«Tagliate gli alberi alti»: il genocidio del Ruanda. Per non dimenticare

Nell’agosto del 2006 i miei genitori intrapresero un viaggio-pellegrinaggio in Africa, un viaggio i cui racconti sono ancora impressi nella mia mente. Non un viaggio di piacere, non un safari nell’Africa nera, ma un viaggio della memoria, per visitare e ricordare i luoghi in cui si è consumato uno dei più sanguinari genocidi della storia del Novecento dopo la Shoah: il genocidio del Ruanda.
Tutto ha avuto inizio il 6 aprile del 1994, quando la sera gli abitanti di Kigali furono scossi da un boato mentre stavano guardando una partita di calcio alla tv. L’aereo che trasportava il presidente del Ruanda, Juvénal Habyarimana, e il presidente del Burundi, Cyprien Ntaryamira, entrambi di etnia hutu, fu colpito da un missile terra-aria mentre era in fase di atterraggio a Kigali. I due leader stavano rientrando dalla vicina Tanzania, dove avevano firmato un trattato di pace con i ribelli tutsi del Fronte Patriottico Ruandese. Dopo poche ore nel Paese si scatenò l’inferno, da Radio Télévision Libre des Mille Collines echeggiava gelida la propaganda anti-tutsi, chiamati sprezzantemente “scarafaggi”: «È arrivato il momento! Tagliate gli alberi alti. Schiacciate quegli scarafaggi!». Nel giro di poche ore la mattanza ebbe inizio. Furono massacrati a colpi di machete, bastoni chiodati, asce, coltelli e armi da fuoco più di un milione di tutsi e hutu moderati, senza distinzione, uomini, donne, bambini e bambine, sotto gli occhi indifferenti del mondo intero, perché in fondo l’Africa non interessa ai potenti della Terra, se non per le ricchezze e le risorse che da essa l’Occidente è bravo a depredare.
Per comprendere i fatti relativi al genocidio del ruandese, occorre, come sempre, fare un passo indietro nella storia, per tentare di fare chiarezza e capire le radici di tanto male, perché il male tra esseri umani ha sempre delle radici profonde che vanno portate alla luce.
Come affermano Michela Fusaschi e Francesco Pompeo nello studio intitolato Memorie vs memoriali: conflitti di attestazione e territori del trauma nel Rwanda del post-genocidio, la lettura di questo efferato genocidio contemporaneo da parte della comunità internazionale è stata alquanto miope, perché, attraverso messaggi mediatici improntati sul sensazionalismo, ha attribuito i sanguinari massacri ad ataviche lotte tribali, rafforzando nell’immaginario collettivo la rappresentazione stucchevolmente retorica dell’Africa come un continente selvaggio (storicamente.org/fusaschi-pompeo-genocidio-rwanda). Ma l’Africa non è un continente selvaggio, l’Africa è il continente saccheggiato per antonomasia, per eccellenza, è il continente forse più bello della Terra con la sua natura incontaminata, i suoi habitat che hanno visto l’origine dell’essere umano, un continente che è stato nei secoli violentato, derubato, diviso con confini che fanno invidia alla precisione delle squadre di un geometra. Tra i racconti dei miei genitori, mi colpì moltissimo quanto fosse rimasto loro impressa la visione del cielo stellato dell’Africa: mio papà era incantato, sembrava di poterle toccare con le mani le stelle, un manto luminosissimo che quasi non sembrava essere sera. Eppure, di fronte a tanta bellezza la mano usurpatrice e colonizzatrice dell’Occidente non ha avuto alcuna pietà.
