Un triste primato. Emanuela Sansone, la prima donna vittima di mafia

Nella seconda metà del XIX secolo la classe dirigente italiana era già consapevole del fatto che la mafia non solo esisteva, ma era anche ben lontana dal rappresentare semplicisticamente un fenomeno di violenza diffusa, ad opera di comuni malfattori bensì «è di notorietà pubblica che il tale o il tal altro, persona agiata, proprietario, fittavolo di giardini, magari consigliere del suo Comune, ha formato ed accresce il suo patrimonio intromettendosi negli interessi dei privati, imponendovi la sua volontà, e facendo uccidere chi non vi si sottometta. Ma la giustizia è sola a non sapere dove sono».
Dall’inchiesta sulle condizioni politiche e amministrative della Sicilia condotta dai deputati nazionali Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino nel 1876 emergeva già con chiarezza la struttura organizzata di una vera e propria industria del crimine, nata come risposta all’arretratezza, al caos post unitario e alla tendenza a gestire la cosa pubblica in maniera privatistica.
Infatti le origini del clientelismo e della mentalità individualista, secondo Franchetti, andavano ricercate nella storia dell’isola in cui il sistema feudale era sopravvissuto a lungo alle leggi che di fatto l’avevano abolito, una Sicilia povera e ignorante, dove la mafia si è sostituita in tutto e per tutto ad uno Stato assente e spesso inefficace.
La consapevolezza dell’esistenza di molto di più e di più pericoloso era altresì ben chiara al Questore di Palermo, Ermanno Sangiorgi, che nel suo rapporto dell’8 novembre 1898 aveva dichiarato che: «i caporioni della mafia stanno sotto la tutela di Senatori, Deputati ed altri influenti personaggi che li proteggono e li difendono per essere poi, alla lor volta, da essi protetti e difesi».
Una sorta di industria della protezione, di do ut des tra classe dirigente e criminalità organizzata con una struttura gerarchica ramificata e radicata sul territorio.
I rapporti sul fenomeno mafioso del Questore Sangiorgi, 486 pagine redatte tra il novembre 1898 e il febbraio 1900, rappresentarono il primo documento ufficiale in cui si definiva chiaramente la mafia come un’associazione di natura criminale fondata su un giuramento, con un proprio codice d’onore, dedita principalmente al racket della protezione.
Tali rapporti erano fondati sui dati emersi dalle precedenti inchieste, sulle dichiarazioni di mafiosi arrestati, sulle denunce dei familiari delle vittime e di altri collaboratori di giustizia, alcuni anonimi, altri invece che non ebbero paura ad esporsi. Grazie a questo lavoro furono individuati 218 uomini d’onore, divisi in otto cosche che controllavano un’area che andava dalla Piana dei Colli all’Olivella, dalle campagne al centro città.

