Il primato di Properzia

Quando le arti sono di mano femminile, spesso vengono sottovalutate, schiacciate da una sorta di cultura androcentrica che le considera marginali e quindi le discrimina. Pregiudizi che si sono tramandati nei secoli tanto è vero che, nel 1940, lo scultore Mimì Lazzaro così scriveva: «Una volta le fanciulle di buona famiglia che, oltre a pestare i tasti del pianoforte, temperavano i colori all’acquarello, si contavano a migliaia, ma si trattava di titoli a concorso matrimoniale e smettevano all’annuncio del primo matrimonio».
Nonostante ciò, troviamo, in Italia, la “prima femmina schultora” alla fine del Quattrocento: Properzia de’ Rossi. Dai registri delle note di pagamento, redatte a quel tempo, per i lavori da lei svolti nella Basilica di San Petronio, viene anche definita “schultrice, schulptrice e schulptorice”: questo uso di una non univoca denominazione evidenzia la difficoltà a riconoscere un ruolo per la donna nell’ambito della scultura che era un campo di appannaggio maschile.
Di Properzia non si conosce esattamente la data di nascita che dovrebbe comunque essere intorno al 1490 a Bologna.
Un suo profilo è stato tracciato da Livia Capasso.

«Sfogliando i manuali di Storia dell’arte, non si trova alcun accenno a Properzia de’ Rossi, nonostante sia stata un’artista di grande talento, apprezzatissima tra i contemporanei, molto invidiata dai colleghi e unica donna a cui il Vasari dedica una biografia nelle sue Vite, commentando così: “Né si son vergognate, quasi per torci il vanto della superiorità, di mettersi con le tenere e bianchissime mani nelle cose meccaniche e fra la ruvidezza de’ marmi e l’asprezza del ferro, per conseguir il desiderio loro e riportarsene fama, come fece nei nostri dì la Properzia de’ Rossi da Bologna… Costei fu del corpo bellissima e sonò e cantò ne i suoi tempi meglio che femmina della sua città”. Da notare come Vasari, al riconoscimento delle sue abilità, non possa non far seguire un apprezzamento anche del suo aspetto estetico.
Il luogo che diede i natali a Properzia de’ Rossi è incerto: c’è chi afferma che sia nata a Bologna, chi a Modena. Sicuramente a Bologna visse sempre; anche l’anno di nascita non è sicuro, ma pare che si possa collocare intorno al 1490. Della prima parte della sua vita non si sa nulla, probabilmente fu figlia naturale di un notaio; studiò disegno, sempre a Bologna, presso l’incisore Marcantonio Raimondi, dal quale apprese l’arte della miniatura e della scultura in marmo e terracotta.
Raggiunse una grandissima abilità nell’incidere noccioli di pesche o addirittura di ciliegie con scene affollate di figure. Presso il Museo Civico Medievale di Bologna si conserva uno stemma, a lei attribuito, eseguito in forma di gioiello per la nobile famiglia Grassi: realizzato in filigrana d’argento, raffigura un’aquila bicefala, sormontata da una corona. Nella filigrana sono incastonati undici noccioli di pesca, su ciascuno dei quali Properzia eseguì due immagini: da una parte quella di un apostolo e dall’altra quella di una santa. Giunse così alle opere di grandi dimensioni grazie alla fama procuratale dai lavori a intaglio su superfici infinitesime.
Le fonti descrivono Properzia come bella e affascinante, passionale e sensibile: era indubbiamente nel panorama del tempo un personaggio estroso, turbolento, trasgressivo, capace di scelte audaci, come quella di praticare la scultura, arte fino ad allora preclusa alle donne; si sa che ebbe un marito ma soprattutto che ebbe un amante, il giurista Anton Galeazzo Malvasia, che diventò podestà di Imola. Il Malvasia godeva di ottime amicizie e intervenne presso l’amico Alessandro Pepoli, presidente della Fabbrica di San Petronio, per far entrare l’amata nel cantiere della basilica.
Tra il 1525 e il 1526 Properzia, unica donna in un ambiente di maschi, eseguì per i portali della basilica due formelle in marmo sull’episodio biblico di Giuseppe ebreo e la moglie di Putifarre, ora conservati nel Museo della Basilica di San Petronio.
Il Vasari adombra, nella scelta di questo soggetto, l’allusione al suo amore extraconiugale per il Malvasi che non sarebbe stato corrisposto; in realtà, come risulta da documenti conservati nell’Archivio criminale di Bologna, Properzia era “concubina” di Antonio Galeazzo, insieme al quale nel 1520 venne processata per aver danneggiato la proprietà di un vicino.
La moglie di Putifarre è un personaggio biblico senza nome del libro della Genesi, dove si racconta come la donna, moglie di un ricco signore d’Egitto, invaghitasi dello schiavo Giuseppe, cerchi di sedurlo. Ma il giovane ebreo fugge dall’adescamento della donna, lasciandole un lembo del vestito tra le mani. Offesa dal rifiuto, la donna si vendica accusandolo di fronte al marito di aver tentato di farle violenza.
Accantonando l’ipotesi vasariana di considerare la formella come l’espressione dell’infelicità amorosa dell’autrice, è possibile vedervi piuttosto una lettura tutta “femminile” delle Sacre Scritture con l’immedesimazione dell’artista nell’eroina biblica. Il gesto forte e deciso della donna, le sue braccia vigorose, sono segni evidenti di un modo di intendere la propria condizione di donna e tradiscono la volontà di decidere in modo autonomo della propria esistenza. Dal punto di vista stilistico il linguaggio coniuga la meticolosa attenzione al dato naturalistico propria della tradizione raffaellesca con il vigoroso rilievo plastico di Michelangelo, aggiungendovi un raffinato erotismo.
Benché si tratti dell’unica opera certa di Properzia oggi conosciuta, molti studiosi sono concordi nell’ascrivere alla scultrice anche l’altra formella, La moglie di Putifarre accusa Giuseppe (in foto).

