologica finalizzata a sottrarle, nel momento del rifiuto di prendere i voti,  quelle attenzioni, quell’approvazione, quell’affetto a cui era stata sempre abituata e di cui non poteva più fare a meno. Il momento culminante di questa strategia è il colloquio col principe padre a seguito della scoperta della relazione epistolare intrattenuta dalla giovane con un paggio della casa paterna in cui lei stava trascorrendo il periodo di riflessione che, in base alle disposizioni ecclesiastiche, era necessario prima di prendere definitivamente i voti. Il principe usa in modo subdolo il suo ruolo di padre facendo leva sulla delusione provata per il gesto compiuto dalla figlia e inculcando in lei un insopportabile sentimento di vergogna e inadeguatezza che è per Gertrude insostenibile. Poi la inganna dicendole che se anche lui avesse preso in considerazione la possibilità di sottrarla alla vita monastica, non ci sarebbero state più le condizioni per farlo per colpa di ciò di cui si era macchiata: non se la sentiva di acconsentire al matrimonio di una donna come lei con un galantuomo. Questo fa crollare tutti i propositi e la determinazione della giovane che, pur di ritornare a godere dell’affetto e dell’approvazione dei familiari e di cancellare la vergogna per il fatto commesso, acconsente a farsi monaca e lo fu per sempre.

Foto 1. INTERNO DI UN CONVENTO di G. Migliara
Interno di un convento, Giovanni Migliara

Fino a qui il romanzo, della vita vera di Marianna de Leyva abbiamo notizie grazie agli atti di un processo ecclesiastico a cui fu sottoposta a causa della sua condotta successiva nel monastero di Monza. Innanzitutto da essi si rileva la posizione privilegiata di cui godeva la donna, chiamata, come scrive anche Manzoni, la Signora: risiedeva in un piccolo appartamento separato; era assistita da suore ausiliarie, da una conversa e aveva varie dame di compagnia; riscuoteva i tributi in qualità di feudataria di Monza; era informata sui problemi del suo feudo e poteva permettersi di decidere gli incarichi all’interno del monastero destituendo e costringendo anche priora e badessa a piegarsi al suo volere. La causa predominante però dell’istituzione di un processo ecclesiastico nei suoi confronti fu la relazione che intrattenne con Gian Paolo Osio. Accanto al convento di Santa Margherita, infatti, sorgeva la casa della famiglia Osio, che, se poteva vantare relazioni e legami con l’aristocrazia lombarda, era anche tristemente nota in tutto il territorio per la pratica sistematica della sopraffazione e della violenza. Da tempo il giovane rampollo della famiglia, Gian Paolo, osservava dalla finestra la giovane monaca passeggiare nel cortile adiacente al suo palazzo e un giorno, come scrive anche Manzoni, le rivolse la parola e «la sventurata rispose» ancora una volta sì.

FOTO 2. La Signora di Monza. Giovanni Molteni,1847
La Signora di Monza. Giovanni Molteni

 Oltre alla nascita di due figli, il primo morto dopo il parto e la seconda affidata alle cure della nonna paterna, la relazione tra Suor Virginia e Gian Paolo Osio fu ben presto segnata da una lunga catena di episodi criminali che colpirono prima di tutto una conversa che, venuta a diverbio con la Signora, minacciò di rivelare la sua relazione con Osio e per questo venne eliminata. Da quel momento in poi i delitti si susseguirono perché Osio decise di uccidere tutti coloro che avrebbero potuto rivelare i segreti della sua relazione con la monaca: prima il fabbro che aveva contraffatto per lui le chiavi del convento, utilizzate negli incontri notturni con la donna, poi lo speziale del convento che, a più riprese, aveva preparato intrugli abortivi per Suor Virginia e, infine, le due suore complici degli amanti. Intanto le autorità civile e religiosa diedero inizio alle indagini che portarono all’arresto di Suor Virginia, mentre Osio riuscì a fuggire. Alla fine del 1607, su disposizione del cardinale Federico Borromeo, si aprì il processo contro la monaca, anche se i tempi si dilatarono a causa della cautela del cardinale vista l’appartenenza della donna alla potentissima famiglia spagnola dei de Leyva. Gian Paolo Osio venne condannato in contumacia alla forca per i delitti commessi, mentre Suor Virginia al carcere perpetuo da scontarsi murata in una piccola cella nella Casa delle convertite di Santa Valeria a Milano. Gian Paolo Osio, rimasto latitante, venne ucciso da alcuni sicari nel 1610, dopo aver chiesto asilo alla potente famiglia milanese dei Taverna; suor Virginia, invece, fu graziata dal cardinale Borromeo dopo tredici anni di reclusione in un’angusta cella. Da quel momento in poi la sua vita si svolse all’ombra del cardinale che, convinto del suo pentimento, le conferì addirittura l’incarico di confortare per iscritto alcune monache in crisi. Morì consumata dall’artrite reumatoide nel 1650.