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Un dato interessante emerso da quelle inchieste ormai lontane nel tempo è che alcune donne ebbero già allora la forza di ribellarsi e denunciare, e con questo entriamo nel cuore della vicenda che provocò l’omicidio di Emanuela Sansone (Palermo, 1879 – 27 dicembre 1896), la diciassettenne figlia di Giuseppa Di Sano (o Basano come si legge nei giornali dell’epoca) avvenuto la sera del 27 dicembre 1896.
Da circa quindici anni Di Sano gestiva una bottega di generi alimentari e altre merci con annessa una  vineria (o bettola come si diceva allora), a Palermo in via Sampolo n. 20, nella zona del Giardino Inglese, insieme con il marito Salvatore Sansone e i tre figli, Emanuela, Salvatore e Giuseppe. Tra i suoi clienti vi era anche il Comandante della vicina caserma dei Carabinieri il quale era giudicato dagli abitanti del quartiere un frequentatore troppo assiduo della bottega, rispetto alle esigenze alimentari della sua stazione. Girava infatti la voce che egli corteggiasse la diciassettenne Emanuela ma, nella zona, i rapporti con le forze dell’ordine erano tutt’altro che ben visti. La madre si era trovata quindi nella scomodissima posizione di dover mettere a tacere le chiacchiere senza indisporre il Comandante.
Ma ad accrescere le difficoltà di Giuseppa Di Sano intervenne un altro episodio.
Un giorno il proprietario di una conceria cittadina aveva mandato i figli ad acquistare merci nel suo negozio. Giuseppa sapeva che i soldi con cui essi volevano pagare erano falsi e cercò garbatamente di rifiutarli. Dopo una lunga discussione i ragazzi se ne andarono ma una banconota rimase nelle mani della donna. Lei mandò il marito dal padre dei ragazzi per sistemare la questione che si risolse con un pagamento parziale e molte proteste da parte del padrone della conceria in difesa della buona fede dei figli.
Dopo quest’ultimo episodio l’atmosfera nel quartiere era diventata molto pesante per Di Sano e lei aveva percepito chiaramente la grave minaccia che era nell’aria; le donne del posto la evitavano, avevano smesso di fare i loro acquisti nella sua bottega e ogni tanto lanciavano mezze frasi dalle quali aveva compreso di essere considerata una spia dei carabinieri, sospettata di aver denunciato i fabbricanti di monete false; l’essere qualificata ‘nfami, una spia, rappresentava una delle cause principali degli omicidi di mafia.
Il 27 dicembre le sue paure si concretizzarono. Due uomini entrarono nella bottega e Giuseppa Di Sano percepì immediatamente la loro pericolosità, anche se apparentemente si trovavano lì per acquisti. Ma il loro gesticolare in realtà piuttosto anomalo, come rivelerà in seguito Di Sano, era finalizzato a controllare l’altezza di un foro praticato nel muro di un limoneto proprio di fronte al negozio per verificare se potesse offrire una buona linea di tiro per un proiettile diretto all’interno.
Quella sera la famiglia era come sempre riunita nel locale quando, intorno alle 20, da quel foro partirono due proiettili che ferirono Giuseppa alla spalla e ad un fianco e la figlia Emanuela, mentre si stava precipitando verso di lei per soccorrerla, fu colpita mortalmente alla tempia da un terzo proiettile.
Aveva diciassette anni ed era la prima donna vittima della mafia; questo omicidio rappresentò la prima di una lunga serie di “eccezioni” a quell’immaginario codice d’onore secondo il quale donne e bambini erano intoccabili.

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Il “Giornale di Sicilia”, edizione del 29 dicembre, nel descrivere il fatto avanzò due ipotesi sulle possibili cause della sparatoria.
La prima: poteva trattarsi di un pretendente alla mano di Emanuela, rifiutato dalla madre perché privo di una posizione stabile.
La seconda: i sicari avevano colpito le persone sbagliate perché la vittima designata avrebbe dovuto essere il padre di Emanuela, che al momento della sparatoria era in fondo alla bettola a giocare a carte con un suo compare.
L’articolo chiudeva con una breve descrizione della vittima, descritta come “ragazza avvenentissima, un bel tipo di biondina, dagli occhi cerulei, piena di salute” che ora giaceva in attesa di sepoltura, vittima di chissà quale dramma.
Dal rapporto Sangiorgi emerse invece una terza e più probabile verità. La sentenza di morte sarebbe stata emessa contro Giuseppa Di Sano in quanto sospettata, peraltro a torto, di aver denunciato alcuni mafiosi per la fabbricazione di banconote false.
La morte di Emanuela Sansone spinse la madre ad una scelta certamente coraggiosa; essa infatti, incurante delle continue e pressanti intimidazioni, divenne una preziosissima testimone nel processo che il Questore Sangiorgi riuscì ad avviare nel maggio del 1901 contro 51 imputati per crimini mafiosi.
Dalle dichiarazioni della donna emerse l’amarezza per l’isolamento subìto dopo la decisione di denunciare gli assassini della figlia: «mi sono veduta da allora mal vista e sfuggita da tutti ed alla piaga insanabile che mi produsse nel cuore la disgraziata morte della diciottenne mia figliola, si aggiunse ora il danno economico prodottomi dalle persecuzioni della mafia, che non mi perdona una colpa che io mai commisi».
Gli esiti del processo furono piuttosto deludenti rispetto alle aspettative del Questore, sia a causa delle numerose ritrattazioni e della resistenza della gente a testimoniare, sia perché le pene inflitte agli imputati furono inferiori al massimo previsto dal Codice Zanardelli e, inoltre, perché su 51 imputati 19 furono assolti grazie alle testimonianze di parlamentari, nobili, professionisti, ovvero di  gran parte della Palermo bene.
Da allora sono cambiate molte cose nella percezione e nella conoscenza del fenomeno mafioso, pagando purtroppo un prezzo inestimabile in termini di vite umane ed è per questo che il nostro primo dovere nei confronti delle vittime è quello di non dimenticarle.
In questa direzione opera, ad esempio, il Centro Siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, fondato nel 1977 da Anna Puglisi e Umberto Santino che ha pubblicato un lungo elenco delle vittime di mafia partendo proprio da quello di Emanuela Sansone.
Da ricordare anche il dossier Sdisonorate, realizzato nel 2012 dall’Associazione antimafie daSud nel quale sono ricordate una a una le donne uccise da Emanuela in poi, sottolineando così l’assurda convinzione ricordata precedentemente: che la mafia in virtù di un presunto codice d’onore non uccide né donne né bambini.
Risulta infatti dal dossier che le donne uccise fino al 2012 sono state 157.
Ogni 21 marzo l’Associazione Libera di don Luigi Ciotti celebra la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie: la scelta del primo giorno di primavera  vuole simbolicamente unire al risveglio della natura il rinnovarsi della volontà di ricercare verità e giustizia sociale.
Per non dimenticare e per continuare a combattere.