Il Ruanda non ne è stato risparmiato. Esplorato alla fine dell’Ottocento dai tedeschi, nel 1924 il Paese venne affidato al Belgio su mandato dell’allora Società delle Nazioni. Nello sfruttamento coloniale i belgi si appoggiano alle folli teorie fisiognomiche ottocentesche, chiedendo la collaborazione ai tutsi, alti, magri, dalla carnagione più chiara, ritenuti dunque fisicamente più vicini agli standard occidentali, più intelligenti e adatti a gestire il potere. Agli hutu che si presentavano bassi, tozzi e di pelle più scura, venne affidato il lavoro agricolo. L’altra etnia esistente, quella dei pigmei twa, è considerata da tutti prossima alle scimmie. Prima della colonizzazione belga, per secoli hutu, tutsi e twa avevano condiviso la stessa cultura, la lingua e la religione. Con una tale organizzazione e sistema di sfruttamento, i belgi non fecero altro che generare odio, divisioni e risentimenti nelle etnie, mettendo le une contro le altre e tracciando la strada che poi avrebbe portato alla follia dei bagni di sangue genocidari. Non è stato tanto diverso nella storia italiana in relazione ai massacri delle Foibe. Nel 1920, dopo che il trattato di Rapallo aveva assegnato all’Italia Trieste, Gorizia, l’Istria e Zara, le milizie fasciste diedero alle fiamme nell’intera Venezia Giulia 134 edifici di sloveni e croati, dando origine ad una vera e propria politica razzista di pulizia dall’etnia slava. Con l’invasione da parte italo-tedesca della Jugoslavia, nell’aprile 1941 anche le truppe italiane di occupazione si macchiarono di eccidi, fucilazioni, incendi di villaggi, deportazioni: migliaia di civili slavi morirono di stenti nei campi di internamento italiani. Da qui alla violenza delle foibe, ingiustificata ma con radici storiche che non possono essere rimosse, il passo è stato, purtroppo, tristemente breve.
In Ruanda la violenza e la rabbia contro i tutsi sono state alimentate da politiche indiscriminatamente razziste. Nel 1933 i belgi inserirono l’indicazione dell’etnia sui documenti di identità ruandesi. L’appoggio belga ai tutsi terminò negli anni Cinquanta, a seguito del malcontento provocato dallo sfruttamento coloniale. Nel 1957 gli hutu fondarono il partito Parmehutu, che si ribellò alla casta dominante, e nel 1962 il Ruanda ottenne l’indipendenza dal Belgio diventando una repubblica sotto la presidenza di Grégoire Kayibanda. Iniziarono così da parte degli hutu stragi e massacri contro i tutsi, costretti all’esilio in Burundi. Nel 1963 i tutsi provarono a riprendere il potere, anche per mezzo della violenza, ma non ci riuscirono, e le tensioni tra le due etnie si inasprirono sempre di più, culminando con il genocidio del 1994.
Molteplici sono le responsabilità delle nazioni occidentali. Il Belgio si limitò ad evacuare i suoi concittadini e le sue concittadine, il generale canadese Roméo Dallaire, capo della Missione Onu in Ruanda, sollecitò invano un raddoppio dei caschi blu per impedire la tragedia, ma le Nazioni Unite ritirarono quasi tutto il loro contingente, lasciando solo 300 uomini. Gli Stati Uniti si guardarono bene dall’intervenire, essendosi di recente ritirati da un’operazione fallimentare in Somalia e rifiutando, dunque, di impelagarsi in un’altra africana lotta intestina, che oggi suona un po’ come dire: che si ammazzino tra loro. Sotto mandato delle Nazioni Unite, la Francia condusse l’operazione “Turquoise”, dal 23 giugno al 21 agosto 1994, per cercare di arginare la violenza, ma i 2500 soldati francesi e un contingente di truppe africane erano troppo pochi per fermare la brutale mattanza.