Foto Properzia.

Nonostante l’ostile concorrenza degli altri maestri attivi nel cantiere di San Petronio, Properzia riuscì a ottenere anche altre importanti commissioni, ma i suoi interventi furono comunque controllati e sottoposti alla supervisione del fiorentino Tribolo».

Anche la morte di Properzia è abbastanza misteriosa: forse morì di peste nel 1530, a soli quarant’anni. Il Vasari narra che, al termine dell’incoronazione di Carlo V, il 24 febbraio 1530, papa Clemente VII chiese di incontrare la scultrice, ma ebbe in risposta la notizia che la grande artista era morta di peste durante quella stessa settimana.
Sempre il Vasari ha scritto di lei: «Properzia de’ Rossi da Bologna, giovane virtuosa, non solamente nelle cose di casa, come l’altre, ma in infinite scienzie, che non le donne ma tutti gli uomini l’ebbero invidia…si cimenta con le tenere e bianchissime mani nelle cose meccaniche e fra la ruvidezza de’ marmi e l’asprezza del ferro».
Si trovano vie a lei intitolate a Bologna e in provincia.

In copertina: Louis Dulcis, Properzia de Rossi terminant son dernier bas-relief (1822, Musée de l’Évêché de Limoges)

 

 

Articolo di Ester Rizzo

a5GPeso3Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra editore ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzo e di Le Ricamatrici.

Un commento

  1. Ottima iniziativa quella di dar voce alla produzione artistica ‘al’ femminile. Mi permetto segnalarLe la lunga durata del mio interessamento sul tema (dagli anni ’70) e la pubblicazione di numerosi volumi, monografie ed articoli sull’argomento, tanto da meritarmi l’appellativo affettuoso e disinvolto di ‘critico delle donne’. In particolare, mi permetto di segnalarLe un mio ponderoso volume sulla produzione delle artiste meridionali dal ‘500 a tutto il ‘900. La ringrazio per l’attenzione ed auguri per la Sua battaglia per le donne artiste. Per incidens, ho fondato un Istituto di Ricerca per lo Studio dell’Arte al Femminile, che opera con particolare difficoltà di mezzi, ma con grande entusiasmo di impegno. Cordialità Rosario Pinto

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