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Intitolazioni
– Imola (2017), delibera per l’intitolazione di un’area verde.
– Bastia Umbra (2018), intitolazione di una via nell’ambito della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie promossa da Libera.
– Catania, intitolazione di un laboratorio della scuola di formazione professionale ARAM-IEFP nell’ambito del Concorso nazionale organizzato da Avviso Pubblico “Il Silenzio è dolo-Siamo l’Italia che sceglie il coraggio”.
– Pagina facebook intitolata Presidio Libera “Emanuela Sansone” Altovicentino con sede a Schio (VI).
Due giorni dopo Natale, ballata dedicata a Emanuela, realizzata da studentesse dell’IIS “Primo Levi” di Sarezzo (BS), nell’ambito del Progetto Legalità “Nel posto sbagliato-Storie di bambini vittime delle mafie” promosso dall’Associazione Libera (2018).
Per saperne di più

G. Abate, “Corriere del Mezzogiorno”, Una mattanza lunga tre secoli,  28 aprile 2012.
J. Dickie, Cosa nostra. Storia della mafia siciliana, Editore Laterza, Bari, 2005.
S. Lupo, Storia della mafia, Donzelli Editore, Roma, 1996 e Il tenebroso sodalizio, XL Edizioni, Roma, 2010.
S. Mazzenzana (a cura di), Il rapporto Sangiorgi in “Rivista di Studi e Ricerche sulla criminalità organizzata”, vol. 2 n. 2 (2016).
L. Mirone, Quel terzo livello dell’inchiesta in Sicilia, in  “Repubblica.it”, 14 /08/2010.
Il doppio assassinio di via Sampolo in “Giornale di Sicilia”, 29 dicembre 1896.
U. Santino, La mafia dimenticata, Editore Melampo, Milano, 2017 e Il questore che scoprì la prima mappa dei clan in “Repubblica”, 31/07/2015.
www.dasud.it/sdisonorate
www.libera.it

 

Articolo di Marina Antonelli

zjHdr1YM.jpegLaureata in Lettere, appassionata di ricerca storica, satira politica e tematiche di genere ma anche letteratura e questioni linguistiche e sociali, da anni si dedica al volontariato a favore di persone in difficoltà ed è profondamente convinta dell’utilità dell’associarsi per sostenere i propri ideali e cercare, per quanto possibile, di trasformarli in realtà. È autrice del volume Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849.

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