(FILE) This picture taken on July 12, 19
Un soldato francese sorveglia il transito di un gruppo di rifugiati in fuga dal villaggio di Kivumu. 12 luglio 1994

Nel sud-ovest del Paese venne creata una zona rifugio sicura per migliaia di profughi e sfollati, la “zona Turquoise”, per l’appunto, ma non fu sufficiente. Nel 2017 è stato pubblicato il rapporto Muse che ha rivelato come i funzionari francesi fornirono protezione presso l’ambasciata a Kigali a responsabili del governo che era al potere in Ruanda durante i massacri di massa.
Bisognerà aspettare fino a maggio affinché i media diano notizie del genocidio in corso, con largo sostegno di un regime spietato e della popolazione hutu, iniziando a non attribuire a faide tribali quanto stava accadendo bensì ad un vero e proprio programma di eliminazione sistematica che ha portato lo storico Pierre Chrètien a parlare di “nazismo tropicale”.
Al genocidio pose fine la vittoria del Fronte patriottico ruandese di Paul Kagame, il futuro Presidente, contro le forze governative.
Nel 2019 il giornalista David Servenay del quotidiano francese “Le Monde”,
ha pubblicato un’inchiesta in cui rivela che «i responsabili del genocidio hanno potuto mettere le mani su aiuti del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, destinati, teoricamente, a progetti di sviluppo agricolo. Ma che serviranno in realtà ad alimentare la macchina bellica». Secondo Servenay, «quando si è sottoposti ad aiuti finanziari di questo tipo si è sorvegliati strettamente da Fmi e Banca Mondiale. Ad un certo punto i due organismi devono essersi resi conto che i ruandesi utilizzavano il denaro in altro modo. Eppure, avrebbero lasciato correre: perché lo hanno fatto? Non hanno mai risposto su questo punto. Possiamo in ogni caso parlare di una forma di complicità con ciò che è accaduto» (valori.it/ruanda-il-genocidio-dei-tutsi-compie-25-anni-ecco-chi-lo-finanzio/). Risultato? Un milione di morti in cento giorni: Hitler aveva sterminato, considerando i soli ebrei, sei milioni di persone in un lasso di tempo che va dal 1933 al 1945, in Ruanda circa un milione di morti in 100 giorni, che significa circa 10.000 al giorno. Non è un semplice numero, è un dato che mette i brividi a chi ancora oggi si chiede perché, un dato che avrebbe potuto essere diverso se il genocidio fosse stato riconosciuto più rapidamente dalla comunità internazionale e se l’Africa non fosse stata considerata per l’ennesima volta come la latrina dell’Occidente, in cui versare rifiuti di ogni sorta e dalla quale poi uscire il più velocemente possibile per non insozzarsi.
Non è stato affatto semplice affrontare il post-genocidio. I/le sopravvissuti/e hanno dovuto fare i conti con un processo di difficilissima riconciliazione con i colpevoli che avevano perpetrato tanta efferata violenza, insinuata in ogni relazione sociale, per cui si ammazzavano i vicini di casa con i quali fino al giorno prima si era in amicizia, si ammazzavano familiari, oltre a moltiplicare una miriade di episodi inumani, dallo stupro etnico fino all’aggressione distruttrice abbattutasi su bambini e bambine, madri partorienti e feti.

(FILES) A picture taken on April 11, 198
Un uomo ruba la struttura di un letto dopo un massacro a Kigali. Aprile 1994