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La monaca. Francesco Hayez

 Un personaggio, quello della Monaca di Monza, di cui ognuno conserva un proprio personale ricordo legato un po’ al modo con cui è stato affrontato durante gli anni scolastici e dall’approccio nei confronti di una vicenda in cui l’ingiustizia subita e le responsabilità individuali hanno confini indefinibili tanto da portare spesso chi legge ad astenersi da un giudizio. Manzoni comunque non si risparmiò ritenendo che una ferma determinazione avrebbe potuto sostenere Gertrude portandola ad opporsi ancora più fermamente al proprio destino e, anche quando la monacazione si fosse verificata, avrebbe dovuto rassegnarsi e abbandonarsi all’infinita consolazione che è in grado di dare solo la fede. Ma come affidarsi ad una ferma determinazione quando l’indole volubile è stata rafforzata da un’educazione accondiscendente finalizzata a imporre una vocazione? E ancora: come affidarsi alla fede quando anche questa è stata utilizzata come strumento impositivo e non come sentimento vivo e sincero da coltivare nel profondo? Sono domande a cui è difficile dare una risposta e forse è proprio questo il fascino tragico di una storia vera che è stata consacrata dalla letteratura raccontando il destino di una che insieme ad altre donne subì l’ingiusta imposizione della monacazione. Una soluzione che molte famiglie, soprattutto nobili, ma non solo, scelsero per le loro eredi, considerate solo come un dispendioso peso che gravava sul patrimonio dato che era necessario fornire loro una dote per il matrimonio. Le alte gerarchie ecclesiastiche tentarono di arginare il problema della monacazione forzata imponendo, già all’epoca del Concilio di Trento, una rigida procedura, a cui lo stesso Manzoni fa riferimento, per assicurare l’autonoma scelta delle giovani, ma anche pene severe, tra cui la scomunica, per chi costringeva in convento le proprie congiunte. La condizione di subalternità a cui di norma le donne erano condannate però non permise un reale miglioramento della situazione come dimostrato anche dalla preziosa testimonianza di Enrichetta Caracciolo dei Principi di Fiorino che, negli anni in cui il romanzo di Manzoni diventava best-seller a livello nazionale nonché lettura antologica obbligatoria nelle scuole dell’Italia unita, scrisse un prezioso libello autobiografico Misteri del chiostro napoletano (1864). Con esso raccontava la sua dolorosa esperienza all’interno del monastero benedettino di San Gregorio Armeno dando voce a tutte quelle donne che condividevano la sua stessa drammatica condizione: l’assoluta mancanza di vocazione che rendeva impossibile adattarsi ad una vita giudicata innaturale perché lontana dal mondo dei vivi e in un luogo in cui si era esposte a quella che lei definiva «l’azione venefica e struggitrice dell’isolamento» i cui frutti si palesavano nelle gelosie, nelle turbe sessuali e talora persino nella follia.
Enrichetta Caracciolo alla fine riuscì a ribellarsi alla sua triste condizione, non senza subire persecuzioni e ammonimenti da parte delle gerarchie ecclesiastiche e, dopo di lei, il fenomeno della monacazione forzata andò progressivamente scomparendo grazie anche alla sua preziosa testimonianza: «i ferrei cancelli del monastero tornarono a stridere su’ loro cardini. D’allora in poi, mi separava dal mondo un baratro, secondo ogni apparenza insuperabile. Non doveva più avere né madre, né sorelle, né parenti, né amici, né sostanza alcuna; aveva abdicata perfino la mia personalità. Eppure nel fondo dell’animo mio sentiva vivo e palpitante ancora il sentimento, che mi muoveva a convivere, idealmente almeno, co’ miei simili».
Fu quel sentimento a salvare Enrichetta Caracciolo, ma non Marianna de Leyva e molte altre donne che furono forzatamente monache per sempre.

FOTO 4. Misteri del Chiostro Napoletano

 

 

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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