Il primato di Ada

C’è un detto, un po’ becero, che recita “Donne e motori, gioia e dolori”. E ce ne sono altri che deridono sempre le donne, come “Donna al volante, pericolo costante”. Detti e proverbi sicuramente frutti di stereotipi e pregiudizi.
Eppure tutti e tutte dovremmo ricordare la “mitica” Ettorina Sambri, detta Vittorina, che è stata la prima donna italiana campionessa di motociclismo, o Maria Antonietta Avanzo che fu la prima donna a correre le “Mille Miglia”, Maria Teresa de Filippis che fu la prima a guidare una vettura di Formula 1 nel Gran premio del Belgio nel 1958 e Maria Grazia Lombardi, detta Lella, che è stata la prima donna a giungere in “zona punti” nel Gran Premio di Spagna del 1975.
Ma per le donne la memoria è sempre corta.
Ada Pace è stata la prima donna campionessa automobilistica. Era nata a Torino il 16 Febbraio del 1924.

Ha scritto il suo profilo Clelia Incorvaia.

“Ada si avvicina ai motori subito dopo la Seconda guerra mondiale; dapprima, in sella alla sua Vespa, partecipa alle competizioni organizzate dal “Vespa Club”, collezionando una vittoria dopo l’altra; poi, a partire dal 1951 si accosta alle quattro ruote. Esattamente il 21 aprile di quell’anno partecipa alla “Torino-Sanremo” a bordo di una Fiat 1500 6C. Contro ogni pronostico si aggiudica la vittoria; raggiunge il podio in compagnia della madre, che le siede accanto, e viene omaggiata con un mazzo di fiori. L’ascesa di Ada nel campo dell’automobilismo ebbe inizio quel giorno.
Non mancarono le polemiche e nemmeno i tentativi di screditamento ai danni della giovane campionessa; talora si ricorse addirittura al procedimento giudiziario. Significativo l’episodio verificatosi al termine della gara sul Circuito di Lumezzane nel 1957. Fu in quell’occasione che il commissario tecnico Renzo Castagneto, stanco dei continui reclami, decise di verificare le condizioni dei veicoli dei piloti giunti sul podio. Il risultato fu strabiliante: la vettura di Ada Pace risultò regolare, le altre due vennero squalificate. Un episodio analogo si ebbe nel Circuito di Modena, dove Ada vinse la Coppa d’oro ACI del 1960, mentre il secondo e il terzo classificato non si presentarono alla cerimonia di premiazione. Sembra che i due rivali non tollerassero l’idea di salire su un podio che decretava la vittoria di una donna su due uomini. La reazione di Ada a situazioni di questo tipo fu particolarmente diplomatica: la campionessa rispose alle continue polemiche sostituendo la targa del suo veicolo con la scritta sayonara (arrivederci, in giapponese), quasi a voler prendere le distanze, con ironia, dai suoi avversari polemici. Quel termine, Sayonara, diventerà poi lo pseudonimo ufficiale utilizzato da Ada per l’iscrizione alle gare. Una donna tenace, combattiva, dal temperamento forte, Ada Pace fu osteggiata dall’ambiente maschilista del tempo.
Nel 1959 vinse la Trieste-Opicina, nel 1960 la Targa Florio, nel 1961 si aggiudicò la Categoria Sport nella cronoscalata Stallavena-Boscochiesanuova, nel 1963 fu tra i primi piloti a portare cucito sulla tuta il “triangolo azzurro”, simbolo dell’Autodelta che sarà utilizzato fino al 1977. Ingaggiata dalla “squadra del Portello’’ (ovvero il reparto sportivo Alfa Romeo), partecipò a numerose gare con le Giulietta SZ; sarà proprio a bordo di una SZ, nel 1961, che verrà coinvolta nell’incidente più drammatico di tutta la sua carriera. Un altro incidente, verificatosi il 27 febbraio 1965 in occasione del 5º Rally dei Fiori, decretò la fine di una carriera costellata da innumerevoli vittorie e la allontanò definitivamente dalle competizioni agonistiche di livello nazionale e internazionale. In seguito continuò a correre per pura passione.
E’ stato scritto: anche in un ambiente maschilista e chiuso come quello dell’automobilismo, «il talento, quando c’è, non conosce genere né età»; «se vuoi vincere a questo mondo servono solo tre cose: testa, fegato e una buona dose di ironia» (Diego Alverà). Certamente Ada – che ha festeggiato nel 2016 il 92° compleanno – le possedeva in larga misura tutte e tre.”

Ada è morta a Rivoli il 15 Novembre del 2016, a novantadue anni. Quando qualche anno prima non le rinnovarono la patente di guida, a causa dell’età avanzata, non esitò a fare ricorso e ovviamente lo vinse. Così commentò questa sua vittoria: “Una come me non può morire senza patente”.

Non risulta alcuna intitolazione a suo nome.

 

 

Articolo di Ester Rizzo

a5GPeso3Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra editore ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzo e di Le Ricamatrici.

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