Perché come in ogni guerra, le prime e pagare il conto più salato sono le donne. Le testimonianze in proposito sono drammatiche e stringono lo stomaco: «Hanno circondato il reparto maternità, hanno sfondato i cancelli; è bastato sparare alle serrature. Portavano a tracolla delle cartucciere di cuoio di prima qualità, ma non volevano sprecarle. Uccidevano le donne a colpi di machete e di bastone. Se delle ragazze più svelte riuscivano a scappare nella ressa e a saltare da una finestra, le riacchiappavano in giardino. Se una mamma nascondeva un piccolo sotto il suo corpo, prima la sollevavano, poi facevano a pezzi il bambino e da ultimo la mamma. I neonati, poi, non facevano neanche la fatica di farli a pezzi come si deve; li sbattevano contro il muro per guadagnare tempo, o li gettavano per terra ancora vivi, su una pila di morti […] La mattina eravamo più di trecento tra donne e bambini. La sera, in giardino, eravamo rimaste in cinque sopravvissute, nate dalla parte giusta, tenendo conto delle circostanze» (Jean Hatzfeld, A colpi di machete. Parlano gli esecutori del genocidio in Ruanda, Bompiani, 2004).
Yolande Mukagasana, nata nel 1954 in Ruanda, è sopravvissuta al genocidio. Durante i terrificanti cento giorni ha perduto il marito e i figli ed è riuscita a salvarsi miracolosamente anche attraverso l’aiuto di una donna hutu, Jacqueline Mukansonera. La sua testimonianza è agghiacciante: «Per le bambine e le ragazze, le torture furono persino peggiori poiché rapite e segregate in casa come oggetti sessuali dei miliziani. Il loro corpo fu naturalizzato come un territorio da invadere, come nelle peggiori strategie di guerra. Gli Interhamwe [milizie paramilitari hutu, n.d.a.] iniziavano allora lo stupro. Le ragazze urlavano dal dolore. Quelle che sopravvivevano si suicidavano, e chi non si suicidava la prendevano di notte e la gettavano nel fiume. Nessuna di quelle ragazze violentate insieme a me è ancora viva. Si trattava di ragazze di 14/16 anni. Gli stupratori venivano in gruppi di 15/20 persone. Ci svestivano, solo la parte inferiore. Il primo giorno sono stata violentata da quattro persone. Sono svenuta. Era come se fossi morta. Per tre giorni ho avuto la febbre. Le mosche giravano attorno a me, come se fossi un cadavere. Non avevo acqua per lavarmi. Il secondo giorno sono ritornati a riprenderci per un altro stupro di gruppo. Ho salutato le ragazze che erano con me. Quel giorno sono stata violentata da tre uomini. Non ne conoscevo nessuno. Sembravano delle bestie selvagge: puzzavano, si sentiva l’odore della foresta e del sangue. Quel giorno sono state uccise tutte le ragazze violentate il giorno prima. Avevamo fame, eravamo così stanche al punto che anche le più giovani erano diventate insensibili. Il terzo giorno gli Interhamwe sono tornati. Questa volta non essendoci più ragazzine a disposizione hanno preso tutte le donne. Erano completamenti impazziti, come se fossero drogati. […] Gli stupratori passavano da una donna all’altra senza ritegno. Quel giorno fui violentata da più di sei persone» (Yolande Mukagasana, Alain Kazinierakis, Le ferite del silenzio. Testimonianze sul genocidio del Ruanda, Molfetta, Edizioni La Meridiana, 2008).

FOTO 2
Yolande Mukagasana

Le donne tutsi, invidiate spesso per la loro bellezza, furono vittime di uno specifico piano di distruzione attraverso lo stupro di massa. Un rapporto delle Nazioni Unite ha reso noto che durante il genocidio almeno 250.000 ruandesi furono stuprate nei modi più truculenti, penetrate con lance, canne di fucile, bottiglie o stami delle piante di banane, gli organi sessuali mutilati con machete, acqua bollente e acido, i seni asportati. Molte altre furono uccise dopo essere state violentate.
Migliaia di bambini/e sono nati/e da quelle violenze, sono i figli e le figlie degli stupri, che oggi provano a mandare avanti le loro vite in Ruanda con le loro madri e le loro famiglie, con grandi sofferenze interiori ma con dignità, come testimonia un reportage del “New York Times” del 30 marzo 2019 in cui sono state pubblicate alcune di queste storie, raccontate dal fotoreporter Jonathan Torgovnik, che ha dichiarato: «Visitando le famiglie che avevo incontrato 12 anni fa, quando ho iniziato a documentare le realtà delle donne stuprate nel ’94 e dei loro figli, ho trovato storie stimolanti di speranza e perdono. Ma ho trovato anche fragilità e traumi persistenti».
Di recente, si è tornati a parlare dello stupro come arma di guerra contro le donne in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel per la pace 2018 al medico congolese Denis Mukwege e a Nadia Murad, testimone del genocidio yazida, «per i loro sforzi per mettere fine all’uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati». È assolutamente necessario parlare di questa realtà e ricordare le dolorose storie delle donne ruandesi, affinché sulla questione non si abbassi la guardia e si intervenga con maggiore efficacia a livello internazionale a sostegno di tutte le donne vittime e dei loro figli e figlie frutto di violenza.
Nel novembre 1994 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha creato il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, con sede ad Arusha, in Tanzania, che in dieci anni ha giudicato e condannato soltanto una ventina di persone. Di fronte all’impossibilità di sottoporre a processo il gran numero di imputati detenuti, nel 2000 sono stati istituiti tribunali popolari detti gacaca: composti da giudici eletti dalla popolazione, entrati in vigore nel 2002, hanno terminato i lavori nel giugno 2012, dopo aver giudicato quasi due milioni di individui. Questo sistema ha permesso da un lato l’alleggerimento delle corti nazionali, dall’altro ha visto alcune sentenze viziate da processi ambigui, al limite dell’equità o addirittura con episodi di intimidazione e corruzione. Molti carnefici fuggirono all’estero dopo i massacri. Per loro diversi Paesi hanno applicato il principio della giurisdizione universale, ovvero la possibilità per uno Stato di processare un individuo per gravi crimini contro l’umanità anche se questi non è legato da criteri di nazionalità o di territorialità del reato al Paese dove è rifugiato.
I miei genitori hanno visitato Gisozi, il sito memoriale nazionale di Kigali che accoglie le spoglie di circa 250 mila persone: la visione di teschi su cui sono evidenti i tagli del machete, delle ossa, dei vestiti ridotti a brandelli, delle foto delle vittime, dei nomi, è rimasta indelebile nel loro ricordo, come resta incancellabile quella sensazione di sofferenza e di orrore quando si visitano i campi di sterminio nazisti.

FOTO 3 FOTO 4

La domanda è sempre la stessa, ineludibile, quasi sbalorditiva: perché? perché ancora? perché dalla storia non impariamo? perché tanta inaudita violenza?
Ma ogni genocidio ha anche i suoi Giusti e Giuste che scelgono di salvare vite umane, rifiutando di piegarsi alla cultura della morte che anima i massacri. Nel 2004 è uscito un film molto bello, che consiglio vivamente a chi non l’avesse visto, sul genocidio ruandese: Hotel Rwanda, diretto da Terry George.
Il film è ambientato all’epoca del genocidio ed è basato sulla storia vera di Paul Rusesabagina di etnia hutu, e della moglie Tatiana, di etnia tutsi. Paul era direttore dell’Hôtel des Mille Collines di Kigali e lo trasformò in un luogo di rifugio per oltre 1200 tutsi e hutu, supplicando in ogni modo le sue conoscenze all’estero per ottenere qualche aiuto. Alla fine, l’Onu riuscì a scortare lui, la sua famiglia e gli ospiti dell’hotel in un campo profughi, per poi essere trasferiti in Europa. Il film, pur non mostrando in modo forte e spettacolare la truculenta violenza del genocidio, tiene col fiato sospeso durante la visione e trasmette un profondo senso di angoscia, dovuto a ciò che facilmente spettatori e spettatrici intuiscono che stia accadendo.
Nel 1996
Rusesabagina si trasferì con la famiglia in Belgio come rifugiato. Oggi vive a Bruxelles e gestisce una società di trasporti pesanti. Ha creato l’Hotel Rwanda Rusesabagina Foundation, per aiutare gli orfani e le orfane del genocidio e continua ad impegnarsi per tenere viva la memoria degli eventi che hanno sconvolto il suo Paese.

FOTO 5
Paul Rusesabagina in una foto del 2004

Sono tante le luci e le ombre su questo evento della nostra storia contemporanea, molte sono le interpretazioni e letture che di esso sono state fornite. Ma ciò che resta urgente e prioritario è parlare e ricordare, soprattutto alle giovani generazioni, che purtroppo la violenza del genocidio si è ripetuta, nonostante il mondo avesse già conosciuto l’orrore della Shoah, scoperchiato ai suoi occhi all’indomani della liberazione dei campi di sterminio. È dovere morale ricordare, sempre, perché ogni genocidio merita che si piangano i suoi morti, per non permettere che accada ancora e ancora.

In copertina: Gruppo di persone ferite all’ospedale di Kigali, curate dai medici francesi dell’ong Medici Senza Frontiere. 12 maggio 1994

 

 

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

2 commenti

  1. Valeria Pilone, articolo molto interessante e profondo. Mi spiace che tu non abbia neanche accennato all’intervento di Emergency, nata nel maggio 1994 proprio per portare aiuto alle vittime dello sterminio ruandese.

    "Mi piace"

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...